Il 'chi è chi' del giornalismo: attori e registi di un’informazione re-intermediata

Il sistema dell’informazione, non solo italiano, si trova ad affrontare oggi le conseguenze di un processo ormai più che ventennale, che ha investito tutti gli attori coinvolti nell’intermediazione giornalistica – dai giornalisti ai media, dai produttori di eventi (politici, aziende, sportivi, artisti, etc.) al pubblico – e che, apparentemente, ha generato una situazione paradossale e nebulosa, in seno alla quale è davvero difficile individuare, e a maggior ragione intraprendere, una via d’uscita.

DALLA DISINTERMEDIAZIONE ALLA RE-INTERMEDIAZIONE

L’avvento dei media digitali, in primis la diffusione sempre più capillare della rete Internet a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, e poi in maniera sempre più strutturale con la nascita e lo sviluppo dei social media (in particolare nella seconda metà dei Duemila), ha generato il fenomeno della cosiddetta disintermediazione, ovvero la possibilità (reale o presunta), da parte degli attori di determinate dinamiche sociali, di aggirare la figura intermedia che, fino ad allora, aveva svolto un ineludibile lavoro di tramite qualificato e professionalmente orientato. L’impatto del digitale ha imposto uno stravolgimento in numerosi settori, e creato difficoltà a diverse forme di corpi intermedi.

Nel sistema dell’informazione, questo stravolgimento si è oltretutto innestato in una preesistente situazione di crisi, economica e di credibilità, che ha fatto sì che il giornalismo sia divenuto il caso probabilmente più emblematico di questa disintermediazione. Non si è trattato, infatti, della mera presa di coscienza, da parte di produttori di eventi e cittadini, di poter fare a meno dell’intermediazione giornalistica, ma della percezione di potersi “liberare” di un passaggio superfluo, se non dannoso, per accedere alla verità dei fatti (per i cittadini) o per veicolarla (per i produttori di eventi).

Alla luce delle evoluzioni tecnologiche e culturali che si sono succedute da allora, nell’attuale panorama dei media caratterizzato dal dominio delle piattaforme, la disintermediazione sembra aver avuto come esito un significativo cortocircuito. Invece di tradursi nella capacità dei produttori di eventi di raggiungere il cittadino in maniera più efficace, e del cittadino di selezionare più accuratamente le notizie di suo interesse, la disintermediazione ha accelerato e, per certi versi, animato quell’overload informativo che, concretamente, ha costretto il cittadino a districare da solo in un diluvio di informazioni rispondenti a più o meno espliciti interessi di parte. Il risultato, paradossale, è che dalla voglia di disintermediazione si è passati, nel giro di pochi anni, a un bisogno, quasi un’urgenza, di una re-intermediazione, che aiuti il cittadino a fare fronte a una mole di fatto incontrollabile di dati, notizie, eventi, ricerche, opinioni, commenti, eccetera.

Ma di quale re-intermediazione stiamo parlando? In altre parole, chi è oggi chiamato a occuparsi della complessiva opera di ricostruzione della realtà e della relativa costruzione di significato, per riprendere le parole di Carlo Sorrentino, e di messa in forma delle informazioni, per citare Michael Schudson? Chi oggi si occupa dei compiti di reperimento, verifica, selezione, gerarchizzazione, interpretazione, contestualizzazione, commento e presentazione dei fatti, degli eventi e delle notizie, per riprendere la classificazione proposta da Alberto Papuzzi? Si tratta della figura professionale storicamente appannaggio del giornalista; ma nel quadro attuale, è sempre e solo il giornalista a incarnarla? Da un’analisi dello scenario, che ognuno di noi può compiere anche solo riflettendo sulle proprie modalità di fruizione delle notizie e dell’informazione, la risposta non può che essere negativa. Vi sono infatti numerose altre figure che oggi portano avanti i compiti teoricamente appannaggio del giornalista.

IL PRODUTTORE DI EVENTI, IL CITTADINO

La prima figura da analizzare resta quella per certi versi protagonista della disintermediazione, più o meno illusoria, fin dalle sue premesse, ovvero il produttore di eventi. Lo sviluppo dei media, la loro evoluzione nel senso della piattaformizzazione, l’emergere di figure nuove, native degli ambienti digitali e delle piattaforme, in grado di configurarsi come produttori di eventi (come per esempio i content creator, gli influencer, etc.), hanno contribuito ad aumentare, senza limiti apparenti, l’overload informativo. Non solo: la crescente complessità del quadro politico, sociale e culturale, acuita in maniera significativa dagli eventi degli ultimi anni (in primis, com’è ovvio, la pandemia, ma anche la guerra in Ucraina, l’evoluzione dello scenario politico nel senso del populismo, etc.) ha aumentato anche le “sacche” di incertezza, di dibattito, di polemica; l’evoluzione tecnologica e culturale delle piattaforme, di pari passo, ha aumentato la possibilità di monetizzare il proprio engagement, rendendo fruttuosa, al di là di ogni ulteriore considerazione, la presa di posizione su argomenti di interesse pubblico.

