XII Regola
Il nemico si comporta come la donna che diventa debole davanti alla forza e forte davanti alla dolcezza. Infatti, come è proprio della donna che litiga con qualche uomo perdersi d’animo e fuggire quando l’uomo le mostra il viso duro, – mentre al contrario, se l’uomo comincia a fuggire e a perdersi d’animo, l’ira, la vendetta e la ferocia della donna sono molto grandi e smisurate -; così è proprio del nemico indebolirsi, perdersi d’animo e indietreggiare con le tentazioni quando la persona che si esercita nelle cose spirituali si oppone con fermezza alle sue tentazioni, facendo in modo diametralmente opposto. Ma se, al contrario, la persona che si esercita comincia ad avere timore o a perdersi d’animo nel fronteggiare le tentazioni, non c’è sulla faccia della terra bestia più feroce del nemico della natura umana che persegua con maggiore malizia il proprio dannato intento (E.S., n. 325).
Il nemico vuole bloccare il nostro cammino. San Ignazio usa qui un’immagine fuori moda che faceva parte della sua cultura. Ma nella dinamica che spiega, in cui invece della donna potremmo metterci l’uomo, c’è del vero. L’unica forza che ha il nemico su di me per vincermi è quella che io gli permetto. La mia paura e la mia incertezza sono l’inizio della sua forza, in particolare è la paura della morte che permette al nemico di illuderci pensando che ci stia regalando vita vera!
In fondo la vita vera si fonda su una promessa: “Non temere”. Da Maria in poi il nemico si vince così. Per questo bisogna avere fede, per vincere il male e non farsi del male, altrimenti la paura ti pone innanzi il male che temi: ritieni vere le cattive fantasie, le dai corpo e le realizzi.
Quando dunque senti paure, non nasconderle e non nasconderti; sarebbe peggio. In questi momenti bisogna essere decisi e dirsi dei no o dei sì chiari. Se vacilli il nemico ti vince. Invece di restare pietrificato davanti agli inganni, affidati al Signore Dio della vita e digli come il salmista “nelle tue mani è la mia vita, anche il mio cuore riposa al sicuro”. È l’unica via per uscirne. Il Vangelo è chiaro: o si serve Dio o Mammona. Chi pensa di non servire nessuno dei due si illude e serve Mammona.
XI regola
Se sei consolato pensa a umiliarti e a ridimensionarti, pensando al poco che vali nella desolazione, senza quella grazia o consolazione. Al contrario, se sei nella desolazione, pensa che, con la sua grazia, puoi resistere, prendendo forza dal Signore (E.S., n. 324).
La consolazione è un dono, non è né una conquista né un privilegio di qualcuno. Come ogni dono è immeritato e chi la sperimenta gode del dono di Colui che lo dona, la persona del Donante.
Certo, è necessario mantenersi umili per capire cosa significa davvero essere felice. La superbia o l’autosufficienza sono i peggiori nemici che ti portano a dire: “mi impossesso di quello che mi è stato donato”.
“Il vuoto attira il pieno” si dice: solamente se nel tuo cuore c’è spazio potrà entrare la consolazione di Dio. È l’esperienza di chi lascia le cose che pesano e cammina solo con quelle che servono. Questa è la vera povertà spirituale di cui parla Luca. Altrimenti se viviamo da ricchi per Dio non ci sarà mai posto, di Lui non avremo bisogno, “lo conosciamo già” o l’abbiamo già fabbricato a nostro “uso e consumo”.
Per questo il nemico ti tenta per farti diventare vanitoso e autosufficiente. Ma quando la terra sotto i piedi inizia a tremare ti lascia senza nulla e uno si rende conto che non è Creatore ma solamente creatura chiamata a stare in relazione con il suo Creatore !
X Regola
Quando sei consolato pensa a come ti troverai nella desolazione che in seguito verrà e accumula nuove forze per allora (E.S., n.323).
Nella consolazione, cosa fare e pensare pensare? Invece di possederla anzitutto vivila come dono, poi non vantarti, pensa cosa fare nella desolazione che di certo seguirà.
La consolazione, e il ricordo di essa, ti servono per andare avanti anche nei momenti di oscurità. La fede stessa è ricordo di ciò che Dio ha fatto, che diventa chiarezza e forza interiore per leggere e reggere positivamente la realtà, alla luce della sua promessa, solamente se sai fare memoria.
Non credere di essere già arrivato, rimane da fare un lungo cammino. Molte persone, o gruppi di preghiera, cristiani o credenti di altri credo, ricercano nell’esperienza religiosa le loro sensazioni. E’ il fenomeno del fitness spirituale. Questo non deve mai essere il fine della preghiera. E’ solo un mezzo – per altro ambiguo! -, che Dio dà quando, come e se ritiene opportuno; mai può essere ricercato in sé, o addirittura preteso, e sempre verrà, prima o poi, sottratto.
Le persone che cercano consolazioni sbrigative a “somiglianza degli animali, – è stato scritto – seguono l’istinto del piacere, e non il desiderio dell’amore”.
