L’ansia dell’«arrivare per primi» ha aumentato errori, imprecisioni e diminuito il controllo sull’attendibilità delle fonti; «l’istantaneità» dell’informazione limita la capacità di contestualizzare, ricordare, analizzare e confrontare le notizie tra loro; l’onnipresenza dei media sta abituando a far pensare vero ciò che emoziona, al punto che l’informazione, con il suo linguaggio, enfatizzando il pathos (colpire le emozioni dell’ascoltatore) ignora il logos (educare a ragionare). In definitiva i tempi rapidi, la fretta nel selezionare tra le tante informazioni quotidiane le poche che diventano «notizia», l’incapacità di trasformare in insegnamento il senso della notizia, ci può condurre a dubitare se l’informazione che ci viene data sia vera.
Per questi motivi ci sembra utile chiederci: in che modo si informano gli italiani? Con quali mezzi lo fanno? Quale opinione hanno dei giornalisti? Sta nascendo un giornalismo «fai da te»? Per rispondere ci proponiamo sia di presentare i dati principali del Rapporto Censis-Ucsi del 2011 sulla comunicazione («I media personali nell’era digitale»), sia di riflettere sui contenuti del Convegno organizzato dalla Scuola di formazione dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) gli scorsi 18-19 giugno a Fiuggi sui temi della deontologia e dell’etica del giornalismo 1.
Informarsi tra vecchie e nuove fonti
Una prima realtà che sta cambiando il modo di comunicare e fare giornalismo è data da un fatto: viviamo nell’era «dei consumi multimediali personali e autogestiti. L’era in cui gli internauti – afferma il Rapporto – sono diventati la maggioranza». Infatti per la prima volta in Italia gli utenti internet hanno superato il 50% della popolazione, è infatti il 53,1% degli italiani a utilizzare la rete (+ 6,1% rispetto al 2009) 2, di questi l’87,4% sono giovani dai 14 ai 29 anni.
Nel mondo dell’informazione, la centralità della televisione è ancora fuori discussione, infatti l’80,9% degli italiani la utilizza ancora come fonte per informarsi. Al secondo posto si collocano i giornali radio, poi i quotidiani e i periodici. La «compagna» che gli italiani scelgono per informarsi rimane la radio, ascoltata da otto italiani su dieci 3, che non sembra risentire della crisi inarrestabile della carta stampata. I quotidiani a pagamento (47,8% di utenza) hanno perso nell’ultimo anno il 7% dei loro lettori e il 19,2% dal 2007. La free press (i giornali gratuiti) sono cresciuti solamente dell’1,8%, salendo al 37,5%, mentre resistono i periodici, in particolare i settimanali (28,5%), che hanno saputo innovare il loro contenuto.
Benché gli italiani leggano meno del resto degli europei, i lettori di libri cartacei sono il 56,2%, quelli che utilizzano l’e-book rimangono una nicchia (1,7% di utenza), invece si stabilizza il numero dei lettori delle testate giornalistiche on line, che crescono dello 0,5% e raggiungono il 18,2% dell’utenza.
L’aumento delle tariffe ha condizionato l’uso del telefono cellulare (-5,5%), ma sono aumentati del 3% coloro che scelgono di informarsi attraverso uno smartphone (17,6%, di questi il 39,5% sono giovani) 4.
Così quella che tecnicamente è chiamata la «dieta mediatica» degli italiani – l’uso dei vari mezzi di informazione scelto da ciascuno per documentarsi e formarsi la propria opinione sui fatti – sta cambiando rapidamente. Se nel 2006 soltanto il 29% della popolazione aveva confidenza con le tecnologie informatiche e telematiche, nel 2011 la quota è arrivata al 48%. Questa crescita però fa sì che si legga sempre meno – la lettura rimane importante solamente per il 23% degli italiani -, e cresca il fenomeno del press divide (la divisione tra chi si documenta attraverso la stampa e coloro che non lo fanno più). Questa nuova tendenza divide in due il Paese: da una parte, il 54,4% degli italiani utilizza principalmente la stampa classica per informarsi, insieme ad altri tipi di media. L’altra metà si documenta limitandosi a guardare la televisione oppure leggendo le notizie attraverso internet. A non scegliere la carta stampata sono soprattutto le giovani generazioni 5.
