La storia dell’Ucsi
Nel nostro Paese la nascita di un’associazione di giornalisti di ispirazione cristiana ha subìto una gestazione difficile e travagliata. Il primo tentativo risale al 1934, quando l’iniziativa fu bloccata dal regime fascista. Il secondo tentativo è stato ispirato da mons. Giovanni Battista Montini nel 1940, quando, con la nascita della Pia Unione S. Francesco di Sales, si iniziò a garantire una formazione culturale e spirituale ai giornalisti. Ma l’Ucsi nasce nel settembre del 1959 per opera di un gruppo di uomini di cultura, come Raimondo Manzini, il primo presidente nazionale, Giuseppe Dalla Torre, Guido Gonella, Pietro Pavan e Andrea Spada[2]
Il sen. Alberto Monticone, nella sua relazione al Convegno, ha ricordato come l’Unione abbia prima concorso a preparare il Concilio Vaticano II, e poi, sia stata portatrice del suo messaggio: «La Chiesa uscita dal Vaticano II non aveva bisogno di portavoci del suo messaggio, bensì di giornalisti della stampa e dei mezzi radiotelevisivi capaci, anzitutto per personale qualificazione, di creare un linguaggio sempre nuovo, di sapore conciliare e costituzionale, intellegibile dai cittadini».
Il ruolo sociale che svolse l’Ucsi fu considerevole; i princìpi su cui scelse di fondare la sua azione erano quelli «di laicità e di cittadinanza» per tradurre il dialogo Chiesa-mondo voluto dal Concilio Vaticano II insieme alla promozione dei princìpi della Costituzione italiana nel mondo dell’informazione.
Nel 1965, a Recoaro, l’Unione cominciò ad organizzare convegni di studi sull’identità del giornalista e sulla cultura dell’informazione. L’ispiratore degli appuntamenti successivi, di Fiuggi e Viterbo, fu Flaminio Piccoli, presidente sino al febbraio del 1992 [3]. Nel dicembre di quello stesso anno, il XII congresso di Bologna, guidato da Paolo Scandaletti, allora presidente, segnò un’altra grande svolta nella vita dell’Unione. Si riformò lo statuto riconfermando l’appartenenza ecclesiale – l’assistente ecclesiastico, infatti, è nominato dalla Conferenza episcopale italiana – e introducendo l’incompatibilità degli incarichi per gli iscritti all’Unione con cariche amministrative o di partito [4].
Negli anni Settanta le minacce delle Brigate Rosse ai giornalisti misero a dura prova il cammino dell’Unione, che continuò ad operare «anche al prezzo di subire attentati, ferimenti e uccisioni, per la difesa dei valori della convivenza civile, e a compiere una decisa scelta politica e istituzionale».
Negli anni Ottanta il tramonto delle ideologie, l’egemonia dei partiti, l’inizio della secolarizzazione della società, gli effetti della rivoluzione telematica, la «pressione dei poteri forti interni ed internazionali e [i] flussi di modelli di pensiero o di comportamento indotti dal moltiplicarsi di una comunicazione spesso sradicata da valori umani e civili profondi», impose all’Unione un ulteriore ripensamento per non correre il rischio di difendere posizioni fondamentaliste. Così «rinvigorì il proprio carattere di distinzione dalla comunicazione ecclesiale, […] e completò la sua autonomia dai partiti, già avviata in precedenza nei confronti della stessa DC». Per questa scelta, che Monticone definisce di «laicità sostanziale» e «positiva», furono determinanti per l’Unione i contributi culturali di Giuseppe Lazzati e di Emilio Rossi.
Dalla fine degli anni Novanta l’Ucsi si impegnò a favore della riflessione culturale sulla professione giornalistica in sintonia con il progetto culturale che la Chiesa italiana aveva inaugurato nel Convegno nazionale di Palermo del 1995.
La politica nell’ultimo decennio, invece, ha imposto ai giornalisti di ispirazione cristiana una nuova ricollocazione etica all’interno dell’Ordine: «Lo scatenarsi del terrorismo internazionale e la reazione contro di esso attraverso gli interventi militari nell’area medio-orientale hanno riportato ad una nuova bipolarità, non più tra grandi potenze ideologicamente schierate, bensì tra metodi di uso politico della violenza o della forza militare, con gravissime conseguenze per l’umanità; in Italia il bipolarismo, normale in democrazia, ha smarrito, […] parte notevole delle sue motivazioni riconducibili al bene comune e al radicamento nella cittadinanza».
