Il giornalismo davanti alla giustizia

Nella rubrica #deskdelladomenica il 10 giugno vi abbiamo proposto questa riflessione di Francesco Occhetta, scrittore di Civiltà Cattolica e consulente ecclesiastico dell'Ucsi, sul rapporto tra giornalismo e giustizia, alla vigilia dall'interessante confronto che l'Ucsi hao organizzato a Roma (vedi articolo a lato). Anche Padre Occhetta è intervenuto all'iniziativa.

Francesco Occhetta

Per il giornalismo, narrare la giustizia è come aggiungere un mattone alla costruzione di una casa comune. Oppure, può essere come far cadere una goccia d’acqua dopo l’altra sulla roccia della convivenza sociale, per frantumarla e farla saltare.

È noto, anche il giornalismo si divide tra permissivismo e giustizialismo per essere il megafono del clima sociale. Non occorre fare esempi di reti televisive o testate che “incastrano” i fatti in un modello scelto a priori. Tuttavia, questo approccio dura fino a quando il giornalista non è toccato nella carne, quando è in carcere un collega, un familiare o un amico, o quando sul suo conto è in corso un’indagine giudiziaria. L’esperienza di essere toccati dalla giustizia, dai suoi limiti, dai costi e dal dolore che essa provoca, cambia anche l’approccio al racconto. Cambiano le parole, il tono di voce, la scelta delle immagini. Tutto questo, però, non basta.

Il ruolo pubblico del giornalismo è chiamato a una riflessione culturale ancora più alta: in quale modo è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione? Partiamo da qualche dato. Nei 195 istituti penitenziari italiani, alla fine del 2017 sono presenti 57.600 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 49.480. Il dato più simbolico riguarda il tasso di recidiva, che si aggira intorno al 69%. Dei 170 euro che rappresentano il costo diario di un detenuto, lo Stato spende solo 95 centesimi per l’educazione dei detenuti. Il carcere, e tutta la narrazione che vi ruota intorno, non rieduca. È semplicemente considerato una discarica sociale, come lo definiva Bauman, e serve per anestetizzare gli umori più violenti.

Il modello vigente, quello della «giustizia retributiva», risponde a tre interrogativi: quale legge è stata infranta; chi l’ha infranta; quale punizione dare. Questo modello ha portato a difendersi dal processo e non nel processo: lunghi tempi per una sentenza, la prescrizione dei reati, l’interesse degli attori del processo ad aumentare la tensione senza riconciliazione. Qui trovano terreno fertile i tanti processi mediatici, in cui la sentenza sociale viene data prima di quella della magistratura. Ma quante vite di innocenti o di familiari di rei sono state distrutte nella loro reputazione? La preoccupazione degli ergastolani che ho incontrato in questi ultimi mesi riguarda i figli, spesso macchiati dalle colpe dei padri anche a causa di un giornalismo poco responsabile.
Chiediamoci: è davvero l’unico modello possibile questo modello di giustizia, che ripaga con altro male il male fatto, moltiplicandone gli effetti ed esasperando la soglia delle tensioni sociali?

Verso un nuovo modello di giustizia

A questo modello si va affiancando quello della «giustizia riparativa»: un «prodotto culturale» anzitutto, che pone al centro dell’Ordinamento il dolore della vittima e la riparazione del reo. Questo capovolgimento della giustizia interpella anche il fondamento dell’agire del giornalismo. Cambia la prospettiva del racconto, chiamato a rispondere a tre domande: chi è colui che soffre? Qual è la sofferenza? Chi ha bisogno di essere guarito?

Nell’ambito della giustizia riparativa la stessa definizione di reato non si limita all’infrazione del bene giuridico protetto dall’Ordinamento, come se l’offesa si limitasse allo Stato e alle sue leggi, ma considera anche e anzitutto una «rottura di relazioni» tra cittadini. La figura del detenuto persona è posta al centro dell’Ordinamento e le pene devono concretamente rispondere al principio di umanizzazione e avere una finalità rieducativa.

Tecnicamente, il percorso si articola in alcuni fondamentali passaggi: 1. Il riconoscimento, da parte del reo, della propria responsabilità davanti alla vittima e alla società. 2. L’incontro con la vittima. 3. L’intervento della società attraverso la responsabilità diretta e la figura del mediatore. 4. L’elaborazione, nella vittima, della propria esperienza di dolore. 5. L’individuazione della riparazione, che può essere la ricomposizione di un oggetto o di una relazione.