Da qui il monito del presidente dell’Ucsi, Andrea Melodia, che, durante la presentazione del Rapporto al Senato della Repubblica lo scorso 13 luglio, ha sottolineato come «il servizio pubblico debba prendere coscienza del potere che ancora gli ascolti gli riconoscono pretendendo dalla politica chiarezza di mandato e autonomia professionale, per riorganizzarsi con le proprie forze, ricostruendo la competenza a cominciare dal settore informativo».
I media tradizionali non sono morti, ma sono consultati dagli internauti, come dimostrano, ad esempio, i contatti dei siti del New York Times, le Monde o Corriere della Sera. Davanti a tale rivoluzione in cui a ricercare una notizia e ad elaborarla non è più solamente il giornalista, la carta stampata potrà sopravvivere a una condizione: se saprà essere rigorosa e di alta qualità. Esistono esempi, come il settimanale tedesco Die Zeit, le cui vendite sono cresciute del 40% in questi ultimi anni, e la cui tiratura supera ormai le 500.000 copie. Questa controtendenza è prodotta da una linea editoriale molto rigorosa e da una cura particolare della scrittura.
Vizi e virtù della rete
L’83,8% degli italiani riconosce a internet il merito di permettere a chiunque di esprimersi liberamente e di diventare un piccolo giornalista 6, ma è anche consapevole che, attraverso blog e video di privati, circola troppa «spazzatura». Il merito della rete, afferma il Rapporto, si trasforma nel suo più grande limite: «Permettere a tutti di esprimersi liberamente fa sì che sulla rete circoli anche materiale di dubbia qualità». Questo aspetto mette in questione tre caratteristiche del giornalismo classico, quello fatto con la carta stampata, Tv, editoriali, interviste, commenti bipartisan: l’attendibilità della fonte di informazione, la veridicità dei fatti e la qualità delle notizie.
Certo, il 79% degli italiani considera internet «un mezzo potente al servizio della democrazia» e ritiene Facebook e Twitter come fedeli «ripetitori» delle voci e delle immagini del dissenso in Stati governati da regimi non democratici. In Paesi come la Tunisia o l’Egitto, i veri «inviati speciali» sono stati i ragazzi che in mezzo al deserto con i loro computer e i loro telefoni satellitari mandavano al resto del mondo commenti e foto su che cosa stava succedendo. Allo stesso tempo però internet è criticato perché genera una «cultura troppo superficiale» (50,9%) e «appiattisce la creatività delle persone» (47,8%).
Un altro aspetto che tocca il mondo della comunicazione è il costo dei contenuti pubblicati su internet. Il 78,8% ritiene che tutti i contenuti disponibili in internet debbano circolare gratuitamente, solamente il 25,2% degli intervistati è invece disponibile a pagare per accedere a contenuti di qualità 7.
Secondo il 39,1% del campione esaminato dal Rapporto, la gratuità dell’informazione dovrebbe essere garantita a tutti, «perché la forza della rete è la piena libertà dell’utente», mentre il 35,8% sostiene che «gli editori possono già contare sugli introiti pubblicitari». Questa giustificazione però può condurre ad un giornalismo non libero e dipendente dal potere che lo finanzia. Solamente il 15,4% degli intervistati ritiene giusto pagare per i contenuti dell’informazione disponibili sul web «per non sottrarre risorse alla professionalità» e nella consapevolezza che «la libertà di espressione dipende anche dai bilanci sani degli editori».
Se il modello italiano, come sembra, si avvicinerà a quello americano, in pochi anni l’offerta di internet sarà sempre più diversificata. Facciamo un esempio. Il sito, che è diventato la testata di riferimento sulla politica americana, «Politico 44», funge da diario del presidente Obama. Si tratta di una pagina gratuita che ha più di 3 milioni di visitatori al giorno, ma che contiene a pagamento un’altra pagina, «PoliticoPro», con un prezzo di abbonamento molto alto (più di 1.000 euro l’anno), di cui non possono fare a meno i professionisti del settore 8.
In ogni caso, questo nuovo scenario sui dati dei consumi nei media, secondo Paolo Scandaletti, direttore di Desk – la rivista dell’Ucsi -, «non risolvono il problema della continua perdita di copie sul mercato dei quotidiani. La caduta dipende principalmente dalla discesa della affidabilità, dal calo della reputazione dei giornali e dei giornalisti. La strada per uscirne è quella in cui dai numeri si passa a riflettere sui valori che si stanno trasmettendo». Sarebbe questo il vero investimento sul futuro, visto che «il consumatore si fa sempre più protagonista ed è più selettivo sui contenuti che sugli strumenti che evolvono».
