Giornata del Migrante - Il prossimo: l'orizzonte del volto e delle comunità per l'integrazione

Oggi, domenica 29 settembre, si celebra la Giornata del Migrante. Abbiamo scelto per la rubrica #deskdelladomenica, per una lettura condivisa sul nostro sito, un contributo di padre Francesco Occhetta (estratto da "Desk" numero 4/2017, info e abbonamenti ucsi@ucsi.it). 

Francesco Occhetta (2017)

Il tema dell’immigrazione fa riemergere nella cultura la domanda delle domande: «Chi è il mio prossimo?». È questa la stella polare dell’Occidente che ha scelto di difendere e proteggere la dignità delle persone. Occorre farlo perché stanno gradualmente affiorando sentimenti di intolleranza profonda che, come piccole fiammelle, potrebbero devastare interi boschi.

Qualche tempo fa è bastato un post (falso) su Facebook per far emergere ciò che rimane recondito e nascosto. «Immigrati che bivaccano sulle panchine» vengono definiti online due uomini di colore, ritratti in foto a Forte dei Marmi, in Versilia. Il problema? I due sono Samuel Jackson e Magic Johnson, star l’uno del cinema, l’altro del basket, fotografati dai fan mentre si stavano riposando su una panchina dopo aver fatto spese. In molti, nel racconto dei social, non li hanno guardati in volto e i due sono stati travolti dagli insulti. Ci chiediamo: il diverso, solo per essere diverso, è davvero un pericolo? La domanda, apparentemente buonista, è ritornata a essere l’oggetto di riflessione dei più autorevoli uomini di cultura. Per secoli le tradizioni giudaico-cristiano avevano rese intellegibile il doppio comandamento dell’amore: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Ma la rivoluzione francese prima e la filosofia di Nietzsche poi, hanno sancito la morte di Dio. Certo, Dio è esistito ma è poi stato sepolto, svuotando il cielo della sua presenza. Così la cultura occidentale si è convinta che non occorresse più credere in Dio per fondare il senso delle relazioni sociali, familiari, politiche.

In questi ultimi anni si è generata nella cultura una tensione ulteriore. Studiosi, come Luigi Zoja, affermano che la cultura occidentale, oltre all’assenza di Dio, viva un nuovo lutto: quello della morte del prossimo, la persona che vedi, senti e tocchi. La stessa gestione politica dell’immigrazione in Europa sarebbe nutrita da questa convinzione. Cosa sta diventando la vicinanza a livello sociale? Un pericolo. E la lontananza? Una (pseudo)salvezza.

Nel passato, invece, incontrare da vicino uno straniero era una ricchezza, oggi è diventato un disagio. Il desiderio di incontrare l’altro è rimasto, purché questo rimanga lontano, la sua vicinanza potrebbe rappresentare una minaccia. Insomma quando il lontano ci viene incontro non lo riconosciamo più come “l’altro che ti sta vicino” (dal greco plesíos).

La comunicazione in Rete sta favorendo rapporti tra persone lontane e sembra penalizzare le relazioni tra i vicini, fra chi vive nella stessa città, nella stessa via, abita lo stesso ufficio o la medesima casa. Per non parlare dello spazio vitale dell’interiorità, ormai orfano di quella presenza che genera nostalgia. L’amore che nella Scrittura si definisce con verbi e non con aggettivi ha però bisogno di vicinanza. È la dimensione di «prossimità» che cambia la prospettiva sul lontano.

Lo insegna l’esperienza del Samaritano caratterizzata dalla sequenza dei 10 verbi utilizzata dall’evangelista Luca al capitolo 10 che descrive come colui che comunica può farsi prossimo: lo vide, si mosse a pietà, si avvicinò, scese, versò, fasciò, caricò, lo portò, si prese cura, pagò... fino all’undicesimo verbo: «al mio ritorno salderò».

Dalla Scrittura il prossimo è un volto che supera e spezza ogni categoria (il povero, il malato, l’immigrato ecc.). Il Samaritano si ferma per compassione; è l’appello del suo io a un tu che ha bisogno di essere curato. L’amore per la Bibbia è rinchiuso in questa potente icona. Quando invece non si riconosce il prossimo nella persona mezza morta lasciata dai briganti sul ciglio del cammino, allora si passa ad amare il lontano per soddisfare il proprio isolamento. Questo cambiamento culturale porta l’uomo occidentale a fare i conti con una nuova solitudine. Scrive L. Zoja: «Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell'uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale - è morto il suo Genitore Celeste - ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo. Circolarmente, questa è la conseguenza ma anche la causa del rifiutare gli occhi degli altri: in ogni società, guardare i morti causa turbamento».

