Amundsen indica la strada anche ai nuovi giornalisti

E' in programmazione tv in queste settimane il film biografico "Viaggio ai confini della Terra", su uno dei più grandi esploratori dell'era moderna, il norvegese Roald Amundsen. per primo raggiunge l'Antartide, superando la spedizione di un altro esploratore, Scott. Ma c'entra qualcosa con il nuovo lavoro dei giornalisti? Per Federico Badaloni, che ha scritto questo bel pezzo per Desk, sì. E molto. (ar)

Federico Badaloni (2016)

Questo articolo si compone di un racconto e dell’insegnamento che possiamo trarne. Il racconto narra di una storia vera, accaduta all’inizio del Novecento: la conquista del Polo Sud. Due uomini si contendevano il primato: Robert Falcon Scott, nato nel 1868, ufficiale della marina del Regno Unito e Roald Amundsen, di 4 anni più giovane, che si potrebbe definire uno dei primi esploratori professionisti della storia.

I due uomini non potevano essere più diversi. Scott era espressione dell’imperialismo britannico vittoriano: un uomo che esplorava per estendere il dominio della Corona, elevare la scienza e contribuire al progresso di una delle più antiche nazioni del mondo. Amundsen era un ex studente di medicina, figlio di una giovanissima nazione, la Norvegia, che aveva ottenuto l’indipendenza dalla Svezia nel 1905. Quella per l’esplorazione era una vera e propria passione nata sui resoconti di viaggio del suo connazionale Fridtjof Nansen, che aveva recentemente attraversato la Groenlandia a piedi.

Amundsen sognava in grande: come prima impresa si cimentò nella ricerca del passaggio a Nord-Ovest, il tratto di mare che avrebbe permesso di circumnavigare il continente americano da nord. L’ultima grande spedizione britannica che aveva tentato il passaggio, guidata da John Franklin, si era conclusa in un’immane tragedia: tutti gli uomini erano morti fra i ghiacci. Il norvegese riuscì a scoprire e percorrere l’intero passaggio, al primo tentativo, a bordo della nave Gjøa fra il 1903 e il 1906. Nel corso di questa spedizione frequentò per diversi mesi una famiglia di Inuit, vivendo con loro e condividendone usi e costumi. Un’esperienza che si rivelerà decisiva per le sue successive spedizioni.

Scott e Amundsen posero il proprio campo-base nel continente antartico nel 1911 e partirono alla volta del Polo a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Amundsen fu il primo a raggiungerlo, il 14 dicembre 1911. Scott, trentaquattro giorni dopo, raggiunse a sua volta il Polo, dove trovò una tenda lasciata dai norvegesi, una lettera che Amundsen affidava a Scott indirizzata al re norvegese, un sestante, due altimetri e un po’ di cibo. Amundsen tornò alla base il 25 gennaio del 1912. Nessuno degli uomini della spedizione di Scott fece ritorno. I corpi di Scott e di due suoi compagni furono trovati il dodici novembre del 1912 a circa un giorno di marcia dal deposito di viveri che li avrebbe salvati. Il diario trovato fra le sue mani, aggiornato fino a poco prima della morte, restituì al mondo il terribile racconto della sofferenza patita dai lui e dai suoi uomini nel viaggio di ritorno dal polo.

Per capire la ragione per la quale la spedizione di Scott si tramutò in una tragedia e quella di Amundsen in un trionfo, osserviamo come furono preparate le due spedizioni. Scott confidava di compiere il primo tratto del percorso con delle motoslitte, di recente invenzione, poi proseguire con dei ponies della Manciuria e quindi trainando con la forza umana le slitte fino al Polo. Sebbene Scott avesse portato con sé anche dei cani, non volle perfezionare la tecnica di conduzione delle mute da slitta, né chiese ai suoi uomini di farlo. Per questa ragione si preferì fare a meno dei cani, che furono lasciati al campo-base. In gran parte, questo avvenne perché Scott, o meglio la cultura nella quale era cresciuto, riteneva intollerabile sfruttare “il migliore amico dell’uomo” mettendone a rischio la vita e considerava molto più nobile che l’impresa fosse compiuta grazie allo sforzo umano, cioè che fossero gli uomini a trainare le slitte a piedi se necessario. Il tecnico che aveva inventato e costruito le motoslitte non fu invitato a prendere parte alla spedizione per questioni riferite alla gerarchia militare che legava i membri della squadra e quando le motoslitte ebbero problemi, nessuno fu in grado di ripararle. Scott scelse di vestire i suoi uomini con lana e giacche di cotone ricoperte da uno strato impermeabile. Erano abiti aderenti al corpo, caldi ma poco traspiranti, e furono causa di grandi sofferenze per tutti. Il cibo previsto era drammaticamente carente di vitamina C e B. Per quanto riguarda l’orientamento, Scott decise di usare dei teodoliti e ritenne sufficiente che solo un uomo per squadra sapesse usare questi strumenti e fare i complicati calcoli necessari a compiere il punto geografico.