Il ritratto dei giornalisti italiani
Il dato che maggiormente colpisce e su cui ci soffermiamo per una riflessione è quello relativo al giudizio che gli italiani hanno dei giornalisti. Benché l’80,9% li consideri «molto» o «abbastanza» informati e competenti (76,8%), il 67,2% li ritiene «di scarsa indipendenza e troppo legati al potere politico o finanziario», tanto che il 67,8% li ritiene «molto» o «abbastanza» spregiudicati, rimproverando loro di avere «smanie di protagonismo» (76,3%). Così la categoria dei giornalisti risulta «poco affidabile» alla metà della popolazione (il 49,8%).
La critica ha una sua radice: si tradisce la speranza di pensare il giornalismo come servizio alla società. Riprendendo questo punto, l’analisi di Marica Spalletta fa notare come la crisi venga da lontano e sembri non preoccupare i giornalisti 9. Per ristabilire invece un corretto rapporto tra giornalisti e società, la studiosa propone di riflettere su una serie di punti che qui commentiamo.
1) La capacità del giornalismo di assolvere il proprio ruolo sociale. «Soltanto in rari casi il giornalismo italiano – afferma M. Spalletta – è stato realmente percepito come fattore essenziale e irrinunciabile per la vita democratica»; il legislatore dovrebbe riformare l’Ordine dei giornalisti e permettere che i giovani giornalisti vengano assunti senza più essere «utilizzati» dalla maggior parte delle testate come liberi professionisti che devono aprire una loro partita iva per poter lavorare come giornalisti.
2) Un nuovo equilibrio negli assetti editoriali. Il problema dell’editoria impura, la commistione tra informazione e pubblicità, i rapporti con la politica e l’economia mettono in discussione l’indipendenza e l’imparzialità del giornalista; «è difficile, cioè, che un sistema possa tutelare la propria autonomia quando è economicamente dipendente da quei poteri di cui dovrebbe essere invece il controllore». Basterebbe invece rispettare i codici deontologici scritti in questi ultimi dieci anni per rifondare la professione sul valore della correttezza e della trasparenza e favorire «gli editori puri» rispetto agli imprenditori di altri settori che possiedono quotidiani come il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, il Giornale ecc.
3) La ricerca delle fonti e l’attenzione alla forma. In un’epoca in cui il web rende accessibile una quantità enorme di fonti, il giornalismo «si contraddistingue per la sua dipendenza quasi patologica dalle fonti primarie, come peraltro conferma la sostanziale marginalità del genere giornalistico dell’inchiesta». In più il giornalismo deve contraddistinguersi anche per la sua forma, evitando errori ortografici e grammaticali, inesattezze o ritocchi alle immagini. L’Italia è tra i pochi Paesi europei in cui non esistono organismi di difesa del lettore e dell’ascoltatore. Questo significa che davanti a un giornalista o ad organi di informazione che dicono mezze verità, occultano le notizie, o mistificano la realtà, il cittadino non è in grado di difendersi. La buona fama del giornalismo dovrebbe partire da qui: saper rispondere ai destinatari della propria comunicazione, che può essere di parte ma è chiamata ad essere trasparente e vera.
4) Ripensare la cultura della comunicazione. Ripensare le offerte formative dell’università italiana in modo che il momento della ricerca e quello della didattica – oggi separati – possano trovare una sintesi, per preparare così giovani che, oltre alla tecnica, siano in grado di elaborare i contenuti della comunicazione. Sono molti gli esempi che si potrebbero fare per dimostrare che il sistema della comunicazione non sta adempiendo al servizio a cui è chiamato. Ci limitiamo a ricordare come i telegiornali siano diventati faziosi e come la comunicazione politica sia diventata uno spettacolo nel quale i media sono i motori e i politici sono gli attori.