La consolazione ti è data per caricare le batterie e accumulare energie nella tua lotta quotidiana contro il male, per amare e servire meglio il Signore. Impadronirti di essa, senza servirtene per lodare Dio e aiutare il prossimo, è il peccato a cui sei più esposto, l’egoismo allo stato puro. Per questo Dio ti fa pochi doni fin che non sei umile: li useresti per vantarti. Il male, da Adamo in poi, è impossessarsi dei doni di Dio. Servirsi del bene per fare il male, è il peccato originale, che origina ogni peccato – cosa comune e poco originale anche se è così fin dall’origine.
IX regola
Tre sono le cause principali per cui sei desolato. La prima è perché sei lento, pigro o negligente: è colpa tua se la consolazione spirituale si allontana da te. La seconda, perché Dio vuole dimostrarti quello che sei e quanto avanzi senza l’incentivo delle sue consolazioni. La terza, perché tu sappia per esperienza tua che non sta a te procurarti o mantenere grande devozione, amore intenso, lacrime, e qualunque altra consolazione spirituale, ma che tutto è grazia di Dio, in modo che tu non faccia il nido in casa altrui, inorgogliendoti o attribuendo a te ciò che è dono di lui (E.S., n. 322).
Nella spiritualità gesuitica la riflessione segue l’esperienza vissuta. Non al contrario, come spesso si fa, conformando anche l’azione ad una riflessione teorica e sterile.Per questo Ignazio scrive questa regola per aiutare chi vive “la battaglia” spirituale a riflettere in profondità sul suo vissuto per non incorrere negli antichi pericoli.La regola parla di tre possibili frutti: ripensare la propria vita; vivere nella profondità la propria quotidianità; affiancarsi alle persone che incontriamo on grande umiltà.Fino ad ora la desolazione è stata definita come uno status che si vive. Il rimedio? Se cammino sotto la grandine senza ombrello anzitutto fermati. Non mancano persone che continuano a camminare facendosi del male chiedendosi il perché sta grandinando o rimproverandosi di non aver preso l’ombrello. Adesso invece Ignazio ci spiega le cause della desolazione e come interpretarla. Le cause della desolazione possono essere tre, commenta p. Fausti: “il male fatto da te, il male fatto a te, e il male che esce da me e dagli altri”. Sono le tre parti di cui è costituito un fiore: i petali, il gambo e le radici del male. In termini spirituali Ignazio chiede che attraverso l’ascesi ci si apra alla mistica. Attraverso un equilibrato governo di sé si apra il cuore perché possa entrare e dimorare.La prima causa della desolazione è il male che faccio: invece di seguire un ordine e fare scelte sensate, rischiamo l’impossibile. Quando viviamo queste esperienze la desolazione è il dolore del distacco tuo a Lui. Di certo non il contrario, il Signore non si allontana da noi.Si sente rimorso perché ci si rende conto che il tempo passa e risalire a scelte sbagliate o disordinate ruba una grande quantità di energia psicofisiche. Ci si senti spenti, tristi, senza desideri, vuoto, angosciato, non appagato da nulla, estraneo a tutti e a tutto, anche a te stesso, proprio perché sei fatto per altro, per un Altro e non per i tuoi vizi. Renditene conto!Per uscirne confessa il male che fai e senti, non giustificarti, la colpa non è di altri. Il male si vince riconoscendolo e poi facendo il bene. Fermati ad analizzare da che male devi guarire . (1)La seconda causa è il male che hanno fatto a te o gli altri o il dolore per il male fatto. Qui i ricordi ti possono tormentare, ti possono chiudere in te stesso e ti presentano un conto così salato che è molto più caro di quello che invece devi dare. Questo dolore purifica il tuo cuore, in fondo è il richiamo del Signore alla tua vita perchè vuole che tu ami lui, e non il tuo piacere di lui. Afferma p. Fausti: “Desidera che tu passi dalle consolazioni di Dio al Dio delle consolazioni, dall’amore dei suoi doni all’amore per lui. Non confondere le cose di Dio, con Dio stesso. Stai libero dalle prime concentrati sulla seconda”. Per questo momento la preghiera è come l’acqua in mezzo al deserto. Ma attento a cosa significa per te preghiera. Se è per trovare te, serve a poco, se è invece per trovare Lui per trovare te allora ti rincontrerai . (2)
La terza causa è piuttosto l’aria malsana che respiriamo tutti: la non conoscenza di me e di Dio.