La seconda figura è l’altra protagonista della disintermediazione, ovvero il cittadino. La scelta terminologica è tutt’altro che casuale: l’utente, infatti, dal punto di vista del ruolo sociale del giornalismo, è quello interessato al corretto funzionamento della vita democratica della società. Non è quindi da confondersi con altri possibili (e legittimi) ruoli incarnati dallo stesso utente, ma in veste di portatore di un interesse, come per esempio il consumatore, il militante, il fan, etc. La progressiva diffusione dei social media, tuttavia, ha reso inevitabilmente sfumati i confini di questa distinzione: nel momento in cui ognuno di noi dispone a piacimento della propria identità digitale (com’è inevitabile, e complessivamente giusto), appare difficile distinguere se un contenuto possa configurarsi per gli altri utenti come un’informazione in senso proprio (per esempio la smentita o la conferma di una notizia da parte di un utente presente in prima persona dove ha, o non ha, avuto luogo) o come un’opinione di parte, una mistificazione, una forma di ironia, etc.

È dalla continua e confusa interazione (più o meno) informativa tra questi due attori che, come detto, prende forma la “zona grigia” in cui una re-intermediazione è necessaria, ma difficilmente gestibile, proprio perché ogni utente diventa produttore di contenuti e quindi potenziale produttore di eventi per un altro utente, senza per questo dare la possibilità di mettere ordine e struttura nel processo che prende forma. È in quest’ottica che si sono sviluppati sistemi generalmente automatizzati di selezione e gerarchizzazione, trasformando gli algoritmi in attori rilevanti di questo processo informativo. È necessario evidenziare come questi algoritmi si configurano, almeno formalmente, come dei supporti all’utente: che siano quelli che governano i motori di ricerca o i social media, quelli che sovrintendono alle piattaforme o agli aggregatori di notizie, essi restituiscono all’utente ciò che, in maniera più o meno esplicita, egli ha affermato corrispondere ai propri interessi. Da questo punto di partenza, tuttavia, hanno preso forma dinamiche di esposizione selettiva che hanno generato “bolle” o “camere dell’eco” (per riprendere le due terminologie più usate, filter bubble e echo chamber), in cui sostanzialmente l’utente riceve conferma di idee preesistenti o stimoli in linea con quelli che lui stesso ha generato nei confronti dei suoi device. Ancora una volta, l’idea predominante è quella di assecondare una voglia, e non di rispondere a un bisogno.

I SOCIAL E IL DISORDINE INFORMATIVO

Vi è poi una riflessione specifica da fare sugli ambienti che, nel corso del tempo, hanno assunto gradualmente centralità nella diffusione e nella condivisione di informazione: i social media. Oltre alle dinamiche già evocate, è importante sottolineare il peso rilevante che la logica social riveste nella diffusione delle informazioni. Un punto nodale, a mio avviso, va situato all’altezza del social media management, ed è strettamente collegato con la titolazione da un lato, con l’aderenza alle pratiche di SEO dall’altro. La massimizzazione dell’engagement e le logiche di spreadability, tipiche dei social, accentuano la propensione a scegliere una titolazione calda, che possa accendere un dibattito, ma che frequentemente non si traduce in un effettivo consumo della notizia. E non appare casuale che, tra i fenomeni deleteri che riguardano il giornalismo e anche ciò che “sembra” giornalismo, c’è il cosiddetto clickbaiting, ovvero la scelta di un titolo a effetto, più o meno slegato dal contenuto, per spingere a cliccare su una notizia, attivando le modalità di monetizzazione, ma non propriamente quelle di informazione.

Anche in quest’ottica, non sorprende che la suddetta “zona grigia” sia diventata progressivamente l’ideale terreno di coltura di uno dei fenomeni maggiormente rilevanti in ambito mediale negli ultimi anni, ovvero i disordini dell’informazione, le cosiddette “fake news”. A differenza dei casi precedenti, in cui almeno in teoria l’idea (o l’illusione) di partenza è quella di orientarsi a un’intermediazione informativa (in cui la criticità risiede nell’interesse di questa intermediazione), nell’ambito dei disordini dell’informazione assistiamo alla sovversione del principio giornalistico, in cui la finalità dell’intermediazione non è quella di ricostruire la realtà, ma quella di mistificarla. Riferendoci nello specifico alla tripartizione proposta da Wardle e Derakhshan nel 2017 tra misinformazione, malinformazione e disinformazione, osserviamo come i produttori di dis-informazione (ovvero notizie false create con lo scopo di nuocere a persone, istituzioni, aziende, etc.) si propongano in maniera più o meno esplicita di usurpare il ruolo di mediatori proprio dei giornalisti, dai quali oltretutto mutuano tecniche, mezzi e apparenze.