Per recuperare una cultura della responsabilità e della professionalità crediamo sia anche necessario che il legislatore regoli meglio il rapporto tra giornalismo e politica. La legge n. 150/2000 sulla comunicazione pubblica, ad esempio, non ha volutamente previsto l’incompatibilità del rapporto tra capo ufficio stampa che deve essere un giornalista e il portavoce politico. Così in molte amministrazioni pubbliche, dove il giornalista coincide con il portavoce politico, le principali fonti primarie sono di dubbia affidabilità. Inoltre, come avviene nei Paesi dell’Unione Europea e negli Usa, dovrebbero essere pubblicizzate le sentenze di condanna nei confronti dei giornalisti che hanno violato le regole della deontologia professionale, affinché il pubblico conosca e possa scegliere di chi fidarsi.
Davanti a questo scenario, in cui la televisione rimane la prima fonte di informazione, la Rai è chiamata a ritornare alla sua antica vocazione: essere attendibile e autorevole nel dare informazione sapendola divulgare a tutti. La principale sfida è quella di saper dare le notizie che corrono su mille altri canali d’informazione con un linguaggio corretto, con un controllo rigoroso della fonte, con commenti autorevoli e la capacità di poter approfondire gli stessi argomenti in altri momenti. Sempre più infatti la qualità dell’informazione è determinata dalla «scelta responsabile» del cittadino che sta iniziando a scegliere testate credibili e selezionando autori di blog e giornalisti.
Nel difficile rapporto tra i lettori-utenti e i media, come mostrano alcune recenti ricerche 10, emerge una diffusa insoddisfazione sulla credibilità dei mezzi di comunicazione sia radiotelevisivi, sia a stampa, che riguarda non solamente gli editori ma anche gli operatori dell’informazione, come emerge da un saggio di Rosa Maria Serrao 11. I dati fanno emergere anche una tendenza nuova nel rapporto informazione-pubblicità. Gli investitori pubblicitari saranno presenti solamente se la qualità del prodotto editoriale sarà credibile e qualificata da un giornalismo «competente, autonomo, critico, etico».
Il giornalismo cattolico
I cambiamenti in corso, che permettono autonomamente di ricercare le fonti primarie dell’informazione, fanno sorgere l’interrogativo circa il giornalismo «fai da te» della rete: esso mette in crisi il giornalismo fatto dai professionisti del settore? Pensiamo ai giovani che hanno meno di 25 anni, molti dei quali dichiarano che non seguono telegiornali, non leggono giornali, non ascoltano la radio… ma alla fine della giornata sono informati su tutto ciò che è accaduto. Va dunque considerato che «il vento nuovo che è quello della rete, del giornalista di strada, del reporter occasionale armato soltanto di telefonino o al massimo di telecamerina, il vento dei social network sta cambiando il modo stesso di acquisire le informazioni e di scambiarle con gli altri» 12.
L’esperienza del giornalismo diocesano – che nel mondo dell’informazione italiano è relativamente piccolo ma significativo – può rappresentare un modello che collega vecchio e nuovo modo di fare giornalismo e, davanti ai suoi lettori, con un milione di copie vendute, continua a essere credibile e proponibile come un modello per l’intero mondo giornalistico.
Questo tipo di esperienza giornalistica anzitutto investe sulla comunicazione legata al territorio, agli interessi locali, alle tradizioni culturali, creando identità, senso di appartenenza e di costruzione di ponti tra le culture. Si tratta di un giornalismo che in genere non è polemico ma costruttivo, in cui esercitano la professione giornalisti professionisti e molti giovani giornalisti pubblicisti che spesso scrivono come forma di volontariato culturale, acquisendo negli anni competenza ed esperienza.
Il giornalismo diocesano, nonostante sia fuori dalle logiche dei grandi media e recentemente sia stato penalizzato dai costi di spedizione duplicati e non entri nelle rassegne stampa, è invece premiato dal pubblico per il rapporto che i giornalisti hanno con il territorio e per il loro spirito di servizio. I 189 periodici cattolici che aderiscono alla Fisc (Federazione italiana stampa cattolica) – ha sottolineato il presidente nazionale Francesco Zanotti – «da fogli di informazione ecclesiale si caratterizzano per dare un’informazione generale con diffusione locale». Ripartire dunque, come stanno facendo alcune grandi testate nazionali potenziando le pagine locali, da mezzi di comunicazione locali con orizzonte globale è il modello che dovrebbe seguire l’intero mondo della comunicazione.