Questa desolazione è la più dura, ma anche la più benefica. La desolazione qui è come la notte, di buio fitto nello spirito. Ti senti lontano da te, dal mondo e da Dio! Navighi a vista ma senza orizzonte e pieno di paura. Sei sgomento di non scorgere nessuna luce. Quel poco che ti è dato vedere è solo il male che ti abita dentro e affligge. Questa notte va accetta con coraggio, serve per crescere in fiducia, sapendo che tutto è dono di Dio. La desolazione ti tiene fiducioso: mi permette di conoscere ciò che ricevo come dono (a partire del dono della vita), e Lui, che tutto dà per amore. Se vivessi i solo e sempre consolato, non capiremmo il dono che viviamo. L’umiltà senza fiducia è depressione, ricorda p. Fausti, “la fiducia senza umiltà è presunzione. Depressione e presunzione sono i due nemici mortali. Sono sempre insieme, anche se di solito ne vedi solo uno – quello meno forte in quel momento” . Passi biblici: Lc 23,40-43: il buon ladrone riconosce di essere lì per colpa sua e si apre alla salvezza che gli offre il Signore che lo porta con sé nel suo Regno. Os 2,4-15: la devastazione è richiamo alla conversione. (3)
1)Os 2,16-25: il deserto è il luogo privilegiato per riprendere il dialogo d’amore con Dio.
Passi biblici:
2)Gen 15,1ss: Abramo ha fiducia nella promessa di Dio, anche senza vedere nulla.
3)Gen 18,1ss: Dio mantiene la promessa di donare il figlio quando Abramo e Sara non sono più in grado di generare.
VIII regola
Quando sei desolato, cerca di rafforzarti nei sentimenti contrari a quelli che senti, e pensa che presto sarai consolato (E.S., n. 321).

Cosa capita nella desolazione? Nella desolazione crollano le speranze false e gli dei che stavamo adorando. Poi vieni provato a crescere nella virtù della pazienza. Per questo l’apostolo Paolo si vanta per le tribolazioni perché sa che “la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,3-5).La pazienza permette di fare memoria di un passato ricco di bene, ti “tenere duro” nel presente fatto di desolazione, e come un raggi di sole ti illumina il futuro se desideri rimare saldo nel Signore che non tradisce. Puoi uscirne vivendo sentimenti contrari di quelli che provi nella desolazione: se sei sfiduciato, cresci nella fiducia; se sei triste regalati momenti di allegria (un film, una cena con amici, un buon teatro, un buon libro, una passeggiata in mezzo alla natura); se ti senti irascibile fai qualcosa che ti calmi; se ti senti insicuro poni ordine e fermezza alle tue azioni, se la sensualità ti vince prova ad autocontrollarti per uscirne, ecc. Se farai questo le voci del male che sembrano vincerti possono diventare l’occasione per capire come è importante ascoltare le voci del bene.Il giorno arriverà… ma fin che tieni chiusi gli occhi per la paura e la mancanza di forza, la notte non può finire! Insomma dipende da te.Attenzione però! Uscire dal periodo della desolazione non significa iniziare a pensare alle sue conseguenze… Questo tipo di scelta ti risucchierebbe un mare di energie. Chi si preoccupa del futuro, spesso non vive il presente. Le voci del male lavorano molto sulla nostra fantasia che noi confondiamo per realtà. Così sprechiamo le energie migliori per combattere difficoltà irreali, che non esistono ancora, e, forse, non ci saranno mai. Come è stato scritto “l’immaginazione della sofferenza futura è più dolorosa e angosciante di qualunque dolore presente, al punto che arrivi a farti del male reale per non sentire quello immaginario”. Puoi sempre e solo portare quel carico che c’è qui e ora. A me è capitato di accompagnare famiglie con figli ammalati o fortemente invalidi. Costatavo che nei genitori viene data una forza per poter continuare a portare avanti una situazione dura che sembra un’impresa impossibile .
Passi biblici: Rm 5,3-5; Gc 1,2-4; 1 Pt 1,6s; 4,13s: parlano del nostro atteggiamento positivo nella prova. Le tribolazioni frantumano i nostri idoli di speranza e ci danno la speranza nel solo Dio, l’unica che non delude.
VII regola
Quando sei nella desolazione, considera come il Signore ti lascia nella prova, affidato alle tue forze naturali, perché tu resista. Puoi farlo, con l’aiuto divino che ti resta sempre, sebbene tu non lo senta chiaramente: il Signore ti ha sottratto la sua consolazione, ma ti lascia sempre la sua grazia per combattere efficacemente il male (E.S., n. 320).
Cosa devo fare quando sono nella desolazione, quando tutto va male e non riesco a muovermi? Devo anzitutto pensare che i grandi temporali comunque finiscono. Questo atteggiamento interiore ti darà forza per attendere. Ricorda che Dio è fedele e non ti lascia. Pensa a Lui e non a te che comunque non saresti così fedele come lui.
La forza del male è la sua suggestione che ti plagia e influenza. Anzi se arriva a farti pensare che ce la fai richiederai di crederlo davvero.
Quando ti sta per vincere ricorda che il male e Dio non sono due opposti. Dio è Dio, il male è una creatura andata a male. Il punto è che se ti volgi al male resti incantato come dal serpente e cadi nelle sue fauci.
La tentazione è una prova. La parola greca peîra, da cui peiràzo (tentare), significa prova, tentativo, esperimento, quindi esperienza e conoscenza. Deriva da peìro, che significa attraversare da parte a parte con una punta, e ha la stessa radice di sperimentare, esperienza, esperto, pericolo, perito: è trovare il guado insperato, passare l’inguadabile.
