17 Maggio 2011
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SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE UCSI A FIUGGI.ANDREA MELODIA (L’INFORMAZIONE IN ITALIA TRA VECCHI E NUOVI MEDIA): DIFENDERE QUALITA’ LAVORO INFORMATIVO E L’AUTONOMIA DELLA POLITICA DA INTERESSI FORTI; RAFFORZARE ASSOCIAZIONISMO RESPONSABILE: IL SENSO DELL’UCSI

RIPORTIAMO LA RELAZIONE DI ANDREA MELODIA, GIORNALISTA, PRESIDENTE NAZIONALE UCSI, DOCENTE DI TEORIA E TECNICA DEL LINGUAGGIO TELEVISIVO ALL'UNIVERSITA' LUMSA DI ROMA   Il mio intervento avrà qualche aspetto teorico, massmediologico, ma utile per chiarire la complessità dei fenomeni. Vorrei richiamare la vostra attenzione su alcuni aspetti critici che si possono trovare concretamente nella attività giornalistica di fronte alla crescente complessità del mondo mediale. Non sarà un resoconto esaustivo, e inevitabilmente terrà conto delle mie personali esperienze, che sono quelle di uno che ha sempre lavorato nella televisione, ma che ha cominciato occupandosi di cinema, di associazionismo (e quindi di organi di stampa a bassa diffusione) e che ha cominciato a maneggiare i computer fino dagli anni 80 e continua alacremente a farlo. Dunque considero la mia una zona privilegiata dalla quale vedere nell'insieme questa fase di incontro tra i vecchi e i nuovi media, questa che appare come una convergenza più che una transizione.    

Giornalismo: lavoro spurio

Cominciamo con una battuta: spurio, non puro, perché il racconto della cronaca non è mai fedele né obbiettivo completamente; ma di per sé non sporco…

  • Spurio, non sporco, almeno che non lo sporchiamo noi
  • Il racconto giornalistico non può trasferire la conoscenza dei fatti veramente accaduti; il giornalista racconta, narra, brandelli di realtà, dei quali fornisce il suo personale punto di vista, sulla base degli elementi di conoscenza di cui dispone
  • Questi segmenti confluiscono in canali mediali all’interno dei quali si compongono costruendo una realtà alternativa, virtuale, che conserva con il mondo reale rapporti di verosimiglianza ma che da esso è distinta, e può da esso discostarsi significativamente (anche, ma non solo, per colpe o errori nostri)

E’ chiaro che la misura della “non purezza” del lavoro giornalistico è estremamente variabile. Abbastanza “puro” è il lavoro del cronista, modello anglosassone; meno puro quello di chi lavora in un settimanale di gossip sui vip. Ma la differenza non è di per sé qualitativa (ci possono essere pessimi e ottimi giornalisti in entrambe le categorie) e comunque mi preme insistere sul fatto che TUTTI, in diversa misura, partecipano alla costruzione di un racconto virtuale che imita la realtà ma da essa è assai diverso.

  • Una parte significativa dell’effetto di straniamento del racconto dal mondo reale deriva dalle interazioni nel sistema dei media, interazioni che il giornalista deve imparare a conoscere e controllare

Poi ci sono anche effetti sulla purezza del racconto giornalistico che derivano dalle tecniche mediali. Per esempio si può credere che la telecronaca televisiva in diretta sia molto rispettosa della realtà, mentre è facile dimostrare che può non esserlo affatto (giustamente la Chiesa tenta di conservare il controllo delle messe in diretta); e per altro verso il canale televisivo, che con la sua programmazione continua 24 ore cerca di imitare la vita reale, di per sé introduce elementi sensibili di estraniazione dalla realtà anche nel racconto giornalistico: il TG è parte di un flusso nel quale gli effetti di straniamento dal reale sono molto forti, e lo stesso si può dire di Internet. Le diverse tecniche, i diversi canali interagiscono, ciascuno presenta le sue criticità, i suoi talloni d’Achille

  • Questa delle interazioni è tra le principali criticità introdotta dalla evoluzione tecnologica del mondo mediale. L’altra è l’ansia, ma anche l’adrenalina, del tempo reale, esaltato nella “diretta”.