Cambia anche la dimensione dell’alienazione: «Si parla meno perché è ovunque. Non è più solo nella struttura produttiva, ma in quella della società, dove nessuno più è prossimo. Se tutti sono distanti, sono distanti da dove? Non esiste più un punto da cui si sono allontanati». E alla fine si finisce per pensare che l’unica soluzione antropologica e politica siano i muri: «Il muro vuole “chiudere fuori”, ma allo stesso tempo chiude i privilegiati dentro: proprio come la paura dei ladri spesso condanna a un ergastolo dietro le sbarre non i benestanti che li temono». Durante gli esodi i muri vengono scavalcati – in verità è stato attraversato anche il mare – ma rimangono dei monumenti per ricordare da chi ci si vuole separare. Infine rimangono i muri e le migrazioni all’interno di se stessi che spesso rivoluzionano la vita. È da qui che crescono la fiducia o la paura.

La forza dei nomi e delle storie di vita

In un video curato dal Centro Astalli, che si occupa di rifugiati politici, un cittadino somalo ha dichiarato: «Noi non abbiamo nessuna colpa per essere nati nel posto sbagliato, ma voi non avete nessun merito per essere nati dalla parte migliore».

La verità tocca anche i meno sensibili. Tuttavia, anche a causa di molti giornalisti scorretti, molti ritengono che il problema dei profughi e degli immigrati sia più pericoloso del terrorismo.

È la “sindrome dell’invasione”. Sembra che tutti i migranti siano islamici, e che tutti gli islamici siano terroristi. Al di là dei numeri, gli immigranti sono persone, hanno un nome e una storia di vita. Il giornalismo è anzitutto chiamato a raccontare storie. Un po' di tempo fa, una badante vedova ha voluto che le sue tre figlie la raggiungessero dal Centrafrica in Italia. Una era maggiorenne, le altre due minori. Con i soldi inviati dalla madre hanno iniziato la lunga traversata, trasformatasi in tragedia: le due bambine più piccole sono decedute, disidratate, durante la traversata del deserto fatta a piedi. Solo la più grande è riuscita a raggiungere la madre. Alle domande: era proprio necessario richiamare le figlie in Italia, conoscendo i pericoli del viaggio? Non era più giusto che rimanessero nella loro terra, sia pure con i parenti? In lacrime, la madre ha risposto: «Lì sarebbero state violentate e condannate alla prostituzione».

Si deve ripartire da qui. Il giornalismo è chiamato a raccontare storie umane senza nascondere quelle disumane, quelle per esempio che istigano alla violenza e alla dis-integrazione sia di italiani sia di stranieri, soprattutto quelli radicali di cultura islamica.
Occorre dunque avere la forza di conoscere e incontrare gli immigrati. È l’unica certificazione che possiamo avere per capire la loro autenticità. Quando iniziamo a chiamarci per nome, la prospettiva della vita cambia. È inscritto nella storia dei popoli e delle culture. Alcuni eventi simbolici lo avevano preannunciato: lo sbarco degli albanesi nel 1987, seguito dall’esodo polacco e ucraino e successivamente dall’arrivo di tanti immigrati legali — per effetto del decreto flussi — che servivano a imprese e a famiglie italiane. Si tratta di persone oggi integrate nel tessuto sociale. Poi, dal 2014 al 2015, gli arrivi sono cresciuti del 250%, con un numero di 198 diverse nazionalità presenti sul territorio italiano. Un dato drammatico riguarda i minori non accompagnati. Sono i figli di nessuno: circa 12.000 nel 2017, 25.846 nel 2016. Quale sarà il loro destino?1

Le braccia e le gambe del Paese

Mentre i media bipolarizzano l’argomento dell’immigrazione contrapponendo i sostenitori e i contrari all’accoglienza, inasprendo la tensione sociale, gli studiosi di geopolitica ci pongono di fronte a due dati ormai indiscutibili: da una parte la fuga di chi fugge le guerre e le miserie e dall’altra la crisi demografica di una Europa sterile di figli che è circondata da popolazioni giovani e da Paesi in ebollizione. Siamo davanti a un esodo storico e i media lo riducono alla cronaca. Eppure l’eloquenza dei dati è inesorabile: insieme al Giappone, l’Italia è il Paese più anziano del mondo, quasi il 24% della sua popolazione ha più di 65 anni. Della popolazione italiana attuale, nel 2050 mancheranno 40 milioni di persone e ne nasceranno 28 milioni.

Ciò che aiuta l’integrazione è noto: la scuola, la conoscenza tra famiglie, il controllo sociale buono che forma comunità inclusive, la conoscenza della lingua, la formazione degli imam ai valori democratici. Osiamo di più: sono i lavori sociali la via per integrare gli immigrati, senza tenerli fermi e chiusi nei centri di accoglienza. È questa la strada per contrastare quelle parti della cultura islamica che considerano l’Occidente un nemico.