Nell’attuale contesto culturale, il giornalista cattolico – non esente dai rischi descritti – ha dunque una grande responsabilità. Mons. Domenico Pompili, direttore dell’ufficio Cei per le comunicazioni sociali, ha ricordato che il giornalista deve essere interprete della realtà: «Soltanto chi conosce perché ha la possibilità di spostarsi, vedere, interrogare, è in grado di interpretare e raccontare. Il giornalista è l’ermeneuta dell’attualità, che ne fa emergere i significati non immediati e che dà luce alle realtà poco visibili».
I criteri di selezione delle notizie, spesso discutibili, secondo mons. Pompili, esasperano e ingigantiscono realtà spesso marginali, o insignificanti, mentre ne tacciono altre: «sensazionalismo, spettacolarizzazione, sollecitazione emotiva caratterizzano ormai pesantemente l’operare dei media, diventando non solo opinabili criteri di selezione, ma ancor peggio criteri di produzione e costruzione di non-notizie».
Per il giornalismo cattolico, già fortemente penalizzato – come dicevamo – dai costi di spedizione, i tempi sono duri. La sua presenza nei media è chiamata a confrontarsi con la scelta del Governo di utilizzare le frequenze lasciate libere e di venderle all’asta alle grandi compagnie telefoniche. Non va dimenticato che 1/5 delle emittenti locali sono gestite dalle diocesi italiane e sono di ispirazione cattolica. Da qui l’appello del card. Angelo Bagnasco a non mettere in ginocchio un modello di giornalismo radicato nel Paese: «Continuiamo a prestare l’attenzione necessaria al comparto comunicativo e televisivo, affinché le innovazioni avvengano nel rispetto del pluralismo e della vocazione culturale del nostro popolo, a partire dalle esigenze dei singoli territori» 13.
Attraverso una nuova cultura della responsabilità – ha precisato mons. Pompili – «va contrastato il rischio dell’insignificante che diventa evento, a fronte del silenzio su eventi che non raggiungono la soglia della visibilità perché non toccano, nell’immediato, interessi di alcun tipo; il rischio delle rappresentazioni mutilate». Parlare in prima persona, assumendosi la responsabilità del proprio dire, poiché la realtà è complessa e la verità non può mai essere afferrata nella sua interezza, caratterizza i giornalisti che sono anche testimoni.
Conclusione
Da sempre la deontologia del giornalismo si basa su tre grandi princìpi: la responsabilità (saper valutare gli effetti e le conseguenze della notizia); la preparazione rigorosa (conoscere e saper applicare le tecniche della professione); la credibilità (rispettare la verità sostanziale dei fatti).
Il primo passo da fare dunque per ogni giornalista è confrontarsi con il richiamo che Indro Montanelli fece nel 1989, quando volle riassumere in poche parole la deontologia del giornalismo: «La deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice e difficile parola: onestà. È una parola che non evita gli errori: essi fanno parte del nostro lavoro. Perché è un lavoro che nasce dall’immediato e che dà i suoi risultati a tamburo battente. Ma evita le distorsioni maliziose, quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito. Gli onesti sono refrattari alle opinioni di schieramento – che prescindono da ogni valutazione personale -, alle pressioni autorevoli, alle mobilitazioni ideologiche. Non è che siano indifferenti all’ideologia, e insensibili alla necessità, in determinati momenti, di scegliere con chi e contro chi stare. Ma queste considerazioni non prevalgono mai sulla propria autonomia di giudizio. […] Gli sbagli generosi devono essere riparati, ma non macchiano chi li ha compiuti. Sono gli altri, gli sbagli del servilismo e del carrierismo – che poi sbagli non sono, ma intenzionali stilettate – quelli che sporcano».(LA CIVILTA’ CATTOLICA, tratto dal n° 3872 del 15/10/2011)
Note
1 Cfr Nono Rapporto sulla comunicazione. I media personali nell’era digitale, Roma, Censis-Ucsi, 2011. Le relazioni del Convegno si trovano in www.ucsi.it
2 Gli italiani utilizzano internet per trovare strade e località (37,9%), ascoltare musica (26,5%), svolgere operazioni bancarie (22,5%), fare acquisti (19,3%), prenotare un viaggio (18%), comprare un libro o un dvd (6,2%). Le pratiche on line agli uffici amministrativi (9,7%) o le prenotazioni di visite mediche (3,9%) non sono ancora diventate abitudini, mentre sta crescendo il numero degli italiani (10,1%) che per risparmiare utilizza internet.