Solo attraversando la desolazione farai “esperienza” e diventerai “esperto” e “perito”, superando il “pericolo” di “perire”.
La stessa desolazione sarà l’occasione per convertirti per essere realista, conoscendo i tuoi limiti, e diventare umile, acquistando fiducia in Dio.
Ogni esperienza comporta una certa fatica. La fatica non è una disfunzione o un errore: è semplice mancanza di allenamento. Invece di lamentarti, affrontala. L’abitudine ti allenerà, fino a darti il piacere di agire senza sforzo. Abbi quindi fiducia nella lotta: vedrai che ti irrobustisce spiritualmente.
Nel suo commento alle regole, p. Silvano Fausti ricorda una storia zen che racconta di un grande guerriero giapponese, di nome Nobunaga, decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente solo un decimo di quello avversario. Era sicuro che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi. Durante la marcia si fermò a un tempio scintoista e disse ai suoi uomini: “Dopo aver visitato il tempio, butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino”.
Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e gettò una moneta. Venne testa. I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà. “Nessuno può cambiare il destino”, disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia. “No davvero”, rispose Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su tutte e due le facce.
E la nostra moneta ha sempre solo testa, da quando lui ha preso su di sé la croce anche mia .
Passi biblici: 2 Cor 12,7-10: Paolo prega il Signore di liberarlo dall’ “angelo di Satana che lo schiaffeggia”, dalla “spina nella carne” che si sente conficcata dentro. Riceve come risposta: “Ti basta la mia grazia, che si manifesta pienamente nella tua debolezza”. Allora conclude: “Quando son debole, allora sono forte”, forte della forza di Dio.
1 Sam 17,38-51: Davide, nella sua debolezza, sfida e vince il gigante Golia con la “forza del nome del Signore”.
VI regola
Se nella desolazione non devi cambiare i primi propositi, ti gioverà molto reagire contro di essa, restando per esempio più tempo nella preghiera e nella meditazione, allungando gli esami e facendo, secondo che sarà meglio, qualche tipo di rinuncia volontaria (Esercizi Spirituali, n. 319).
Cosa devo fare nella desolazione? Combatterla e contrastarla, altrimenti ti assale.
Istintivamente sei portato a coccolare la desolazione, in una forma di vittimismo che si autocompiace del proprio male. Quando sei triste, vorresti che tutto il mondo fosse in lutto con te.
Non fai entrare la luce nelle finestre del tuo cuore, ti infastidiscono le presenze che hai intorno a te, la musica, ma ti piacce ricordare il male tuo e del mondo. Hai poi la consapevolezza che tutto sta andando a rotoli e “non è più come una volta”.
Non prestare ascolto e soprattutto non coltivare queste voci negative. Ridimensionale o ridicolizzale, se ci riesci. Nella desolazione non devi retrocedere, ma anzi reagire positivamente. La prova ti renda più forte: il pericolo del male diventi occasione per un bene maggiore.
Il male esce allo scoperto e oppone le sue resistenze, proprio quando, avendo deciso per il bene, ci lotti contro e lo stai vincendo.
Mostrati invece risoluto e fiducioso nel Signore, dedicandoti più intensamente al lavoro spirituale.
Con questo atteggiamento ti educhi a diventare libero dai tuoi umori altrimenti non farai nessun cammino spirituale: resterai schiavo dei tuoi stati d’animo, leggero come una piuma al vento.
Ti esalterai quando ti va bene, ti deprimerai quando le cose vanno male. Un teologa ha scritto: “sarai al di sopra o al di sotto di te, sempre fuori di te e mai in te stesso!”.
Se non sai che fare, mettiti a pregare, e vedrai che subito ti vengono in mente cose importanti da fare, pur di non pregare!
E’ necessario resistere a queste tentazioni e pregare più intensamente, anche se ti pare di perdere tempo.
Pregare in desolazione ti fa del bene per capire che a te non interessa né Dio né la preghiera. Questa è una grande scoperta, che ti associa a tutti i peccatori. Presentala a Dio e alla sua misericordia! La tua tenebra finalmente esce alla luce, ed è un dono. È l’inizio della tua libertà. Se preghi solo quando sei consolato, ti potresti addirittura illudere di essere santo o il migliore del tuo vicino.
Resistere e contrastare la desolazione è la massima libertà dal male e la vittoria sul male stesso. È una lotta tua, ma è anche una “pedagogia” divina, con la quale il padre educa il figlio, forgiandoli la capacità d’amare .
Passi biblici: Gen 32,23-32: Giacobbe, nella sua drammatica lotta notturna, riceve il suo vero nome: “Israele”, padre del nuovo popolo che nasce dal corpo a corpo con Dio.
Mc 14, 32-42: Gesù nel Getsemani, preso da tristezza e angoscia mortale, sentendo la ripugnanza alla volontà di Dio, essenza del peccato, la vince con la preghiera incessante: “Sia fatta non la mia, ma la tua volontà”. Da lui, per la prima volta sulla terra, Dio riceve il suo vero nome: “Abbà”.