L’ansia della diretta, del battere il concorrente sul tempo – con tutte le imprecisioni che ne derivano, a cominciare dallo scarso controllo delle fonti – è un “male” radiotelevisivo che ormai invade l’intera professione giornalistica, perché internet costringe praticamente ogni informatore ad andare subito online, anche prima della chiusura programmata.

Il processo della narrazione giornalistica

Vediamo la struttura tipica della narrazione cronistica:

  • La realtà è fatta di infiniti luoghi, infinite persone, infiniti eventi, e di un tempo che scorre in comune
  • Il giornalista tipicamente interviene sul tempo presente o appena trascorso, sceglie (entro certi limiti) luoghi, persone e eventi da raccontare
  • La sua narrazione riguarda luoghi, persone e eventi accomunati da qualche forma di unità (di tempo, di luogo, di persone, di temi…), che compongono un insieme variabile ispirato alla realtà
  • Il giornalista mette di suo un patrimonio di intenzioni: fare onestamente il suo mestiere, contribuire al benessere sociale, favorire il successo del gruppo in cui crede, vendere più copie o acquisire più pubblico, ottenere successo professionale, eccetera; e questi ultimi non sono necessariamente elementi negativi
  • Il giornalista opera con le sue capacità tecniche: sceglie gli elementi essenziali per costruire il suo racconto, usa le retoriche linguistiche più appropriate, domina gli strumenti tecnologici più adatti a completare il suo racconto e a renderlo rapidamente disponibile

In ogni caso, la questione delle intenzionalità e della purezza di cuore che ad esse si accompagna anzitutto, poi anche la qualità intrinseca delle tecniche comunicative e dei linguaggi costituiscono i punti centrali del processo decisionale che accompagna il lavoro del giornalista, nel quale si manifestano scelte etiche.

Il giornalista e l’ambiente professionale

  • Il giornalista è collocato in un ambiente che interagisce con le sue scelte: può ricevere ordini, è comunque obbligato a cercare la massima distribuzione del suo prodotto, aderisce a una linea editoriale che lo può collocare in un sistema di valori o in una visione del mondo predefinita
  • I canali distributivi immediati del suo lavoro sono per lo più predeterminati: un giornale stampato, un sito web, una agenzia, una rete radiofonica o televisiva, a volte più di uno tra questi; ma gli effetti del prodotto non si fermano mai e si trasferiscono ad altri canali e ad altri media
  • Comunque, ciascuno di questi canali distributivi entra in un universo magmatico, in continua espansione, interagente ma anche dissonante (il blob di Enrico Ghezzi ne è la versione televisiva, ma l’immagine può essere estesa) che costituisce quello che chiamiamo il sistema dei media, e che dall’avvento di Internet ha rapidamente incrementato la sua globalità, quasi a voler rafforzare l’illusione di comprendere la realtà, gli infiniti luoghi, persone e eventi di cui si diceva all’inizio.

La scelta dell’ambiente nel quale interagire dunque ha una sua rilevanza, ma di per sé non garantisce la qualità o l’etica del prodotto. Anche il giornalista di Avvenire o di un settimanale cattolico deve sapere che il suo lavoro entrerà a far parte di un ambiente mediale complesso nel quale ogni affermazione può essere contraddetta, stravolta, mal interpretata, e magari avere effetti sociali completamente opposti alle intenzioni di partenza.

Nulla da fare, dunque? Certo che no, si tratta solo di affinare gli strumenti.