Vi è poi infine una delle categorie maggiormente interessanti da analizzare, in special modo in Italia, alla quale io stesso ho dedicato una riflessione specifica su Desk nel 2019, e che potremmo ribattezzare (non)giornalisti: i protagonisti sono coloro che, in qualche modo, fanno informazione, ma che non sono formalmente dei giornalisti. Programmi televisivi come Propaganda Live, Striscia la Notizia, Le Iene e Sfide, autori come Zerocalcare, scrittori come Roberto Saviano e Carlo Lucarelli, propongono contenuti oggettivamente riconducibili a una ricostruzione della realtà, percorrendo un approccio narrativo al giornalismo che ha nobili origini. La loro mancata appartenenza al novero dei giornalisti, tuttavia, pur non escludendo la possibilità di offrire un contenuto di elevata qualità informativa, nel complesso e rigido sistema professionale italiano caratterizzato dall’Ordine dei giornalisti si configura come un ulteriore fattore di opacità, in particolare agli occhi del fruitore finale.

LA TRAVERSATA DEL DESERTO DEI GIORNALISTI

E vengo quindi al passaggio finale, all’attore volutamente lasciato per ultimo in questo ragionamento: tra chi fa il giornalista, in Italia, c’è ancora chi è giornalista. Sembra una banalità, ma alla luce del quadro descritto, purtroppo non può esserlo fino in fondo. Da quando è stato felicemente aggirato in nome della disintermediazione poi rivelatasi illusoria, il giornalista ha iniziato una “traversata nel deserto” in cui venivano messi in discussione alla radice tutti gli aspetti della sua professionalità, dal ruolo sociale al modello di business fino alla formazione. Oggi che viene richiesto a gran voce un ripristino di una intermediazione di natura giornalistica, il giornalista si ritrova da un lato riabilitato da una generale presa di coscienza, più o meno esplicita, di quanto il suo ruolo sociale fosse, ed è, necessario al corretto svolgimento della vita democratica; dall’altro, si trova indebolito nella sua capacità di continuare o ricominciare a incarnarlo. E oltre alle problematiche preesistenti in termini di crisi finanziaria e di credibilità, il quadro è divenuto ancora più complesso proprio alla luce dell’emersione di tutte le figure concorrenti elencate poc’anzi. Figure che, nella pratica, offrono una forma di intermediazione nell’accesso e la ricostruzione della realtà; ma ognuna di queste pone evidenti criticità per quanto riguarda la qualità di questa intermediazione, ovvero l’universo etico-valoriale che la ispira.

Valori come la ricerca della verità, l’indipendenza, l’accuratezza, la responsabilità, l’obiettività, l’interesse esclusivo del pubblico: non è difficile individuare a quali livelli ognuno degli attori citati pone dei problemi. Si impone quindi, in conclusione, una riflessione sul precipitato professionale della dimensione etico-valoriale, ovvero la deontologia. L’Italia, con l’Ordine dei Giornalisti, ha tutti i mezzi per imprimere una applicazione pedissequa della deontologia, ma di pari passo con le difficoltà professionali ha riscontrato e riscontra crescenti difficoltà per affrontare in maniera efficace e credibile sfide e difficoltà che emergono dall’evoluzione del panorama dei media e delle pratiche che lo caratterizzano.

La sfida deontologica è ambiziosa come quella etica: è probabilmente necessaria una riflessione ampia e strutturale sull’impostazione stessa della deontologia e della sua amministrazione, che possa consentire all’Ordine, e ai giornalisti che vi sono iscritti, di affrontare le criticità attuali e di prepararsi a quelle, già presenti, che oggi sembrano sul punto di decollare: dalle forme tecnologicamente determinate di giornalismo (come la platform press, l’automated journalism, le forme di giornalismo che usano la realtà virtuale o aumentata eccetera, che implicano e implicheranno forme professionali altamente qualificate diverse dal giornalista ma che avranno un impatto simile, se non superiore, nella definizione del prodotto giornalistico) alle dimensioni culturali che promettono di avere un forte impatto sulla realtà che il giornalista sarà, in ogni caso, chiamato a mediare (dallo sviluppo delle intelligenze artificiali al metaverso).

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Ultima modifica: Sab 17 Giu 2023