L’approccio di Amundsen era completamente differente. Nel periodo passato con gli Inuit, aveva imparato a costruire case di neve, gli igloo, e la difficile arte di condurre slitte trainate da cani. Per la spedizione polare aveva quindi preteso che tutti i suoi uomini imparassero queste tecniche e aveva addirittura incluso due addestratori groenlandesi di cani nella spedizione. Affinché gli uomini riuscissero a stare al passo con gli animali, aveva inoltre voluto che tutti divenissero esperti sciatori e aveva incluso nella squadra anche un campione di sci. Si chiamava Olaf Bjaaland e si rivelò decisivo in più occasioni, ad esempio quando nel corso del lungo inverno antartico, riuscì a ridurre il peso delle slitte di ben 43 chili senza comprometterne l’efficienza. Uno dei fattori determinanti per la scelta dei cani fu che questi potevano essere nutriti con le foche e i pinguini cacciati sul luogo. Inoltre Amundsen stabilì di abbattere a metà percorso i cani più deboli: la loro carne avrebbe nutrito gli animali rimanenti e gli uomini. Per evitare la carenza di vitamine, aggiunse verdure e avena al pemmicam, il cibo a base di carne secca e grasso che costituiva la dieta di tutti gli esploratori polari dell’epoca ed evitò di cuocere eccessivamente la carne di foca. Decise di orientarsi con il sestante e si assicurò che tutti sapessero usarlo. Grazie agli insegnamenti degli Inuit, fece inoltre confezionare dei vestiti di pelliccia molto ampi, avendo capito che in questo modo i suoi uomini sarebbero stati al caldo mentre il sudore avrebbe avuto modo di evaporare.

A questo punto potreste pensare che il successo di Amundsen sia da ascrivere semplicemente ad una migliore capacità di pianificazione. In realtà si tratta di qualcosa di più profondo. Tutte le scelte di Scott sono espressione di una cultura che vede il progresso come l’avanzare della tecnologia, e la tecnologia come un fenomeno governato da specialisti. Per Amundsen invece la competenza tecnologica non deve rimanere appannaggio di pochi, ma essere parte della cultura condivisa.

Per Scott un ambiente ostile va percorso all’interno di una bolla in cui riprodurre il più possibile l’ambiente di provenienza. Per Amundsen non esistono ambienti ostili: gli Inuit gli hanno insegnato che ci sono solo ambienti di cui imparare a far parte. In altri termini, con Amundsen assistiamo alla prima ridefinizione del concetto di progresso come la capacità stessa di una cultura di evolversi diventando consapevolmente altro da sé, cioè di contaminarsi in modo selettivo. La parola d’ordine è resilienza: la facoltà di adattare il proprio sistema a nuovi elementi, senza per questo mandarlo in frantumi. Amundsen diventa Inuit ed entra a far parte consapevolmente dell’ambiente polare, rimanendo se stesso.

Negli ultimi vent’anni, l’ecosistema della comunicazione è cambiato tanto rapidamente e radicalmente da diventare un Polo Sud per tutti noi. E’ un ambiente in cui i percorsi fra le informazioni sono molti, in certi casi sono infiniti, poiché l’architettura che oggi sostiene i nostri atti di comunicazione è costituita da una rete, non più da una linea. Da ogni punto possiamo raggiungere una moltitudine di altri punti. Comunicare dunque non è più saper “mettere in fila le cose”, ma riuscire ad esprimere la rilevanza, i nessi, il contesto, in una parola il senso di un messaggio, attraverso l’abilitazione e la cura dei percorsi fra le informazioni che lo costituiscono.