Comunicatori e destinatari nella sfida dell’interattività

  • In un processo di questo genere, nel quale si prefigura una immagine di interattività globale, fatichiamo a ritrovare la figura del destinatario della comunicazione: perché ciascuno è potenziale attore, ciascuno è potenziale utente di qualsiasi cosa
  • Ma questa è solo una immagine, una virtualità, una visionaria e inevitabile intuizione intellettuale. Perché nella realtà ciascuno conserva il suo tempo, le sue scelte, le sue abitudini, i suoi principi
  • Ciascuno si è costruito una idea delle proprie preferenze, dei propri referenti cui attribuire autorità e prestigio, o almeno cui affidare il soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio
  • Ciascuno sceglie non solo la propria “dieta mediatica” ma anche le proprie testate, i propri canali radiotelevisivi, i propri siti internet, la propria cerchia di interessi e di amici nei social network. E anche i giornalisti sono parte di queste scelte

Quella della dieta mediatica è una espressione frequente nelle ricerche del Censis che ha analizzato le scelte degli italiani e in parte degli europei, rispetto alle diverse famiglie di media; ma le scelte concrete vengono dalla fidelizzazione ai marchi e ai loro contenuti.

Finora le indagini sulla dieta mediatica si sono concentrate sulla funzione dei fruitori; io credo che in futuro le indagini dovranno cercare di cogliere anche i ruoli attivi della comunicazione mediale soprattutto attraverso i social network e i blog

La dieta mediale degli italiani

Torniamo al concetto di transizione tra i vecchi e i nuovi media, di cui parlavo all’inizio, o meglio di convergenza digitale.

L’idea di transizione non mi piace molto, perché consegna l’idea che i nuovi media siano il futuro e i vecchi il passato, e che i nuovi distruggeranno i vecchi. Ma non è così. Nessun nuovo mezzo di comunicazione elimina completamente quelli vecchi: persino la scrittura sulle tavolette di terracotta sopravvive negli studi degli specialisti. Ma certo i nuovi trasformano i vecchi, a volte li integrano. Internet è il più grande integratore mediale della storia. La sola cosa che non integra e il concetto, figlio del XX secolo, di comunicazioni di massa, perché fondamentalmente cerca di ucciderlo: ma assolutamente non ci riesce, almeno per ora. E’ la rivincita della TV generalista, che verrà conglobata da Internet ma che ne condizionerà lo sviluppo forse imponendo  alla tecnologia percorsi privilegiati per la diretta televisiva (e sarebbe la fine della cosiddetta net neutrality). Guardate queste tabelle del CENSIS, in anteprima.

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La televisione cambia, ma non arretra quasi di un millimetro. Radio e quotidiani a stampa crescono, settimanali e mensili perdono terreno. Internet cresce velocemente, ma è appena alla boa del 50%.

Le modalità del linguaggio televisivo hanno condizionato gli altri media. La serialità

Il condizionamento operato dalla televisione è una mia ferma opinione: cito alcune delle prove di quanto è avvenuto. Avverto ancora che non si tratta di giudizi di valore ma di modalità linguistiche che sono diventate centrali, necessarie nella pratica della professione giornalistica: di negativo c’è solo la incapacità di conoscerle e controllarle.

  • Le televisioni, in tutto il mondo, hanno realizzato la pratica della collaborazione strettissima tra la forma mentis del giornalista e quella dell’autore. In teoria dovrebbero derivarne pratiche contrapposte, ma nella realtà non è affatto così: i giornalisti imparano l’arte di raccontare, di drammatizzare, di spettacolarizzare, mentre gli autori sempre più spesso di applicano alla cronaca per rielaborarla

Il giornalista dovrebbe raccontare i fatti, l’autore dovrebbe inventare le storie. Il giornalista, come lo storico anche se senza pretese scientifiche, racconta il particolare, ciò che è realmente accaduto; il poeta racconta l’universale, ciò che dovrebbe accadere, la fiction. Ma oggi i confini sono sempre più incerti.

