5 / Raccontare il lavoro a Napoli e in Campania: 'la responsabilità di trovare storie e di parlare delle persone'. Incontro con Sergio Governale (Il Mattino)

RACCONTARE IL LAVORO - TESTIMONI/5: Sergio Governale, giornalista economico de "Il Mattino".

Essere testimoni e provare a narrare il mondo del lavoro in una regione complessa come la Campania, da decenni alle prese coi problemi come l'alto tasso di disoccupazione, senz'altro non è facile. Oltre un milione i senza lavoro nello scorso anno; 650mila i disoccupati che hanno smesso di cercare lavoro e 400 mila quelli ancora in cerca di occupazione.

Da tempo Sergio Governale, analista finanziario e giornalista professionista per le pagine del Mattino di Napoli, prova a farlo con tenacia e passione, cercando di essere il più obiettivo possibile.

Raccontaci un po’ il tuo percorso. Come ti sei avvicinato a questo tipo di tematica e cos’hai principalmente raccontato in questi anni?
“Dopo un’esperienza pluriennale come analista di Borsa, in cui ho affrontato ed esaminato il mondo dell’occupazione a livello internazionale e i suoi riflessi sugli investimenti finanziari, ho cambiato lavoro. In realtà, è stata più una scelta determinata dalla mia necessità di voler restare a Napoli per motivi familiari.
Così, invece di andare a Milano o a Londra, sedi naturali per chi mastica la finanza, ho vissuto in prima persona il problema del ricollocamento agli inizi degli anni Duemila. Oggi però posso senz’altro dire che fare il giornalista è stata la cosa più bella che mi sia capitata dal punto di vista lavorativo, malgrado le miriadi di pubblicazioni e interviste ricevute come analista da Reuters, Bloomberg e tante altre prestigiose testate di settore.
Qui in Campania, da giornalista economico, ho iniziato a conoscere da vicino tutte le problematiche del nostro territorio, ma pure le numerose, anche se non sufficienti, eccellenze produttive e del mondo della ricerca. Ho avuto modo di raccontare per oltre quindici anni le principali vertenze e l’evoluzione del mondo del lavoro mutuata sia direttamente che attraverso gli studi periodici di Banca d’Italia, Istat, Svimez, prima come redattore di un piccolo quotidiano, poi del Mattino. Purtroppo ogni volta ho avvertito sempre la stessa sensazione”.

Quale?
“Quella di una profonda tristezza e pesantezza. Di un territorio con grandi potenzialità, ma ‘lontano’ dal resto del mondo e con l’incapacità, o talvolta la difficoltà, della classe dirigente locale e nazionale di creare condizioni durature di sviluppo e competitività. La conseguenza è che viviamo in un’area dove il lavoro già prima della crisi era, e oggi lo è ancora di più, una chimera, come raccontavano Totò e Massimo Troisi già negli anni Sessanta e Settanta con la loro pungente e ineguagliabile ironia”.

Raccontare il mondo del lavoro in Campania forse è più complesso che farlo rispetto ad altre regioni d’Italia. C’è un ginepraio di problematiche irrisolte e la questione dell’arretratezza del Sud. E’ così?
“Sì, perché è la regione, in proporzione, più popolosa e con il minore numero di grandi imprese d’Italia. Il Sud ha tanti abitanti, una ricchezza media pro capite molto bassa e ha perso oltre mezzo milione di posti di lavoro con la crisi. L’arretratezza è una zavorra pesante. Così c’è il mondo che corre e un territorio meraviglioso come il nostro che resta invece al palo. Senza voler fare anacronistici riferimenti neoborbonici, qui c’è sempre meno industria, soprattutto quella grande, che fa da traino. Negli ultimi anni diversi gruppi hanno ridimensionato le proprie attività sul territorio. Ci sono state tante, troppe vertenze, alcune naufragate miseramente, altre risolte però con costi sociali non sempre sopportabili. E molte altre attendono ancora una soluzione”.

Lsu, Pomigliano, la crisi che attanaglia medie e piccole imprese. Qual è secondo te la piaga maggiore da affrontare? E quale una possibile soluzione?
“La crisi delle imprese. Sono loro a creare sviluppo e posti di lavoro. La Pubblica amministrazione può creare posti di lavoro, ma non sviluppo, e spesso è considerata un freno allo sviluppo. Le medie aziende da noi sono troppo poche, quelle piccole sono troppo piccole e frammentate e hanno poche possibilità di fare rete da sole. L’occasione persa, ma non del tutto, è quella dei fondi europei. Aree in ritardo di sviluppo in tutto il Vecchio Continente hanno recuperato il divario grazie a questi fondi e ora sono temibili concorrenti nello scenario internazionale. Non dimentichiamo tra l’altro l’esempio tedesco, che con un ammontare di risorse simile a quello ricevuto nel tempo dal Mezzogiorno d’Italia ha unito in poco più di due decenni la Germania dell’Est con quella dell’Ovest, ha investito creando lavoro e ricchezza, ha basato sulla qualità e la ricerca la propria competitività e oggi fa paura anche agli Stati Uniti. Su Pomigliano vorrei invece aprire una piccola parentesi”...