A chiederlo è la Raccomandazione n. 19/1999 del Consiglio d’Europa. Solo un giornalismo maturo può far fiorire una pianta che è già piena di gemme. Il diritto minorile in Italia funziona già secondo questo modello, in alcuni Stati europei l’idea si va consolidando: il salto culturale è passare dall’intimidazione della pena alla riabilitazione del detenuto, che incontra il dolore della vittima, prende coscienza del male fatto e concretamente ripristina un oggetto o una relazione rotta o distrutta. In Italia va fatta crescere, anche grazie all’aiuto del giornalismo, non la cultura dello scontro ma quella della mediazione. E occorre investire di più e meglio sulla formazione dei mediatori penali.

Giustizia: rottura e ricostruzione della relazione

La giustizia è intesa come una relazione fra individui o gruppi e, attraverso l’idea classica della bilancia, esprime un’idea di equilibrio tra le parti che, in termini sia giuridici sia morali, rimanda ad un aspetto di doverosità verso gli altri e di esigibilità verso se stessi. È per questo che, nella storia, le varie definizioni di giustizia sono condizionate da una domanda fondamentale: chi è l’altro per me? Il fondamento rimanda sempre a una relazione da custodire o da guarire, come ci ricorda il termine ebraico sedaqah, “solidarietà con la comunità”. La responsabilità sociale di soddisfare tale bisogno è la pietra angolare della moralità sociale, e l’accettazione di tale responsabilità è il principio che ci permette di diventare persone morali. Tutto questo al netto da forme di buonismo, perché quelle della Genesi sono spesso storie di conflitti violenti tra fratelli: così i racconti che vedono come protagonisti Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giacobbe e Labano, Giuseppe e i suoi fratelli. Proprio grazie al realismo di Israele il modello è servito per regolare anche i rapporti fra gruppi e Stati, tribù e nazioni che si impegnano a trattarsi come fratelli, per ristabilire l’alleanza e il reciproco riconoscimento.

Narrare la giustizia riparativa significa costruire, anziché distruggere, il tessuto sociale. In occasione di un convegno in Campidoglio, Anna Laura Braghetti, che freddò con 11 colpi Vittorio Bachelet, ricorda l’incontro avuto con suo figlio: «Ci siamo riconosciuti. Mi ha parlato e mi ha detto che bisogna saper riaccogliere chi ha sbagliato. Lui e i suoi familiari sono stati capaci di farlo addirittura con me. Li ho danneggiati in modo irreparabile e ne ho avuto in cambio solo del bene».

La vicepresidente di Libera, Daniela Marcone, a cui è stato ammazzato il padre, spiega così la riparazione: «Ogni volta che viene commesso un crimine, questo coinvolge direttamente il reo e la vittima, ma in realtà si crea uno strappo anche ai danni della comunità in cui reo e vittima vivono: questo strappo occorre ripararlo».

Agnese Moro scrive ai terroristi del padre dopo aver riletto le terribili pagine dell’autopsia che parlano della sua agonia: «Dopo questa lettura — ha raccontato — sono stata davvero sicura di non aver annacquato nulla; che il mio cammino verso di voi, come il vostro verso di noi, è stato fatto senza semplificare e senza mettere niente tra parentesi».

Lina Evangelista, moglie di un poliziotto assassinato dai neofascisti dei Nar nel 1980, ci insegna: «Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso»; e, dopo aver incontrato gli assassini del marito, confida: «I mostri si sono rivelati tutt’altro».

Il modello della giustizia riparativa non sostituisce quello classico e nemmeno fa sconti sulla pena, ma permette al reo di ritornare a essere persona. Gli esempi citati lo insegnano, è il fondamento spirituale a consentire un nuovo inizio, quello del ritorno alla coscienza: qui è possibile capire il bene e il male che si sono compiuti.
È stato scritto che «un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi». Vedere in modo diverso è l’inizio di una giustizia capovolta, in cui l’espiazione è volta, per il reo, a restituire la dignità perduta; per la vittima, a ritrovare ragioni per vivere. Per i cittadini, a essere responsabili della propria comunità.

Ultima modifica: Mar 12 Giu 2018