Nel giornalismo di Zavoli tutto il senso del 'servizio pubblico'

Un altro “grande vecchio” della stagione d’oro della Rai se n’è andato. Sergio Zavoli non è stato solo un grande giornalista: con Ettore Bernabei e pochi altri, è stato la personificazione delle doti e dei convincimenti necessari per dare un senso compiuto al servizio pubblico.

Prendiamo l’esempio di quella trasmissione che per prima gli diede fama, Processo alla tappa. Come può succedere che una diretta sportiva seriale, prima radiofonica e poi televisiva, per di più realizzata con tutta la precarietà tecnologica del tempo, diventi un esemplare racconto dell’Italia a cavallo tra gli anni 50 e 60, tale da essere ancora ricordata come modello di un approccio umanistico, più che sociologico, alle fatiche e alle contraddizioni di una società in profonda trasformazione? I gregari, i meccanici intervistati da Sergio Zavoli hanno raccontato un’Italia che lottava per dare il meglio di sé. Non era una narrazione pietistica, non c’era alcuna sollecitazione ammiccante alle voglie del pubblico. Era un accumulo di verità che prorompeva in modo funzionale al bisogno sociale, e che per questo suo carattere si imponeva al grande pubblico. Dunque, una sintesi di ciò che deve essere servizio pubblico: aiuto alla società per essere migliore, e risposte comprensibili a tutti. Cioè di quello di cui ci sarebbe tanto bisogno oggi, nella nuova terribile crisi economica e sociale che stiamo vivendo.

Per ottenere questi risultati occorrevano grandi doti, che in Sergio Zavoli erano concentrate. Non basta essere bravi giornalisti, uomini di cultura. Bisogna essere persone credibili, affidabili, determinate. L’amicizia fraterna con Federico Fellini testimonia una diversa ma solida creatività, e anche capacità di improvvisare. La professione esercitata ai massimi livelli, ma sempre sottomessa allo scopo ultimo di servire gli altri.

Fu lui, per primo, ad offrire al grande pubblico una riflessione critica ma serena sugli anni del fascismo, in Nascita di una dittatura. Il forte tentativo di ridare al paese la necessaria coesione sociale dopo le fratture della guerra.

Lo hanno chiamato “il socialista di Dio” in seguito a Clausura, un famoso documentario radiofonico su una comunità di Carmelitane Scalze. La definizione non gli dispiaceva, la riprese in uno dei suoi libri. È difficile ricostruire il rapporto di Zavoli con la religione: un tema per lui ricorrente, ripreso in inchieste e scritti, dai quali emerge enorme rispetto, passione per la ricerca, vicinanza agli uomini di religione che si dedicano al bene del prossimo. Invece il rapporto con l’etichetta politica alla quale apparteneva fu più complesso, e Zavoli in particolare non si piegò ai socialisti che flirtavano con la tv commerciale e il suo padrone incontrastato.

In realtà credo che per Zavoli la politica sia stata in qualche modo sussidiaria, che l’abbia concepita come strumento necessario a ottenere quei risultati di qualità nel mondo della comunicazione che erano il suo obbiettivo professionale. Dopo una lunga stagione “sul campo” – personalmente lo ricordo come redattore di TV7, ma già era un mito per noi ragazzi di bottega – è normale che un giornalista come lui diventi direttore, al Giornale Radio del primo canale dopo la riforma del ’76. Poi fu perfino presidente della Rai, carica importante ma che non ha mai garantito il controllo della linea editoriale (o delle troppo contrastanti linee editoriali) dell’azienda.

Tornò poi a lavorare sul campo, producendo un vero monumento come La notte della Repubblica, che resta la più grande testimonianza, sia pure inevitabilmente imperfetta nelle conclusioni, sugli anni di piombo. L’intervista a Moretti fece epoca. Ricordo di averlo incontrato quando lavorava al programma. Era già un tempo in cui la concorrenza aveva costretto la Rai a rivedere i suoi criteri produttivi, e una lunga produzione documentaristica come quella che Zavoli guidava, mescolando ricerche minuziose, montaggi complessi, interviste da studio e in esterna, cominciavano ad essere guardate con qualche arricciamento di labbra: richiedevano infatti risorse significative e tempi più lunghi del normale. A Zavoli, per fortuna, veniva riconosciuto un trattamento speciale, ma in qualche modo fu l’ultima volta. La notte della Repubblica resta un capolavoro insuperato, ma il giudizio finale di Zavoli sulla Rai non poté essere che questo: una grande occasione mancata.

Lui continuò a lavorare con determinazione, forte di una grande calma e di una voce incantevole. L’approdo alla politica, non da militante ma sempre orientato alla speranza di migliorare il sistema della comunicazione, è stato l’ultimo passaggio obbligato della sua carriera. Il tributo pubblico che le istituzioni gli hanno riservato, negli ultimi passaggi della sua vita pubblica e ora in morte, resta il segno di un riconoscimento dovuto all’uomo e al professionista, e in qualche modo la nostalgia per quanto Sergio Zavoli avrebbe voluto avvenisse nel mondo del giornalismo italiano, ma che non è avvenuto.

Nella foto (da Raiplay): Zavoli in "la notte della Repubblica"

Ultima modifica: Mer 5 Ago 2020