Un recente documento del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti “rileva con preoccupazione le dimensioni e i rischi delle trasmissioni radio-tv a carattere informativo che, affidate a persone prive di competenze giornalistiche e di vincoli deontologici, diffondono nell’opinione pubblica la convinzione che si possa fare informazione nella totale assenza di regole”. Poi parla di infotainment, di mancato rispetto delle regole sindacali, di racconto dello sport asservito a interessi commerciali, eccetera. Qui potremmo aprire il dibattito se piuttosto che lanciare questi proclami, corretti quanto ignorati, l’OdG non farebbe meglio ad occuparsi con più vigore dei suoi iscritti che non rispettano le regole e si comportano nello stesso modo dei non giornalisti.

  • Le televisioni hanno assoluta necessità di serializzare il proprio racconto. Di conseguenza anche i giornali hanno imparato a serializzare il racconto, sia della politica, sia della cronaca, sia dello sport… Il giornalista segue schemi di genere, evita l’improvvisazione. E gli stessi lettori si adattano pigramente al racconto seriale, anche quando esso trascura i confini tra la cronaca e l’invenzione

Le modalità del linguaggio televisivo hanno condizionato gli altri media. La cerimonialità

  • Una tecnica di racconto tipica della televisione, imparata nella pratica delle grandi dirette sugli eventi storici e poi trasferita ai programmi seriali di intrattenimento (fino ai reality show) consiste nell’inquadrare il racconto in una veste cerimoniale, festiva, nella quale lo spettatore trovi più facile allontanamento dalle fatiche quotidiane e abbassi le sue difese critiche. Anche i personaggi reali vengono raccontati come protagonisti di un “viaggio dell’eroe”, ispirato al modello narrativo della fiaba, nel quale è sempre presente il tema del conflitto. E le persone reali mostrano di adattarsi volentieri ad essere usati quasi come burattini di se stessi
  • Questo modello di comunicazione cerimoniale e di retorica epica presuppone l’adesione dello spettatore ai valori fondanti, alla ideologia sottesa al racconto, mal sopporta il distacco giornalistico e si presta benissimo anche al racconto della politica
  • Questa modalità narrativa ha invaso gli altri media, e credo costituisca di per sé una pratica che favorisce l’allontanamento del lavoro giornalistico dai principi di libertà e autonomia che sono alla base della deontologia professionale

Anche qui, si badi bene che si tratta di tendenze molto difficili da estirpare, perché sono insite nella cultura postmoderna. Non si tratta quindi di escludersi a priori da processi che nella comunicazione sono in qualche modo inevitabili, ma di prenderne coscienza e di usarli nel modo più corretto possibile

Altra conseguenza di questa tecnica narrativa è che non sono più raccontati i conflitti di idee, ma quelli incarnati da persone fisiche con nome e cognome. E lo scontro politico è ormai appannaggio quasi esclusivo del carisma dei leader.

E ancora possiamo aggiungere che siamo di fronte a tecniche narrative che devono rifarsi necessariamente ad alcuni principi che risalgono nientemeno che alla Poetica di Aristotele: le storie devono avere un inizio e la fine, rispettare principi di unità, evitare ogni passaggio inutile, assicurare la verosimiglianza rispettando anzitutto la coerenza interna…

Le modalità del linguaggio televisivo hanno condizionato gli altri media. L’appiattimento e la marmellata

  • L’appiattimento consiste nel mescolare continuamente temi alti e temi bassi, cose importanti e cose inutili, fino a rendere indecifrabili i confini. Anche questo è un insegnamento della televisione agli altri media
  • La marmellata consiste nel mescolare tra loro i generi, fino a renderne incerta la sopravvivenza: infotainment, docudrama, politainment, soft news…
  • Per alcuni si tratta di stimolo intellettuale, i giovani imparano a distinguere e si divertono, ma quando la ragione non ci assiste o la stanchezza prevale si possono raggiungere stati di confusione mortale
  • Anche lo scontro delle opinioni, quando è giocato per il suo effetto spettacolare sulla competizione personale, perde il suo senso implicito e favorisce la creazione di una opinione pubblica superficiale, disinteressata, mediocre

Badate bene: sto parlando di fenomeni che non sono soltanto della televisione, sono presenti ormai nel lavoro giornalistico di tutti i giorni.