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V REGOLA
Quando sei desolato, non fare mai mutamenti. Resta saldo nei propositi che avevi il giorno precedente a tale desolazione, o nella decisione in cui eri nella precedente consolazione. Infatti, mentre in questa ti guida di più lo spirito buono, nella desolazione ti guida quello cattivo, con i consigli del quale non puoi imbroccare nessuna strada giusta (E.S., n. 318).
Nel tempo della desolazione cosa non devi fare?
Quando sei abitato da questo tempo, la prima che non devi fare è prendere decisioni nuove. Rimani saldo in ciò che avevi deciso prima del tempo della tempesta in cui non riesci a vedere nemmeno in che direzioni stai andando. Sei interiormente troppo confuso e senza forze per investire nel futuro. Se in questo tempo senti di fare qualcosa istintivamente, non farlo! Sei agitato e non riesci a mettere insieme i dati per fare una scelta. Non fidarti dei tuoi impulsi, ma ricorda il tempo della consolazione e mantiene ferma la decisione presa nella luce. Se invece prendi una necessione nelle notte non avrai chiaro nemmeno la direzione che orienta il viaggio.
Nella desolazione, stai attento. Se sta grandinando e sei per strada, trova riparo e rimani lì fino a quando passa. Se ti stai abbronzando e il sole scotta, ricordati che esistono le creme! Se sei impaurito, non fuggire; se sei arrabbiato, non attaccare; se sei stufo, non sederti; se sei distratto e arido nella preghiera, continua a pregare. Altrimenti la desolazione ti vince. Insomma cerca una tua protezione, ti dovresti conoscere anche per tempi così.
Normalmente le decisioni prese nella desolazione sono sempre sbagliate, perché te le consiglia il nemico. Se sei sulla strada sbagliata, ti fa correre avanti, se sei sulla strada giusta, ti fa scappare indietro, con infiniti dubbi, timori del futuro, che ti fanno dire: “sto sbagliando tutto!”, “non ce la faccio più”.
Le decisioni che si prendono quando si è desolati sembrano urgenti e immediate. Il male ha bisogno di essere fatto “subito”, perché, se ci pensi, non lo fai e cambi presto idea!
Le scelte di bene sono il contrario crescono nella pazienza. Per dare la vita è necessaria una vita di tempo; per toglierla basta un istante.
Insomma quando sei confuso vai avanti tenendo nel cuore e nella mente quello che avevi già deciso. Quando trovi difficoltà ad eseguire i buoni propositi, non abbandonarli, il male ti combatte ma se tu lo vuoi non vincerai .
1 Passi biblici: Es 16, 2ss; 17 iss: Istraele nel deserto, davanti alle difficolta’, vuol subito tornare indietro: pensa di aver sbagliato a cominciare il cammino dell’esodo. 1 Re 19, 1ss: Elia, al contrario, nel momento della desolazione, torna al deserto, nell’intimita’ con Dio, e riscopre la propria vocazione.
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IV regola
Quando ti impegni per uscire dal male e cerchi il bene, il messaggero cattivo ti dà desolazione spirituale. Essa è il contrario della consolazione: è oscurità, turbamento, inclinazione a cose basse e terrene, inquietudine dovuta a vari tipi di agitazione, tentazioni, sfiducia, mancanza di speranza e amore, pigrizia, svogliatezza, tristezza e senso di lontananza del Signore. Infatti, come la consolazione è contraria alla desolazione, così i pensieri che nascono dalla consolazione sono opposti a quelli che nascono dalla desolazione (E.S., n. 317).

Il nemico parla con la desolazione. Il suo nome è diavolo, che significa “divisore”. La sua azione, è contraria a quella del Dio-con-noi, ti divide dalla sua “compagnia”, ti lascia de-solato, abbandonato, con sentimenti di tristezza.
Il nemico prima ti divide da Dio, poi da e in te stesso, poi dagli altri, e infine dalla creazione. Così separato da Dio, di cui sei immagine, perdi la tua identità e rompendo la tua relazione che ti fa vivere, quella tra te come creatura e il tuo Creatore, si spezzano anche le altre.
Resti solo, “desolato”, in una solitudine sempre maggiore e senza confini, senza sapere chi sei, da dove vieni e verso dove vai.
Sei turbato e sconvolto, pieno di paura, sospeso in un vuoto vorace che inutilmente cerchi di riempire con illusori piaceri.
Il suo nome è anche satana, che vuol dire “accusatore, pubblico ministero”. È il contrario di Paraclito, che significa avvocato difensore.
La consolazione è quando sei in armonia con l’opera di Dio, e trovi nella calma e nell’abbandono in Lui la tua forza .
Conosciamo tutti la desolazione, meglio della consolazione, anche perché il male è più percepibile del bene. Se, quando cerchi il male, il nemico ti alletta col piacere apparente, quando vuoi uscire dalla schiavitù, ti ostacola con la desolazione, dispiacere apparente. Non dialogare con queste voci.
La desolazione ha un triplice linguaggio, opposto a quello della consolazione.
