“La vicenda de ‘La Voce di Romagna’ sulla quale è intervenuta giustamente l’Associazione stampa dell’Emilia-Romagna merita una particolare attenzione. Non è tollerabile che un editore che usufruisce di consistenti finanziamenti pubblici, cioè utilizza per le proprie attività editoriali il denaro dello Stato, vale a dire di tutti i contribuenti italiani, e che, quindi, dovrebbe essere tenuto al pieno rispetto delle leggi e dei contratti di lavoro, rifiuti di riconoscere, come ha dichiarato recentemente ai colleghi che fanno parte di quel Comitato di redazione, la legittimità della rappresentanza sindacale prevista dal contratto nazionale di lavoro di categoria; da mesi non paghi i propri dipendenti ed i collaboratori del giornale, arrivando addirittura a proporre ai colleghi prestiti bancari personali non si sa garantiti in che modo dall’azienda; rifiuti ogni rapporto con le organizzazioni sindacali regionale e nazionale dei giornalisti .Cio’ e’ stato affermato in una nota della Fnsi.E’ un elenco bastevole perché si possa chiedere all’associazione imprenditoriale a cui l’editrice de ‘La Voce di Romagna’ risulta aderire, cioè alla Federazione Italiana Liberi Editori (FILE), di prendere le distanze da simili inauditi atteggiamenti, richiamando il proprio associato a comportamenti corretti”.Documento aser
L’Associazione stampa dell’Emilia-Romagna (Aser) denuncia la situazione di gravissime violazioni contrattuali e sindacali che si registra alla Voce di Romagna. Non solo i colleghi, con grande senso di responsabilità, continuano a lavorare pur non percependo lo stipendio da molti mesi, ma vengono disconosciuti dalla proprietà (l’editore Gianni Celli) tutti i diritti sindacali dei giornalisti sanciti dalle leggi e dalla Costituzione.
Dopo ben 16 anni dalla nascita di quel quotidiano, i giornalisti sono riusciti a eleggere un Comitato di redazione, in aperto contrasto con i diktat imposti dall’editore. Al primo incontro chiesto dal Cdr per discutere della grave situazione finanziaria dell’azienda, che pure percepisce contributi pubblici, e della mancata corresponsione degli stipendi, i componenti il Cdr si sono sentiti premettere dall’editore che egli non riconosce alcun organismo sindacale all’interno della propria azienda e che l’incontro avrebbe potuto proseguire solo se i giornalisti si fossero spogliati del proprio ruolo di rappresentanti sindacali. Uno dei tre membri del Comitato di redazione esautorato ha allora abbandonato l’incontro. A questo collega con la schiena dritta, che vive in una situazione di comprensibile disagio in azienda, va tutta la solidarietà dell’Aser.
Gli altri due membri del Cdr si sono limitati a verbalizzare che l’editore ha ribadito di non riconoscere formalmente il Cdr “come organo sindacale rappresentanza di un sindacato nazionale esterno”, pur accettando il confronto ogni qual volta lo richiederanno come rappresentanti interni di tutti i colleghi. Sarebbe sufficiente che l’editore leggesse il contratto nazionale di lavoro, che talvolta applica in modo maldestro, per capire quali sono i compiti e qual è la rappresentatività del Cdr (art. 34).
Lo stesso direttore di quel giornale alterna atteggiamenti di vicinanza al sindacato, con richiesta di contributi alla risoluzione di problemi, ad atteggiamenti di aperta ostilità permettendo la pubblicazione sul foglio di cui è responsabile di attacchi all’istituzione sindacale e a chi la rappresenta e assecondando invece il veto dell’editore di pubblicare comunicati sindacali della redazione.
Riservandosi di agire in tutte le sedi e le forme ritenute opportune, l’Aser si chiede quale diritto abbia di godere di fondi dello Stato chi non ne riconosce le regole e calpesta in questo modo le tutele sindacali. (FNSI)