Prego...
“Non mi ha convinto Marchionne, che pure ha investito nel nuovo sito 800 milioni di euro, quando ha lanciato la nuova Panda. Ora si appresta, a mio avviso, a lanciare il mini Suv con il marchio Alfa Romeo, magari anche con i brand Maserati e Jeep. Probabilmente spera di rispondere ai mercati internazionali con modelli più competitivi – anche se probabilmente con un po’ di ritardo rispetto ai concorrenti – in grado di rilanciare l’impianto e riassorbire più velocemente tutti i dipendenti. Speriamo che accada al più presto, perché i dipendenti, e i mercati, non possono aspettare”.

Sei d’accordo col presidente degli industriali Boccia quando dice che non esiste più una questione meridionale ma una ‘questione Italia’?
“Sì, perché con la crisi il sistema-Italia ha perso il 30% circa della propria capacità industriale. Bene ha fatto il ministro dello Sviluppo economico Calenda a lanciare il piano Industria 4.0 per recuperare competitività sulla falsariga di quanto fatto dalla Germania. L’Italia resta infatti il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo quello tedesco. Da non disdegnare però l’antitetico modello statunitense, basato sui colossi di Internet, come Google, Amazon, Microsoft. Attrarli nello Stivale, come è stato fatto in piccolo con Apple a Napoli, è strategico”.

In che modo, nei tuoi articoli, decidi di affrontare il tema del lavoro? Quali effetti hanno provocato i tuoi lavori nel dibattito pubblico?
“Faccio due esempi. Il primo: ho seguito sin dall’inizio la riforma del Jobs Act, affiancata dagli sgravi fiscali per le assunzioni al Sud, scavandone i contenuti e chiedendo a chi l’ha scritta materialmente quale impatto avrebbe avuto. Ho contemporaneamente dato altrettanto spazio a chi l’ha criticata e ho infine documentato i suoi effetti nel tempo dopo la sua entrata in vigore.
Il secondo: la vertenza ex Indesit. In entrambi i casi ho ricevuto feedback continui da tutte le parti in causa: governo, opposizione, sindacati, accademici, azienda e, ovviamente, lavoratori. Quando ho ricevuto critiche, ho cercato di bilanciare il mio lavoro dando loro spazio, come anche alle repliche e alle controrepliche. Ho sentito la forte responsabilità del giornalismo, in grado talvolta di far correggere il tiro alle parti in causa”.

Secondo te i new media hanno cambiato il modo di comunicare il mondo del lavoro? In meglio o in peggio?
“Sì. In meglio sotto il profilo della velocità, in peggio dal punto di vista della qualità. Chi comunica tramite ad esempio i social non sempre è all’altezza della situazione. Rischia di essere demagogico e approssimativo. Il lavoro del giornalista, soprattutto quello della carta stampata che ha ancora il tempo di fare gli opportuni approfondimenti e sondare gli esperti, resta essenziale”.

Secondo te, quale storytelling del lavoro ci vorrebbe per essere comunicatori efficaci?
“Bisognerebbe andare a scovare quelle storie di persone, e a Napoli e in Campania ce se sono tantissime, che ogni giorno si arrangiano dignitosamente in mille modi per tirare a campare e arrivare a fine mese tra indicibili difficoltà, magari con tanti figli e parenti sulle spalle. O di imprenditori che continuano a restare qui invece di delocalizzare le proprie attività e che combattono contro la burocrazia e la criminalità. O di giovani preparati che si mettono in proprio e aprono la loro start-up sfidando il mondo da un vicolo o dalle periferie. Ce ne sono sempre di più proprio perché non hanno altre possibilità o perché non vogliono andare a rafforzare le fila dei cervelli in fuga. Alcuni di questi hanno creato già delle mini-multinazionali che, da Napoli e dintorni, gestiscono attività a Singapore, Hong Kong, Londra e New York. Molti fondi sono già sulle loro tracce sia per aiutarli a svilupparsi sia per acquisire le loro piccole ma dinamiche aziende”.

Le altre tappe del nostro viaggio (finora):

1. Taranto: Giuseppe De Tomaso

2. Sicilia: Salvo La Rosa 

3. Livorno: Mauro Zucchelli

4. Marche: Piergiorgio Severini

Ultima modifica: Mar 27 Giu 2017