L'editoriale di Desk: 'Raccontare la comunità'

«Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni.(...)
Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare.» (San Giovanni XXIII)

La pubblicazione di un nuovo “Desk” è, in piccolo, come il varo di una nave, pronta per solcare i mari e iniziare il suo viaggio. Nel cuore, questa volta, di un anno importante per l’Ucsi, che nel 2019 celebra I suoi primi sessant’anni.

Tempo di bilanci e di prospettive, come per gli anniversari a tutto tondo, con l’invito a tornare alle radici, per proiettare in avanti, nella maniera più ade- guata, un’esperienza che viene da lontano.

Abbiamo scelto di dedicare il cuore di questo numero all’analisi, introdotta da Gianni Riotta, che abbiamo chiesto a un autorevole centro di ricerca, Catchy, che si occupa di Data Driven Journalism, contrasto alle fake news e studi sui new media, analizzando i Big Data con algoritmi di intelligenza artificiale.

La nostra speranza è di aprire una nuova strada, che sia di qualche utilità non solo per i nostri percorsi associativi, ma anche per quelli professionali, civili ed ecclesiali di cui facciamo parte. Con lo stile del dialogo e della proposta, che da sempre caratterizzano lo stile dell’Ucsi, ma anche con la consapevolezza che una corretta lettura della realtà non può prescindere dai dati, correttamente rilevati, e con le metodologie più aggiornate.

I rischi e le opportunità della rete

La realtà in cui siamo immersi è quella ben descritta dal messaggio del papa per la giornata delle comunicazioni sociali. Il tema di quest’anno, Siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana, spinge a prendere in esame i rischi, ma anche le opportunità offerte dalla Rete, partendo dal dato di fatto che l’ambiente mediale è abitato e vissuto come parte della vita quotidiana, dalla quale non si può più di- stinguere, con le tante conseguenze che questo comporta, per i singoli come per la comunità, per l’attività giornalistica come per le modalità di formazione del consenso, parte fondante del gioco democratico.

È proprio per approfondire il rapporto community-comunità, indagando parole, soggetti e contesti della coesione o della disgregazione sociale, che Catchy ci viene in aiuto con una ricerca per noi d’avanguardia, che insieme agli articoli dedicati al sessantesimo, e a quelli a partire dal Messaggio, costituisce uno dei tre pilastri di questo numero.

Raccontare la comunItà

Se in 'Raccontare la città' ci siamo occupati prevalentemente di spazi urbani, 'Raccontare la comunità' sposta l’attenzione sulle relazioni e sull’ambiente digitale in cui le persone vivono, senza la benché minima pretesa di essere esaustivi.

Quando il 3 maggio 1959 si riunì a Roma l’assemblea costitutiva del- l’Ucsi, una delle finalità indicate fu «l’accrescere nell’opinione pubblica la stima per il giornalismo quale strumento di verità, giustizia e fraternità». Un’intuizione ancora oggi valida e profetica, in tempi in cui il giornalismo professionale è attaccato da tante parti, le modalità di formazione dell’opinione pubblica sono radicalmente mutate e la credibilità personale dei singoli non è più sufficiente a garantire quel necessario patto di fiducia tra chi scrive e chi legge, tra chi produce informazione e chi ne fruisce, al punto che c’è chi teorizza la fine del giornalismo, mentre è alla portata di tutti la possibilità di comunicare “da uno a molti”.

Pace e coesione sociale

Alle tre parole verità, giustizia, fraternità, ne vorremmo aggiungere oggi almeno altre due: pace e coesione sociale. Parole chiave anche per il pontificato di Francesco, che, in particolare nella fraternità, continua a indicare la via per la pace mondiale. E lo fa non da solo né in modo statico, ma andando a cercare dei fratelli, cristiani e non cristiani, per condividere un cammino in nome della comune umanità. Tanti gesti, tanti incontri, tante parole si potrebbero riportare come esempi, ma basti qui citare la firma ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019, del documento sulla fratellanza umana, insieme al grande Grande Imam di Al-Azhar Al-Tayyeb, destinato non certo ad arricchire biblioteche, quanto piuttosto a diventare un’esperienza, «oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni, che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi».

Costruttori di fraternità

Non è un caso che il papa abbia voluto citare questo documento lo scorso 21 giugno a Napoli, in apertura del suo discorso all’incontro promosso dalla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale-sezione San Luigi sul tema: «La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo». Perché il Mediterraneo è uno snodo, un crocevia, una frontiera, «da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti», ha detto il Papa: «Ne conosciamo tanti. Questo luogo oggi ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche. Esse si possono tradurre in alcune domande che ci siamo posti nell’incontro interreligioso di Abu Dhabi: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione?»

Sono a ben guardare le domande che toccano la vita quotidiana, e che richiedono, a più livelli, «un impegno generoso di ascolto, di studio e di confronto per promuovere processi di liberazione, di pace, di fratellanza e di giustizia».

Avviare processi nel tempo

Avviare processi, piuttosto che occupare spazi, è quanto il papa continua a chiedere in linea con le indicazioni da lui stesso proposte nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, documento programmatico del pontificato. Anche noi, nel nostro piccolo, siamo tenuti a farlo: avviare processi nel tempo, sapendo che niente di ciò che facciamo è completo, e che come recita una splendida preghiera attribuita a Oscar Romero, «noi piantiamo semi che un giorno nasceranno, / noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li cu- stodiranno». E anche se «non possiamo fare tutto, però dà un senso di liberazione l’iniziarlo».

Se papa Francesco è per noi faro ecclesiale in questi anni turbolenti, il più alto riferimento civile rimane il presidente della repubblica Sergio Mattarella, che si è da sempre costantemente speso, con fermezza e determinazione, per aiutare tutti e ciascuno a riconoscersi parte di una comunità di vita. Sentirsi comunità, affermava nel discorso del Capodanno 20183, «significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pen- sarsi” dentro un futuro comune, da costruire in- sieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese».

Invito, in casa Ucsi, pienamente accolto.

 

* L'articolo apre il nuovo numero della rivista Desk. Per informazioni e abbonamenti: ucsi@ucsi.it

 

Ultima modifica: Gio 15 Ago 2019