Se oltre l’ottanta per cento delle notizie pubblicate dai media deriva appunto dalle fonti primarie, e i giornalisti – blindati dai costi ( solo da quelli?) – se ne stanno ad aspettare ai desk, perché non farne oggetto di una bella riflessione collegiale fra i comunicatori e i giornalisti stessi? Presenti certo anche i cittadini-lettori, beneficiati o raggirati a seconda di quel che gli propinano gli altri. Riunione pubblica, a porte aperte, sulla nostra credibilità; mai come oggi tanto precaria e in discesa. Con rappresentanti di Cittadinanza attiva e del Consiglio degli utenti. E magari il presidente dell’Autority, Calabrò, davvero sensibile a queste tematiche deontologiche.
Forse conviene farci convinti una volta per tutte, comunicatori e giornalisti, che la china della nostra esigua credibilità, può essere risalita proprio cominciando col chiamare i destinatari veri del nostro lavoro a valutare assieme a noi questa basilare criticità. Metti che se ne scopra l’utilità e che qualcuno dei nostri, assieme a editori rinsaviti, rilanci l’urgenza per l’Italia di darsi quei due organismi “dalla parte del lettore” che ancora ci stanno come il fumo negli occhi: il garante del lettore ed il press-council…?
La perdita ormai endemica di copie vendute dei giornali stampati, come di audience per alcune delle testate tv, può essere recuperata (ammesso che lo vogliamo davvero), ripartendo proprio dall’affidabilità. Oltre i dati delle ripetute indagini, la conferma della sua rilevanza può venire proprio da chi ci compra all’edicola o spende per le tv; appunto se li chiamiamo a dir la loro…
I giornali americani, che nascono per i lettori e cercano di tenerseli cari anche con gli organismi che noi abbiamo da miopi fin qui rifiutati, dal New York Times e al Wall Street Journal, hanno di recente chiesto umilmente scusa ai loro lettori, per aver trasformato un reverendo a dir poco ‘fantasioso’ in un personaggio-mezzo eroe: “E’ anche colpa nostra”. Abbiamo mai visto dalle nostre parti un direttore, un comitato di redazione/ corpo redazionale, che ammettano d’avere sbagliato , volutamente o no, chiedendone venia ai veri “proprietari del giornale”? La radicale differenza dai nostri, il conflitto di interessi per chiamarlo col suo vero nome, emerge giusto adoperando questa elementare cartina di tornasole. Per chi si fanno i giornali?
In estate è stato pubblicato il sondaggio della McKinsey, società ben accreditata presso le imprese, sulla concorrenza tra editoria e online. Dice: il futuro dei giornali è molto più roseo di quanto gli stessi editori non pensino, a patto che riescano a reinventare il prodotto in modo molto significativo. E reinventare il prodotto è prima di tutto fare i conti con il nuovo protagonismo dei lettori: persone che sempre meno si accontentano di leggere e sempre più vogliono scrivere, esprimersi e farsi ascoltare.
p.s.: Sul Corriere della sera del 24 settembre Aldo Grasso, recensendo la trasmissione della Gruber su La7, ha scritto:”Se è vero che, per ingaggiare Mentana, Telecom ha dovuto attendere per un anno il placet del premier ( ma ci rendiamo conto in che Paese viviamo? E ci sono stati altri, più recenti, divieti?), forse per la Gruber ha fatto più in fretta”. (Editoriale DESK 3/2010)
Amen.

