6 Marzo 2011
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UNITA’ D’ITALIA: LA STAMPA HA SCRITTO PAGINE FONDAMENTALI A DIFESA DELLA CRESCITA CIVILE DEL PAESE. OGGI SVOLGE UN RUOLO ESSENZIALE PER IL BENE DI TUTTI

1861  La Gazzetta del Popolo di Torino riporta la cronaca della prima seduta del Parlamento Italiano con la proclamazione dell' Unita' d'Italia di Giancarlo Tartaglia, saggista e direttore generale della FNSI Forse non è azzardato sostenere che il Risorgimento e l'Unità d'Italia non ci sarebbero stati senza la libertà di stampa. Dopo il congresso di Vienna, nel 1815, il nuovo assetto che le grandi potenze avevano dato all'Europa si basava anche su una sostanziale limitazione della libertà di stampa in tutti gli Stati, compresi quelli che frammentavano la nostra penisola.

Violando queste limitazioni, un po’ dappertutto fiorirono iniziative illegali di stampa clandestina che favorivano la circolazione delle idee. Soprattutto grazie alla stampa l’aspirazione a liberare le terre del nord d’Italia dall’occupazione dello straniero e l’anelito a fare finalmente dell’Italia una nazione e una patria e non più, come l’aveva definita Metternik “un’espressione geografica”, divennero patrimonio condiviso dalla moltitudine degli italiani. Il messaggio mazziniano per l’indipendenza, l’unità e la repubblica non avrebbe avuto eco se Mazzini non avesse speso la sua vita a fondare giornali e a scrivere ogni giorno un numero infinito di articoli sulla stampa di mezza Europa a sostegno delle rivendicazioni dell’italianità della penisola.

 

Non è certo casuale che proprio nell’anno “dei portenti” la libertà di stampa abbia trovato la sua più alta legittimazione legislativa. Il 5 aprile del 1848 il re di Sardegna, Carlo Alberto, emanava l’editto sulla stampa in base al principio, come si legge in apertura del provvedimento, che “la libertà di stampa è necessaria guarentigia delle istituzioni di un bene ordinato governo rappresentativo, non meno che precipuo istromento d’ogni estesa comunicazione di utili pensieri”, ragion per cui essa doveva “essere mantenuta e protetta in quel modo che meglio valga ad assicurarne i salutari effetti”. L’anno successivo, a conclusione dell’eroica esperienza della repubblica romana, il Parlamento della Roma repubblicana approvava una costituzione che ancora oggi rimane di esempio a tutto il mondo per i suoi contenuti di modernità e che stabiliva solennemente tra i suoi principi la assoluta libertà della manifestazione del pensiero di tutti i cittadini uguali e liberi. Quella costituzione, come è noto, non entrò praticamente mai in vigore, cancellata dall’intervento delle truppe francesi che ripristinarono il potere temporale del papato. Ma l’editto Albertino oltre che il Piemonte sabaudo finì per inseminare tutta la penisola man mano che il regno di Sardegna, grazie alla lungimirante visione politica di Cavour si estendeva nella penisola e costruiva il regno d’Italia.