Davanti a questo scenario, per un giornalista di ispirazione cristiana si sono aperte nuove domande etiche, i cui estremi sono «il servizio al bene comune o essere semplicemente di parte».
Per Monticone è dunque necessario che l’Unione ritorni a far proprie le motivazioni che la fecero nascere così da dare «spazio qualitativo ed etico alla professione per il migliore servizio al bene comune nella autentica laicità del giornalista. Non più in un contesto di cristianità e di comunità nazionale coesa, ma in un terreno aspro da arare in maniera originale, eppure passibile di fecondità civile e cristiana».
Il Manifesto per un’etica dell’informazione proposto dall’Ucid
Nella sua relazione, Andrea Melodia, presidente dell’Ucsi, si è soffermato sull’aspetto etico della professione del giornalista: «A fronte di un giornalismo sempre più spettacolarizzato – ha ricordato -, l’Ucsi ha scelto di […] sostenere una professione consapevole, competente e responsabile, che sia in grado di contrastare un mondo giornalistico autoreferenziale ed asservito ai poteri forti».
Da questa volontà è nata l’idea di elaborare e promuovere la sottoscrizione di un Manifesto per un’etica dell’informazione, già firmato da numerose associazioni e da singoli professionisti della comunicazione, illustrato nel corso del Convegno da Adriano Fabris, docente di Etica della comunicazione e Filosofia morale all’Università di Pisa.
Gli obiettivi del Manifesto sono due: rilanciare il significato dell’etica della responsabilità e dell’agire consapevole. «È diventata indispensabile una formazione impegnata sulla comunicazione per chi la fa e per chi la fruisce – ha spiegato Adriano Fabris -, affinché le criticità del sistema dei media possano essere affrontate con la collaborazione ed il sostegno di istituzioni e cittadini».
Il dettato del Manifesto include le disposizioni dei codici deontologici della professione, ma vuole esplicitare alcuni princìpi che fino ad ora non sono stati autoregolamentati o che si collocano in una sorta di «zona intermedia», apparentemente neutra dal punto di vista morale. Pertanto le finalità del Manifesto vogliono essere quelle di creare un’alleanza trasversale nel mondo dell’informazione, per fondare un nuovo tipo di cultura e di testimonianza.
Ecco in sintesi i dieci punti del Manifesto: 1) Difendere la verità della notizia [5]; 2) Essere capaci di discernere[6]; 3) Essere corresponsabili con il proprio gruppo [7]; 4) Giustificare le proprie interpretazioni [8]; 5) Privilegiare i dati oggettivi sulle interpretazioni soggettive [9]; 6) Conservare la libertà di pensiero sulle pressioni dei poteri forti [10]; 7) Coniugare competenza, tecnica e creatività; 8) Verificare nella propria quotidianità la fedeltà ai princìpi in cui si crede [11]; 9) Tutelare la propria autonomia [12]; 10) Coltivare la propria formazione umana e spirituale [13].
Affinché questi princìpi possano generare comportamenti coerenti e credibili, l’Ucsi ritiene necessaria la collaborazione con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, con la Federazione della Stampa e con le associazioni professionali dei pubblicitari e dei relatori pubblici, per gestire insieme programmi formativi coerenti ai princìpi esposti.
Fondamentale è poi la promozione di questi princìpi con quei cittadini, associati in forme di cittadinanza attiva che considerano il mondo dell’informazione determinante per il mantenimento della nostra democrazia.
Conclusioni
Il cammino dell’Ucsi, continua con i suoi circa 3.000 iscritti, che, curiosamente, operano soprattutto in media non cattolici.
Le principali proposte culturali dell’Unione, per favorire il dialogo Chiesa-mondo, rimangono il Rapporto annuale sull’informazione in Italia (giunto alla settima edizione) edito insieme al Censis, la rivista Desk e la collaborazione al Progetto culturale della Cei.