Il racconto della politica

Il racconto della politica meriterebbe una analisi più attenta di quanto possiamo permetterci nel tempo a disposizione.

Su questo tema dico anzitutto che gli italiani, abituati ad autoflagellarsi, a volte sembra che attribuiscano tutte le responsabilità del rapporto scorretto tra la politica e la rappresentazione mediale alla presenza di Berlusconi. Ma questa è una illusione, perché i fenomeni di cui stiamo parlando sono globali, anche se non si può certo escludere che la presenza di un patron della politica e dei media, e la mancata risoluzione del problema noto come conflitto di interessi, abbia posto il panorama italiano all’avanguardia in questo terreno. Rischiamo semplicemente di essere visti come precursori; ma forse questa condizione potrebbe favorire la crescita di anticorpi da noi prima che altrove.

  • Quella che oggi viene chiamata “politica pop” consiste nella trasformazione sia del sistema politico, sia della sua comunicazione, verso forme di spettacolarizzazione e di personalizzazione delle quali i media sono i motori, e di cui i politici sono autori entusiasti
  • La politica pop è evidentemente orientata al presidenzialismo. In Italia la sua crescita si accompagna a Tangentopoli, alla crisi della prima repubblica e alla scomparsa della struttura pesante dei partiti politici tradizionali
  • In questo clima è avvenuto storicamente che la logica di servizio pubblico dell’informazione ha rischiato di sottomettersi interamente al mercato. Tuttavia la popolarizzazione della politica è un processo che avanza in modo instabile e contrastato.
  • Il fenomeno sembra possa favorire l’avvicinamento dell’universo femminile alla politica.

Questa può sembrare una maldicenza maschilista, ma sono molti analisti a pensarlo. Il processo comunque è instabile soprattutto perché incontra l’opposizione di una parte considerevole delle élite e dell’intellighenzia, per non dire delle classi dominanti.  Nelle elezioni 2010 per esempio c’è stato il blocco dei talk show politici: una pratica di per sè inutile e non ripetuta, ma certo sintomo di un malessere diffuso.

Elementi di speranza

  • Studi americani sembrano smentire che i media di intrattenimento abbiamo portato a una riduzione dello spirito civico, smentendo il Divertirsi da morire di Neil Postman

Grazie a Internet, ho scoperto che Postman fece nel ’90 un discorso in una università tedesca intitolato Informarsi da morire, a un convegno di esperti informatici. In quel discorso disse che non era certo la mancanza di informazione la causa dei mali del mondo. Ma l’errore anche suo è di fermarsi alla quantità e non considerare il problema della qualità.

  • Il bisogno di novità nella comunicazione e il patrimonio delle tradizioni culturali sono due forze in apparente contrasto reciproco, ma entrambe collaborano nell’opporsi alla omogeneizzazione della cultura globale. La stessa televisione non accetta di sottomettervisi completamente. Anche su Internet sopravvive una vasta gamma di comunicazione legata la territorio (Twitter, per esempio, e in parte lo stesso Facebook)

L’Italia è particolarmente arretrata da questo punto di vista. Per esempio la nostra tradizione televisiva, che era di alta qualità nel complesso, non ha saputo gestire quella parte della globalizzazione e della evoluzione tecnologica che richiedeva, per converso, di rafforzare il rapporto con il territorio e le sue tradizioni.

