L’intuizione di Francesco rimane importante: ai problemi nuovi della Chiesa e del mondo non da risposte vecchie. In particolare per riformare le istituzioni e le “corporazioni” di allora comprende che è necessario riformare il cuore di chi le governa e le vive. Per lui la controriforma cattolica inizia dal recuperare il rapporto con se stessi in relazione a Cristo; comprendere le voci del bene e del male che abitano l’uomo; e il “sentire interiormente” ciò che Dio suggerisce alla vita dell’uomo per renderlo libero.
Per far questo scrive (si calcola più di 30.000 lettere), predica (in un contesto calvinista) e parla delle cose di Dio nei colloqui personali.
I contenuti della fede che comunicherà attraverso i “nuovi media” di allora hanno come momento generativo la sua crisi di fede nell’anno 1587: una notte oscura in cui per sei settimane non mangia, non dorme, piange, si ammala. Ne esce affidandosi a Dio: “io vi amerò, Signore”.
Dall’infanzia agli studi di Parigi e di Padova, dal sacerdozio all’episcopato a Ginevra, dalla missione “rischiosa” in terra protestante all’amicizia spirituale con Giovanna de Chantal, dalle iniziative per fondare un nuovo istituto di vita apostolica al desiderio di ritirarsi in un eremo… emerge un ritratto di un uomo della nostra epoca che ha voluto sanare le fratture religiose e politiche in un’Europa che desiderava trovare la sua pace nella cultura e nella società.
La sua conversione non cessa di stupire anche quanti non credono. Aveva tutto ma gli mancava l’essenziale. Dalla Chiesa è stato dichiarato “dottore dell’amore”. Egli era convinto che nel trattare con gli uomini, inclusi gli eretici, bisogna sempre evitare “l’aceto”, ma usare la dolcezza, la comprensione, la stima, il dialogo serio e sincero.
Ci ha lasciato scritto: “Vi garantisco che ogni volta che sono ricorso a repliche pungenti, ho dovuto pentirmene. Gli uomini fanno di più per amore e carità che per severità e rigore”.
È il suo invito per essere bravi giornalisti oggi, sotto la sua protezione.(nella foto P. Occhetta)
LA STORIA, LA PENNA E IL CUORE DI FRANCESCO DI SALES
di Padre Francesco Occhetta sj, scrittore de "La Civiltà Cattolica", saggista, consulente nazionale dell'Ucsi Si dice che non siamo noi a scegliere i Santi che ci proteggono, ma sono i Santi a scegliere noi. Ed è così. Infatti quando ogni anno si avvicina il 24 gennaio, giorno in cui la Chiesa fa memoria di Francesco, patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici, siamo in molti a chiederci: "come mai proprio questo Santo?".Eppure chi conosce a fondo la sua vita, ne scopre le ragioni. Per la festa di quest'anno voglio limitarmi a sottolineare tre aspetti della vita di Francesco che possono aiutare a camminare autenticamente nella nostra storia di uomini e di giornalisti. Questi sono: il contesto in cui ha vissuto, il contenuto dei suoi scritti, il modo di comunicare.Come sappiamo Francesco è uno dei protagonisti del secolo XVI, quello dei cambiamenti epocali, in cui gli spazi si dilatano. Esattamente come il tempo che stiamo vivendo. Cristoforo Colombo aveva appena scoperto l'America; la scienza con Galileo scopre che è la terra a girare intorno al sole; è l'epoca di Lutero e del Concilio di Trento. Le guerre di religione erano la piaga dell'Europa. Ma come cantava De Andrè, in un contesto di crisi non possiamo dimenticarci una regola inscritta nella natura: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame possono nascere i fiori". In quel tempo la Chiesa da alla luce "fiori preziosi" a cui siamo ancora debitori tutti come ad esempio Ignazio di Loyola, Filippo Neri, Teresa d'Avila, Vincenzo de Paoli.