Se la libertà di stampa è stata il carburante che ha favorito il cammino del nostro processo risorgimentale, non possiamo trascurare che essa ha accompagnato anche tutte le fasi successive che hanno consentito all’Italia di diventare una nazione e agli italiani di diventare un popolo. La crescita civile, economica, politica dell’Italia verso assetti sempre più adeguati allo sviluppo dei tempi non sarebbe comprensibile se non tenesse conto di questo elemento fondamentale. Il trasferimento della capitale da Torino a Firenze e da Firenze a Roma, quando finalmente nel 1870 con la breccia di Porta Pia si raggiungeva l’obiettivo più significativo del cammino unitario, fu sempre accompagnato dal trasferimento e dalla nascita di iniziative giornalistiche a sottolineare il ruolo ineludibile assunto dalla stampa. Come narrano le cronache di quei giorni subito dietro i bersaglieri entrarono in Roma, finalmente capitale di Italia, i carri con i macchinari dell’editore Sonzogno che veniva a Roma per fondare nuovi giornali.
Il giornalismo fiorito nella libertà di stampa garantita dall’editto Albertino, pur nelle variegate posizioni, anzi proprio grazie ad esse, è stato in questi 150 anni il filo rosso della nostra storia, scrivendo pagine fondamentali a difesa della crescita civile del Paese. Basterà ricordare gli avvenimenti di Milano sul finire del secolo XIX quando interpretando una spontanea rivolta popolare come l’inizio di una rivoluzione organizzata il potere monarchico tentò di avviarsi sul sentiero dell’autoritarismo partendo da una soppressione proprio della libertà di stampa. Dopo le cannonate milanesi di Bava Beccaris e la proclamazione dello stato d’assedio in molte città italiane fu sospesa la pubblicazione di numerosi giornali e furono arrestati i redattori dell’ Italia del popolo, quotidiano di ispirazione repubblicana, de Il Secolo, organo del radicalismo italiano e dell’ Avanti!. Si avviò quello che fu definito il processo dei giornalisti, destinato, però, a verificare come non ci fosse mai stato nessun tentativo di rivoluzione organizzata. Ma gli avvenimenti di Milano furono il pretesto per presentare alla Camera provvedimenti di legge che di fatto volevano cancellare la libertà di stampa in Italia. Sia il governo di Rudinì che il successivo governo Pelloux si accanirono su questa linea che, se vittoriosa, avrebbe riportato l’Italia indietro di decenni. Grazie però alla mobilitazione di quasi tutto il mondo giornalistico, delle associazioni di stampa allora esistenti e della resistenza in Parlamento delle forze democratiche repubblicane e socialiste, che inventarono per l’occasione l’ostruzionismo parlamentare e il filibustering, quei provvedimenti non passarono mai e il nuovo secolo si aprì all’insegna del riformismo giolittiano.
Purtroppo, quel tentativo che non riuscì a di Rudinì e a Pelloux sarebbe stato realizzato 25 anni dopo l’inizio del nuovo secolo dal governo Mussolini. La dittatura in Italia divenne regime quando con le “leggi fascistissime” le libertà di stampa e di pensiero e di associazione furono di colpo cancellate da un parlamento che grazie ad una legge elettorale artefatta era assoggettato completamente al potere esecutivo.
Sin dal suo insediamento alla guida del governo nell’ottobre del 1922 Mussolini si era posto l’obiettivo di limitare il diritto alla libertà di stampa, ma la tenace opposizione del giornalismo italiano, delle associazioni di stampa e delle Federazione Nazionale della Stampa presieduta da Salvatore Barzilai erano riuscite a bloccarne e a rimandarne la realizzazione, fino a quando non furono costrette a soccombere.
Non è certo casuale il fatto che il 26 luglio del 1943, a poche ore di distanza dalle dimissioni e dall’arresto di Mussolini e dalla caduta del fascismo, i giornalisti italiani riuniti in assemblea a Roma decidevano con un atto formale di ridare vita “in liberi e democratici ordinamenti” alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, rivendicando con ciò il duplice e indissolubile diritto alla libertà di associazione e alla libertà di stampa.
Riflettendo sui 150 anni di storia unitaria dell’Italia e ripercorrendo il ruolo che il giornalismo italiano ha svolto negli stessi anni emergono con evidenza anche tutte le sue trasformazioni, che non sono soltanto trasformazioni di carattere tecnologico. Se inizialmente la libertà di stampa era intesa come libertà assoluta di espressione, libertà di poter esprimere il proprio pensiero e le proprie opinioni, se perciò il giornalismo nella sua fase iniziale era fatto di passione e di partecipazione, con il tempo il suo ruolo si è incrementato di nuovi significati. Certo, ancora oggi la libertà di stampa significa libertà di poter esprimere le proprie opinioni su ogni argomento, ma il giornalismo, inteso come esercizio di una professione di pubblico interesse e di svolgimento di una funzione fondamentale in una moderna e corretta democrazia ha acquistato un significato diverso e più articolato. Lo stesso articolo 21 della nostra carta costituzionale è interpretato dai costituzionalisti come un duplice diritto: il diritto di tutti alla libertà di stampa ma anche il diritto di tutti, in quanto cittadini, ad essere informati. Questo secondo profilo ha assunto oggi la rilevanza maggiore, perché se tutti i cittadini hanno diritto di esprimere attraverso la stampa le loro opinioni, i giornalisti, da parte loro, hanno il dovere di assicurare un’informazione corretta, veritiera e pluralista. Proprio per questo è nato l’ordinamento professionale e proprio per questo del corso degli anni sono state elaborate numerose carte deontologiche che stabiliscono i principi che tutti i giornalisti devono rispettare nel momento in cui producono informazione. Come si vede, è avvenuta una modificazione genetica del giornalista e man mano che cresce la consapevolezza che l’informazione sta alla vita democratica come l’ossigeno sta alla vita biologica, cresce anche la necessità di caricare di sempre maggiori responsabilità una professione chiamata a svolgere un ruolo ineludibile e fondamentale per il bene di tutti.