3 Dal 2009 al 2011 sono cresciuti dell’1,4% gli italiani che ascoltano la radio in auto (65,2%) mentre rimane stabile l’ascolto della radio via internet (8,4%) o attraverso il cellulare (7,8%), cala l’uso del lettore mp3 come radio (14,8%), che viene così sostituito dall’utilizzo degli smartphone.
4 Dopo il televideo (45%), ci sono i motori di ricerca come Google (41,4%), i siti web di informazione (29,5%), Facebook (26,8%), i quotidiani on line (21,8%).
5 La conseguenza di queste nuove abitudini sta portando la televisione a costruire palinsesti «fatti su misura» sui gusti dei telespettatori. Del resto il 12,3% della popolazione segue già le emittenti tv attraverso internet, o attraverso YouTube (22,7%), oppure segue programmi scaricati tramite il web da altre persone di cui si fida (17,5%). Da internet si scarica anzitutto musica (46,2%), film (27,1%), sport (25,6%), fiction (21,2%), cartoni animati (14,3%), cronaca (13,4%), reality (11,6%), ma anche gli approfondimenti giornalistici (10%) e i telegiornali (8,7%).
6 Il 67,8% degli italiani conosce almeno un social network tra quelli più noti (Facebook, Twitter, Messenger, YouTube, fino a Skype). Si tratta di 33,5 milioni di persone, in crescita rispetto ai 32,9 milioni del 2009. Facebook è il più conosciuto (65,3%) insieme a YouTube (53%); seguono Messenger (41%), Skype (37,4%) e Twitter (21,3%).
7 Negli Usa scaricare gratis è quasi proibito per un accordo tra provider e Governo americano. L’Italia a fatica si sta orientando a seguire lo stesso modello. Un recente accordo, non ancora in vigore, tra Agcom e produttori cinematografici, musicali e televisivi prevede l’istituzione del Center for copyright information (Cci) e dei Copyright Alerts, ovvero degli avvisi che gli internet service provider (Isp, le aziende che forniscono il servizio web) potranno spedire agli utenti sorpresi a scaricare illegalmente file coperti da diritto d’autore. In caso di recidiva il provider potrà rallentare la sua connessione internet o bloccare l’utilizzo della pagina.
8 I media generalisti poi non parlano abbastanza del successo delle newsletter specializzate, che hanno costi di abbonamento molto alti. Rassegne specializzate sui media, come ad esempio la Correspondance de la presse, o sul petrolio, la difesa o i servizi segreti (Intelligenceonline). Queste contengono un numero considerevole di dati e analisi elaborate da esperti.
9 M. SPALLETTA, «La deontologia e l’etica per una professione responsabile», in www.ucsi.it
10 Cfr P. Scandaletti – M. Sorice, «Yes, credibility. La precaria credibilità del sistema dei media», Roma, Ucsi – Unisob – Cdg, 2010. Il futuro del giornalismo: sintesi delle indagini svolte da Astra Ricerche per l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, 2011. L’indagine telefonica è stata fatta su un campione di 2.004 soggetti rappresentativi della popolazione italiana. Si veda anche F. Occhetta, «La precaria credibilità del sistema dei media», in Civ. Catt. 2011 I 319-324.
11 Cfr R. M. Serrao, Politica, finanza e conflitto di interessi: le anomalie del giornalismo si combattono con la credibilità, ricerca Ucsi/Cariplo, in corso di stampa. Il 64% del campione intervistato chiede «eticità» (rispetto della verità, delle persone, delle fonti, dei colleghi, degli editori e dei lettori). Inoltre un intervistato su due desidera un giornalismo che aiuti non solo a sapere ma anche a capire, grazie a una attività educativa che aiuti la crescita del lettore e dell’ascoltatore sensibilizzandolo e aiutandolo a maturare.
12 B. Scaramucci, «Il futuro del giornalismo è nel coraggio di cambiare», in Desk 18 (2011) n. 2, 6 s.
13 A. BAGNASCO, Prolusione al Consiglio Episcopale Parlamentare, 26 settembre 2011, in www.chiesacattolica.it/pls/cci_new/bd_Edit_doc.edit_documento?p_id=15439