  • Se è vero come è vero che la televisione generalista conserva una forte capacità di attrazione, di guida, di bussola nei consumi degli altri media, sia vecchi sia nuovi, compreso Internet, due sono gli aspetti della sua gestione sui quali concentrare l’attenzione: il rapporto con il territorio, e il rilancio della missione di servizio pubblico

Azioni da svolgere

  • In primo piano, difendere la qualità del lavoro informativo, senza alcun intendimento di difesa delle prerogative di corporazione ma richiamando costantemente il bisogno di professionalità come garanzia per i cittadini
  • Difendere l’autonomia dalla politica, dai poteri e dagli interessi forti, favorire le pratiche di “schiena diritta”
  • Maturare la consapevolezza che la qualità della società (e della politica) nella quale viviamo sono strettamente intrecciati con la qualità del sistema dei media
  • Naturalmente, educare all’uso dei media, dall’infanzia alla maturità
  • Gestire la presenza professionale nel sistema dei media nella interezza della sua complessità, evitando cioè di rinchiuderla in orizzonti troppo limitati sia dal punto di vista delle tecnologie di comunicazione sia delle scelte tematiche, ma favorendo pratiche corrette di multimedialità, di interscambio di contenuti di qualità su piattaforme differenti, in modo da favorirne la penetrazione verso target molteplici

In conclusione potrei dire che c’è una grande necessità di rafforzare un associazionismo responsabile nella società italiana, e che questo dà un senso alla presenza dell’UCSI.

Dal rapporto CENSIS-UCSI 2009

Lasciatemi infine spiegare con una citazione dalla presentazione dell’ottavo rapporto CENSIS-UCSI quello che per me è il senso vero del rapporto integrato tra vecchi e nuovi media al quale oggi siete chiamati, e che vi tocca o vi toccherà direttamente o indirettamente in qualsiasi luogo dell’informazione sarete collocati. E’ un testo, che non ho scritto io ma Massimiliano Valerii del CENSIS, che richiama concetti che mi sono molto cari.

  • Si definisce, così, un quadro degli esiti della digitalizzazione dei media alquanto ambivalente: le informazioni e i contenuti circolano ovunque con grande libertà, ma non sempre si riesce a valutare la loro attendibilità e la credibilità delle fonti che li producono; i generi e i linguaggi della comunicazione si fondono e si sovrappongono, aumentandone l’efficacia e la capacità di diffusione, ma risulta sempre più difficile cogliere il confine tra verità e finzione, tra eventi del mondo reale e prodotti della fantasia; la capacità di attingere ai nuovi media rappresenta uno straordinario strumento di emancipazione personale, ma non tutti sono in grado di seguire i cambiamenti alla velocità imposta dalle trasformazioni tecnologiche.
  • Dato questo scenario, è pertanto opportuno che l’integrazione dei media significhi la capacità dei diversi mezzi di comunicazione di collegarsi gli uni agli altri, ma anche la possibilità per il pubblico di muoversi agilmente all’interno del sistema dei media; che la molteplicità dei messaggi sia bilanciata dalla presenza di uno strumento in grado di diffonderli tra tutta la popolazione in modo corretto ed equilibrato; che la contaminazione tra i generi e i linguaggi della comunicazione avvenga in un contesto che ne permetta comunque l’assegnazione ai rispettivi ambiti; che la pluralità delle fonti sia filtrata da un soggetto che renda conto pubblicamente di quello che fa e dunque ne garantisca la verificabilità.
  • Diversi soggetti svolgono alcune di queste funzioni, ma solo la televisione pubblica le svolge tutte. La difficile fase che sta attraversando il servizio pubblico radiotelevisivo italiano è sotto gli occhi di tutti. Il ruolo prezioso e insostituibile che può svolgere per traghettare pienamente l’Italia nella società digitale è altrettanto evidente.

In conclusione, possiamo solo sperare che la inusuale unanimità del Consiglio di amministrazione della RAI nella nomina di un Direttore generale che deve conservare la forza di rappresentare l’intero paese sia il punto di partenza di una nuova stagione di responsabilità per l’azienda di servizio pubblico.