C’è una desolazione sensibile, con oscurità, turbamento, attrattiva al male, agitazione, ribellione e repulsione al bene: è l’opposto della consolazione sensibile. In sé non è un male: è solo una prova, con forte pericolo di caduta, ma anche opportunità di purificazione.
C’è una desolazione sostanziale, un calo di fede, speranza e amore, opposta alla consolazione sostanziale, non sensibile. Può portare all’infedeltà, alla disperazione, all’indifferenza o addirittura all’odio verso Dio. È l’accidia «il male di vivere», praticata nelle odierne società occidentali, nei Paesi in cui l’ideale di una vita all’insegna della sicurezza e dell’abbondanza di beni sembra essere il fine di tutto. Si avverte una desolazione quasi insensibile, opposta alla consolazione corrispondente, che si traduce in assenza di gioia, di pace e di ogni buon sentimento, con i sentimenti contrari o, peggio, di tepore e apatia, che possono portare all’accidia.
Non dare ascolto a questi sentimenti che ti bloccano. Nell’esame della coscienza, la prima cosa è stanare questi pensieri negativi.
Le desolazioni, se non avvertite e riconosciute, portano al male, e dal male al peggio. Sentile e riconoscile; ma dissenti da esse. Non coltivarle: sono l’inizio della tua sconfitta.
Dio le permette solo perché, prese con pazienza e fiducia, siano per te opportunità di crescita [1].
[1] Passo biblico:
Gal 5,19-21: la desolazione e le sue conseguenze sono enumerate e chiamate “opere della carne”.
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III regola
Quando ti impegni per uscire dal male e cerchi il bene, Dio ti parla con la consolazione spirituale.
3. regola: Quando ti impegni per uscire dal male e cerchi il bene, Dio ti parla con la consolazione spirituale. Questa è di tre tipi: il primo quando sorge in te qualche movimento intimo che ti infiamma d’amore per il Signore, e ami in lui e per lui ogni creatura, oppure versi lacrime che ti spingono ad amare il Signore e servire i fratelli, o a detestare i tuoi peccati; il secondo quando c’è in te crescita di speranza, di fede e di carità; il terzo quando c’è in te ogni tipo di intima letizia che ti sollecita e attrae verso le cose spirituali, verso l’amore di Dio e il servizio del prossimo, con serenità e pace del cuore (E.S., n. 316).
Quando vogliamo cambiare vita e fare il bene ci chiediamo: come parla Dio?
Dio parla con la consolazione che significa stare-con-chi-è-solo. I sentimenti che ascolti nel cuore sono quelli di amore per Lui e per ogni sua creatura. Oltre al male che nel mondo c’è, si inizia anche a vedere il bene e a riconoscere gli amici di Dio in cammino con te. Amare è “ri-cordare” l’altro, “portarlo-nel-cuore”, come “inter-esse” primo, sul quale regoli ogni azione. Se ami, il tuo piacere è piacere all’altro, che diventa norma del tuo sentire, pensare e agire.
Sant’Ignazio dice che ci sono tre grandi tipi di consolazione: una sensibile e un’altra insensibile o quasi, più una terza poco sensibile, che sta tra le due.
La prima è la più sensibile, ma anche la meno chiara, può nascere da te o introdotta in te dal nemico. Questa consolazione è come la pioggia in un giardino in estate quando le piante rialzano il capo e il verde riprende vigore. Per lo spirito è gioia, sollievo, riposo e forza.
La pioggia passa, ma il suo beneficio perdura come fecondità di vita. Tuttavia gran parte dell’acqua si perde.
Se invece della pioggia arriva un temporale con la tempesta che spazza via cose buone e non buone che non vengono dal Signore e lasciano conseguenze ancora peggiori.
Questa consolazione è descritta come “movimento intimo”, un moto che viene dal più interno di te, e che ti attraverso da un sentimento profondo che da pace, e può, grazie alla gioia che lascia, far piangere. Si tratta di un’esperienza di liberazione che fa sentire libero da feriti e da ricordi del passato..
La seconda è assai poco sensibile o addirittura insensibile: è una crescita di speranza, di fede e di amore, che riscontri nella tua vita concreta. Questa consolazione è come una vena d’acqua sotterranea che gorgoglia, ma solo all’interno. Si tratta di consolazioni, profonde e sostanziali, che consistono in una crescita della forza dello spirito, che ti fa “andare avanti” nella libertà di amare e servire Dio e il prossimo.
Il terzo tipo di consolazione è poco sensibile, o lo è in modo soave e leggero. Si presenta con sentimenti che si avvertono o nel silenzio oppure da sensibilità raffinate. Questa forza consolatrice guida al bene, anche se in superficie possiamo sentire violenti moti contrari.
Questi sentimenti si hanno grazie alla sua compagnia, un’attrazione verso Dio e la sua promessa che senti più reale di ogni realtà e ti eleva al di sopra delle difficoltà, una serenità e pace che ti fa trovare protezione e riposo in Dio.
Quando si è nello status di consolazione questa ti spinge a operare bene: sentila, riconoscila e acconsenti ad essa.