Il dialogo con i cittadini musulmani, per costruire una laicità matura, deve nascere da alcune precise domande — lucidamente ordinate da p. Costa — che toccano la dimensione teologica e antropologica, ma anche giuridica ed etica nel rispetto del Corano: «Come interpretate il pluralismo culturale e religioso? Come comprendete la laicità dello Stato e la separazione tra religione e politica? Come conciliate la vostra appartenenza a una comunità religiosa e, nello stesso tempo, a una comunità civile in cui nessuna religione può esercitare un predominio? Quali sono i diritti che ritenete vi siano negati o concessi solo in maniera formale? E quali doveri sentite di dover assumere o faticate ad assumere? Quale apporto potete dare, a partire dalla vostra fede, alla costruzione della pace, a livello locale (nei Paesi a maggioranza musulmana e non) e a livello globale? Quali sono le critiche più forti che vi sentite di muovere? Come potete valorizzare l’apporto di altre religioni e credenze, della cultura occidentale? Come capite i diritti umani, e in particolar modo come capite la libertà religiosa, di coscienza, di parola?».

Chiediamoci: gli immigrati sono solo lavoratori (quando servono) o sono anche persone? Su 10 lavoratori italiani, uno è un immigrato. Sono utili nei settori delle «tre C»: caring, cleaning e catering (cura, pulizia e ristorazione). I sociologi li definiscono i nuovi «resilienti», spesso disposti a fare di tutto. Il senso di comunità è l’antidoto alla loro solitudine. Inoltre, va sfatata la narrazione intorno a un falso dato. Non esiste un’invasione islamica. Ma con l’Islam occorre Il 54% degli immigrati è costituito da cristiani. Il loro lavoro aiuta sia i Paesi di provenienza sia a pagare le pensioni degli italiani. Di recente lo ha ribadito Boeri, il presidente dell’Inps: «Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni». Quale diritto hanno gli italiani per non pagare il lavoro che gli immigrati svolgono? Tra loro, i più colpiti sono quelli che lavorano nel lavoro domestico e nel settore agricolo nel Meridione dove, per aver raccolto sotto il sole un cassone di pomodori da 300 kg, sono pagati 3 euro e mezzo. 

Qual è il prezzo della tranquillità?

Abbiamo cercato di affermare che il tema dell’immigrazione è come una moneta con le sue due facce: la dimensione politica che è come un tronco di un albero e quella spirituale che sono le radici che lo nutrono. Partiamo dal dato politico. La coscienza morale europea è stata scossa dal drammatico naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, in cui morirono 366 persone, e da quello del 19 aprile 2015, in cui ne morirono 750, inclusi 50 bambini stipati nella stiva. Sulla gestione dei flussi migratori il Governo italiano è stato lasciato solo dagli Stati membri... 

... La Chiesa in Italia ha impiegato e sta impiegando ingenti risorse e mezzi. Ha aperto corridoi umanitari. Ma tutto questo non basta. Nel Messaggio di Francesco per la 104a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, quattro verbi esprimevano le coordinate dell’azione politica: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Tornando dal suo viaggio in Colombia il Papa lo aveva ribadito: «Un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli». Il Papa esorta ad anteporre la sicurezza personale a quella nazionale, sul solco dell’insegnamento di Benedetto XVI, per non cadere nel conflitto etnico che nel Novecento ha portato alle drammatiche pulizie etniche.
Un esame di coscienza personale ed ecclesiale dovrebbe ripartire da queste quattro azioni concrete per concorre a formare un modello di integrazione capace di tenere insieme legalità e sicurezza, come chiede il Presidente Mattarella.

Il fondamento spirituale

Molte pagine della Bibbia raccontano storie di uomini costretti a immigrare. Ma l’esperienza cristiana rischia di trasformarsi in un “controesodo”, simile a quello vissuto dai discepoli di Emmaus che camminavano insieme a un forestiero verso un villaggio. L’atto del riconoscersi ha un fondamento: mangiare insieme. Il Signore si presenta come sconosciuto. Era per loro uno straniero per eccellenza perché, Lui è sempre «al di là delle nostre frontiere», nella persona che ha bisogno di essere vestita, visitata, curata, sfamata, scrive il gesuita M. de Certeau. Nell’esperienza di fede, Dio rimane lo sconosciuto, altro da noi, ma anche il “misconosciuto”, colui che non vogliamo conoscere e accogliere. Non si tratta di trovarlo «più in alto» ma «sempre più lontano di là dove lo cerchiamo»2. L’infinito, afferma De Certeau, si sperimenta «nel passo in più», non difendendo la propria stanzialità. Coloro che si fermano, vivono nell’al-di-qua, la negazione all’apertura all’infinito3: è questo l’atteggiamento personale e politico da temere.

Ce lo ricordano i greci: la xeniteía è lo sradicamento, il “partire per altrove” come ha fatto Abramo. La conoscenza e la relazione si incontrano attraversando le regioni culturali, geografiche, sociali, intellettuali in cui si percepisce di riconoscersi nell’altro. Insomma le differenze che creano paura e sconcerto sono anche il luogo della ricchezza: «La non identità è il modo in cui si elabora la comunione» tra diversi che potrebbero essere anche in conflitto quando occorre integrarsi. Tutto questo parte da un incontro. Dal bisogno di riconoscere il prossimo e di farsi riconoscere come prossimo. Sia a livello personale sia a livello politico.

Ultima modifica: Dom 29 Set 2019