L'odio on line dimostra che abbiamo ancora bisogno dei giornalisti

foto di Giorgio Marota.  

All’interno del 4° Rapporto Carta di Roma...

( http://www.cartadiroma.org/wp-content/uploads/2016/12/Rapporto-2016_-cartadiroma.pdf ), “Notizie oltre i muri”, è contenuta anche un’analisi della comunicazione su Twitter dopo l’episodio in cui nel luglio scorso a Fermo ha perso la vita Emmanuel Chidi Nnamdi, che era stato violentemente picchiato da Amedeo Mancini, descritto come un ultrà di estrema destra.

Mentre le testate di informazione trattavano l’episodio come espressione di atteggiamenti razzisti o almeno intolleranti, su Twitter è comparso l’hastag #IostoconAmedeo. Ed è di qui che è passato il peggio del peggio dell’intolleranza, del razzismo e anche del sessismo.
Molti tweet, infatti, se la sono presa con la moglie di Emmanuel, Chinyere (che era con lui al momento del fatto), definendola vedovella, negroide, parassita, la nera, amica di Boldrini, bugiarda, negra, troia, rissosa, negretta, mogliettina colorata. Ma i tweet se la sono presa anche con chi aveva espresso solidarietà a Emmanuel, come don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, o la presidente della Camera Laura Boldrini, che sono stati etichettati come “buonisti”, “ipocriti”, “terzomondisti”.

In sostanza, è stata ancora una volta messa in campo la rappresentazione della contrapposizione tra chi sta con “noi italiani” (cioè difensori della cultura nazionale) e chi starebbe con “loro immigrati” (cioè i buonisti e i comunisti). I tweet, si legge nel rapporto, «sono un campionario classico di razzismo, frasi che sfociano da radicati sentimenti contro il diverso. Si rifiuta l’accusa di razzismo, ma poi si usano termini quali beduini, negro, cioccolatino, uomodigolore, si generalizzano opinioni denigratorie sulla base del colore della pelle
(conosco i negri e sono dei bugiardi), si stravolgono i fatti (Amedeo in carcere per essersi difeso
dalla furia dei clandestini nigeriani), si incita all’odio e alla reazione (questi negri han rotto il c..., è ora di difendere la nostra gente...). Almeno dal punto di vista dei contenuti espressi, questi interventi ricadano ampiamente nelle definizioni di hate speech».

La conclusione? Mentre i media tradizionali – e all’interno di essi i "famigerati" giornalisti professionisti, di cui va di moda non fidarsi perché cinici e bari e pure venduti – proponevano un’informazione che assumeva sfumature diverse a seconda della testata, ma comunque restava dentro «confini di tolleranza, solidarietà per le vittime e condanna al razzismo», sui social i cittadini esprimevano il peggio di sé e della nostra società.

E dunque, ancora una volta, è necessario difendere, e forse rivalutare, il senso di una categoria professionale in discredito, forse troppo. Una categoria che ha bisogno di ritrovare la serietà del proprio lavoro in quel “raccontare la verità” che non va più molto di moda, ma che rimane fondamentale per la convivenza sociale.

Ultima modifica: Gio 22 Dic 2016