Un ultimo consiglio spirituale. Attenzione a cercare il Signore bene e a non confonderlo. Se la tua consolazione è del primo tipo, non cercarlo nella seconda o nella terza e così via. Può esserti vicino nella gioia o nell’elevazione del cuore, nell’aumento delle virtù o nella forza di compiere il bene, nel riposo sereno in lui o nel silenzio 1.
1 Testi biblici: Gal 5,22: la consolazione è descritta come il frutto dello Spirito, unico e multiforme. 1 Cor 13,4-7: attraverso verbi di azione, Paolo enumera le quattordici caratteristiche dell’amore, che si manifesta nei fatti.
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II regola
Quando ti impegni per uscire dal male e cerchi il bene
2. regola: Quando ti impegni per uscire dal male e cerchi il bene, è proprio del messaggero cattivo bloccarti con rimorsi, tristezze, impedimenti, turbamenti immotivati che paiono motivatissimi, perché tu non vada avanti. E’ proprio invece del messaggero buono darti coraggio, forza, consolazioni, lacrime, ispirazioni e pace, rendendoti facili le cose e togliendoti ogni impedimento, perché tu vada avanti (Esercizi Spirituali, n. 315).
Quando ti impegni a cambiare vita, lasciando piaceri che ti svuotano e ti umiliano come parla il nemico e come parla Dio?
Quando ti convinci a fare il bene il nemico ti parla con sentimenti negativi che ti bloccano. Dio, al contrario, ti parla con sentimenti opposti, per spingerti ad andare avanti facendoti sentire una forza che ti dice “sono con te!”.
Il nemico adesso cambia la sua strategia: ti fa apparire male il bene, per confonderti e lasciare i buoni propositi; ti inganna con mille ragioni, ti fa sentire senza forza, triste, incerto, scoraggiato… perché fare il bene sembra impossibile!
La prova dunque è questa: se vuoi fare il bene e sei scoraggiato e smetti di farlo è perché il nemico ti ha vinto!
Dio invece ti invoglia al bene con la sua consolazione: ti dà coraggio e gioia, forza e lucidità, pace e fiducia! E ti fa avvertire nel tuo cuore una voce che dice: f”orza è possibile”!
Cambia il campo da gioco: nel male il nemico ti incoraggia e Dio ti scoraggia, nel bene il nemico ti scoraggia e Dio ti incoraggia.
Quando serviamo il male e diventiamo schiavi il nemico non ci attacca, anzi ci fa stare temporaneamente bene, ma quando nota che vuoi uscirne per riprenderti la tua libertà allora ti scatena una guerra.
Essere tentato non è peccato, anzi la tentazione inizia quando vuoi fare il bene. Il libro del Siracide è chiaro: “Figlio se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione ” (Sir 2,1).
La prima tentazione, tipica per chi inizia, è quella di dire: “Non ce la faccio. Andare avanti così non riuscirò mai”.
È stata l’esperienza del popolo di Israele che mentre camminava sulla via della Terra promessa, la via del bene, disse: “stavamo meglio quando stavamo peggio, almeno in Egitto si mangiavano le cipolle”.
Come fai a distinguere le due voci? Dal risultato, dai frutti: uno ti blocca e ti confonde e l’altro ti fa “andare avanti” nel cammino della libertà. I primi pensieri di sfiducia sono da vincere e da respingere.
Se distingui con cura le voci del tuo cuore vedrai che sotto quelle chiassose del male sono depositate quelle di bene che ti danno coraggio, serenità e pace. Ascoltale perché vengo da Dio 1.
1 Testi biblici:
Rm 7,14-8,15: Paolo descrive la lotta interiore tra bene e male come luogo dell’esperienza della salvezza di Cristo.
Es 14, 10-14: vedi l’opposta reazione del popolo che vuol tornare in schiavitù e di Mosè che lo vuol liberare.
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III Meditazione
Il discernimento degli Spiriti
di Francesco Occhetta S. I.
Discernere vuol dire setacciare, vagliare, distinguere le voci del cuore che ci abitano per poter fare scelte libere, responsabili e consapevoli. Ma come facciamo a capire quando ci parla il male (il nemico della nostra natura) e quando ci parla Dio?
Sant’Ignazio nel 1500 ha scritto una serie di regole che qui voglio presentarvi perché possiate confrontarvi personalmente.
1° regola: Quando vai di male in peggio, il messaggero cattivo di solito ti propone piaceri apparenti facendoti immaginare piaceri e godimenti, perché tu persista e cresca nella tua schiavitù. Invece il messaggero buono adotta il metodo opposto: ti punge e rimorde la coscienza, per farti comprendere il tuo errore (Esercizi Spirituali, n. 314).
Quando fai il male, come ti parla il nemico e come ti parla Dio?
Sant’Ignazio ci dice che nel cuore ci sono delle voci che ci stuzzicano e ci portano a vivere piaceri e godimenti sensuali.
Quando infatti ti lasci dominare dagli istinti, il nemico parla al nostro cuore con il linguaggio del piacere. Ma è apparente e cessa dopo l’azione e che ti lascia più vuoto e deluso di prima.