Certo, la prova dell’importanza e della credibilità del Manifesto sarà data dalla qualità della testimonianza che i soci Ucid daranno anzitutto nei loro ambienti di lavoro, infatti, sappiamo come in tempi di crisi, i princìpi si trasmettano soprattutto per osmosi, da persona a persona. Ma allo stesso tempo intorno ai princìpi del Manifesto si potrà basare la formazione dei giovani giornalisti che sia attenta alla persona e alla crescita della democrazia.
Nel suo intervento al Convegno, Vania De Luca, ha definito l’Ucsi «una minoranza creativa», mentre p. Pasquale Borgomeo ripeteva spesso di continuare a basare i propri programmi su una duplice sfida: «apertura e dialogo».
Crediamo siano le caratteristiche più appropriata per questo gruppo di laici impegnati che, fedeli allo spirito del Concilio Vaticano II, operano per portare «frutti per la vita del mondo».
[1] I principali interventi al Convegno sono stati quelli del cardinale Roberto Tucci, Vice-presidente Ucsi dal 1961 al 1982, del sen. Alberto Monticone, di Andrea Melodia, presidente Ucsi e di Paolo Scandaletti direttore della rivista Desk. Sia le relazioni del Convegno sia il «Manifesto per un’etica dell’informazione» si possono trovare nel sito dell’Ucsi: www.ucsi.it
[2] L’art. 1 dello statuto dello statuto precisa le finalità e la natura dell’Unione: «L’Ucsi è un’associazione professionale ed ecclesiale che trova ispirazione nel servizio alle persone, nel Vangelo e nel Magistero della Chiesa. L’Unione che è articolata territorialmente in Associazioni regionali, ha sede in Roma ed è posta sotto il patrocinio di San Francesco di Sales».
[3] L’Ucsi ha avuto fino ad ora sei presidenti: Raimondo Manzini (1959-1968); Flaminio Piccoli (1968-1992); Paolo Scandaletti (1992-1999); Emilio Rossi (1999-2002); Massimo Milone (2002-2008); Andrea Melodia, in carica dal gennaio 2009.
[4] Gli assistenti ecclesiastici sono stati: mons. Fausto Vallainc (1962 – 1972); mons. Elio Venier (1972-1975); p. Bartolomeo Sorge (1975-1985); p. Pasquale Borgomeo (1985-2009), p. Francesco Occhetta, dal gennaio 2010.
[5] Il Manifesto precisa anzitutto che la corretta informazione, «non deve essere condizionata dalle logiche dello spettacolo o da quelle dell’intrattenimento».
[6] In una società in cui tutto è diventato comunicazione «il giornalista è chiamato a scegliere le notizie importanti da quelle inutili, e a rendere ragione dei criteri di valutazione che lo hanno indotto a prendere determinate decisioni».
[7] Il principio chiede di riflettere non solamente sulla propria, ma anche «sulla responsabilità collegiale della redazione, che sceglie, seleziona, ordina e gerarchizza le notizie».
[8] Il giornalista deve sempre essere in grado di dar ragione pubblicamente dei criteri della sua interpretazione della realtà, «il riferimento a un’ideologia o a una credenza non sono mai giustificazioni valide per manipolare o giustificare le notizie».
[9] Per poter essere credibile «davanti ai lettori, all’editore e a se stesso, il giornalista quando racconta la “sua” verità è chiamato a rispettare le informazioni oggettive in suo possesso».
[10] Per salvaguardare l’autonomia della professione e il diritto alla libera espressione delle proprie opinioni, sono necessarie alleanze tra «le categorie professionali dei comunicatori e dei giornalisti, per arginare il rapporto nei confronti dei cosiddetti «poteri forti» e delle direzioni delle Relazioni Esterne che distribuiscono i budget pubblicitari e gestiscono gli uffici stampa inquinando le fonti dell’informazione».
[11] La coerenza tra princìpi e vita si misura e la si verifica nella quotidianità, «solo così – afferma il Manifesto – il mestiere del giornalista può mantenere dignità e spessore».
[12] Difendere l’autonomia del giornalismo come condizione essenziale «dell’esercizio e della libertà di pensiero, dei compiti e della missione che sono propri della sua attività professionale».
[13] Investire in formazione e mantenere «una stretta alleanza tra l’ambito della professione giornalistica e l’ambito della ricerca e dell’insegnamento in materia di comunicazione».