Come ho scritto nel mio libro Architettura della Comunicazione, progettare i nuovi ecosistemi dell’informazione, se i documenti, le persone e gli oggetti del reale sono tutti alla nostra portata grazie alla rete, oggi “siamo ciò che connettiamo”, nel senso che siamo definiti come persone e come brand sempre di meno dal contenuto originale che produciamo e sempre di più da ciò che scegliamo di mettere in relazione e dal modo in cui decidiamo di farlo.

Se vogliamo continuare a fare giornalismo rilevante e di qualità, dobbiamo imparare a farlo in un ecosistema completamente diverso da quello in cui ci siamo formati e abbiamo vissuto in passato. Dobbiamo fare come Amundsen: imparare dagli Inuit. Chi sono oggi i nostri Inuit? Sono ad esempio gli sviluppatori, cioè coloro che sanno scrivere codice; sono gli ethnographic researcher, capaci di condurre ricerce sulle persone restituendo una mappa dei loro bisogni, del modo in cui si aggregano in comunità e degli scenari tecnologici e ambientali in cui questo avviene.

Sono Inuit i grafici digitali, lo sono gli architetti dell’informazione e gli user experience designer. Ma sono Inuit anche le persone che fruiscono del nostro giornalismo, che lo leggono, lo condividono, lo rielaborano, lo smontano e lo rimontano in altre forme: da loro possiamo imparare a fare meglio e possiamo capire quali linguaggi specifici corrispondono ai diversi ambienti che formano l’immenso ecosistema dell’informazione contemporaneo. Da loro possiamo imparare a vivere il giornalismo più come un dialogo che come una trasmissione. Sono Inuit tutti i data base administrator, da loro dobbiamo imparare a gestire i dati, capendo quale sia il modo migliore per strutturarli e metterli in relazione. I dati sono la vera moneta del nostro tempo, come ci hanno insegnato Google e Facebook. Se vogliamo avere risorse, dobbiamo avere dati ed essere in grado di estrarne valore.

Dobbiamo fare come Amundsen anche nel comporre la nostra squadra. Dobbiamo collaborare con i colleghi che hanno competenze diverse e accoglierli nella prassi giornalistica quotidiana. Dobbiamo passare dall’idea che si è giornalisti per natura, all’idea che si è giornalisti per ciò che si fa. E che un atto giornalistico oggi è un insieme di parole, immagini, numeri, algoritmi e righe di codice capace di adattarsi ai diversi contesti del reale. Nella squadra dobbiamo includere anche i nostri “utenti”, perché a loro è destinato il nostro servizio e perché sicuramente fra loro c’è chi ne sa più di noi su ogni singolo argomento che trattiamo. Infine dobbiamo essere pronti a collaborare anche con le altre testate, come dimostrano i grandi scoop giornalistici di questo secolo, da Wikileaks ai Panama Papers.

In questo nuovo ecosistema ha successo chi mette al centro le persone e le comunità, non l’utente medio. Ha successo chi sa costruire squadre composte da persone di competenze diverse e sa creare le condizioni per far esprimere ognuno al meglio, non chi è uno splendido solista. Ha successo chi si domanda ogni giorno come meritare la fiducia delle persone, non come ottenere la loro attenzione. Perché la fiducia percepita, vissuta, ricevuta e data è l’unica bussola che ci resta quando l’incertezza dei molti percorsi possibili della rete si sostituisce alla certezza dell’unica linea che metteva in ordine le cose nei media tradizionali.
L’alternativa è provare ad attraversare questo nuovo ambiente chiusi nella bolla delle logiche da cui proveniamo. Sicuramente è più facile, perché cambiare è sempre faticoso. Ma credo che la storia ci abbia già dimostrato che in questo modo si va poco lontano. A ognuno di voi la scelta, se c’è ancora tempo.

 

Ultima modifica: Sab 11 Set 2021