In questa situazione Dio invece parla col rimorso, che è un dispiacere o disagio interiore. Se ascolti queste voci comprenderai le conseguenze di quanto ci stai procurando con le nostre mani.
Quando facciamo il male, il linguaggio del piacere apparente è dal nemico, quello del dispiacere da Dio: il primo ti vuole far perdere, il secondo desidera salvarti!
Il male cerca sempre di apparire bene ma alla fine dice solo bugie. Non mantiene ciò che promette e ti usa. Ti lascia un’insoddisfazione che cresce. È la logica della droga: per fare effetto il piacere ha sempre bisogno di una dose in più!
Ma attento sei chiamato a non confondere il piacere con la felicità.
Il piacere soddisfa i tuoi bisogni egoistici, la felicità nasce da una relazione: si vive per gli altri, ci si apre a se stessi ed è apertura verso Dio.
Quando il piacere e la tua felicità coincidono allora il piacere è autentico e lo si può vivere serenamente perché è creato da Dio.
Ma come fare a capire queste voci? Per capire se ciò che ti attira è bello o brutto ascolta come stai “dopo”. Se quello che hai fatto dà gioia anche dopo, significa che hai ascoltato le voci di Dio, se dà rimorso, ti sei fatto intrappolare dal nemico.
Il bene lo paghi subito, ha un costo nel farlo; il male si offre gratis, ma lo paghi dopo e tanto, in più non ti appaga.
L’eccesso di cibo e di alcool, le varie infedeltà, la prostituzione, l’uso di droga, la corsa sfrenata alla carriera, la ricerca del potere… danno piacere sul momento. Ma non danno felicità! E rischiano di rovinare le cose belle costruite in una vita!
- È preoccupante vedere uno che fa il male e non sente vergogna. Significa che non ascolta le voci di Dio nel suo cuore. Il cambiare vita parte dal provare vergogna e dal rimorso che è le tristezza che viene da Dio e porta alla vita1.
1 Test biblici: 2 Sam 11,1s: Davide, sedotto dalla bellezza di Betsabea, è adescato all’adulterio, alla viltà e all’omicidio. 2 Sam 12,1ss: Natan porta Davide a scoprire il male come tale. 2 Cor 7,8-10: Paolo contrappone la tristezza che viene da Dio a quella che viene dal nemico.
II Meditazione
“La cura della vita interiore del giornalista”
Nel 370 in una delle sue omelie, Basilio di Cesarea ci ha lasciato un insegnamento da approfondire: «I pozzi dai quali si attinge di più fanno zampillare l’acqua più facilmente e copiosamente, lasciati a riposo imputridiscono, così anche le ricchezze ferme sono inutili, se invece circolano e passano dall’uno all’altro sono di utilità comune e fruttifere» 1
Parole illuminanti non solamente per uscire dalla crisi economica che sta colpendo tante persone, soprattutto giovani e famiglie povere, ma anche molto utili per iniziare a fare una revisione di vita seria. Come vivo la mia vita. E la mia professione che senso ha? Nel modo in cui la faccio cosa lascia agli altri?
La luce e uno sguardo positivo sul nostro agire viene da una fiducia a Dio e in Dio che permette di far scorrere acqua dai nostri pozzi sia per far si che “non imputridiscano” sia per non rendere “inutili” le ricchezze contenute.
E se la professione del giornalista favorisce questa dinamica allora il cambiamento sociale che tanto desideriamo darà i suoi frutti, proprio a partire dalla testimonianza che diamo.
Recuperare la forza della preghiera che nutre il nostro agire mentre lavoriamo è ciò che da forza e orienterà le nostre azioni. Ha scritto Bonhoffer:
Tu non mi abbandoni.
È buio dentro di me,
ma presso di te c’è la luce;
sono solo,
ma tu non mi abbandoni;
sono impaurito;
ma presso di te c’è aiuto;
sono inquieto,
ma presso di te c’è pace;
in me c’è amarezza;
ma presso di te c’è pazienza;
non comprendo le tue vie,
ma tu conosci la mia vita.
I Meditazione
Il giornalista davanti alla propria coscienza
La coscienza è uno degli argomenti centrali del nostro tempo. Mai come oggi la professione del giornalista ha la necessità di comprendere cosa sia realmente la libertà di coscienza, l’obiezione di coscienza e il rapporto della coscienza con la verità dell’informazione.

Conducimi tu, luce gentile,
conducimi nel buio che mi stringe,
la notte è scura la casa è lontana,
conducimi tu, luce gentile.
Tu guida i miei passi, luce gentile,
non chiedo di vedere assai lontano
mi basta un passo, solo il primo passo,
conducimi avanti, luce gentile.
Non sempre fu così, te non pregai
perché tu mi guidassi e conducessi,
da me la mia strada io volli vedere,
adesso tu mi guidi, luce gentile.
Io volli certezze dimentica quei giorni,
purché l’amore tuo non mi abbandoni,
finché la notte passi tu mi guiderai
sicuramente a te, luce gentile.

