Giornalisti, più della metà non può più lavorare senza Twitter & co. Il 68% del campione in un sondaggio Ing dice che il giornalismo non può più fare a meno delle piattaforme social. Twitter, Facebook, YouTube sono fonte preziosa di notizie ma come verificare i contenuti generati dagli utenti? Giornalisti mai più senza social media. Perché oggi le notizie si trovano e si veicolano sempre più spesso tramite Facebook, Twitter & co. Lo dimostra un sondaggio internazionale condotto da Ing (Social Media Impact survey) tra giornalisti e professionisti delle pubbliche relazioni. Il messaggio che emerge è chiaro: i social media sono sempre più usati, pur nella consapevolezza che le informazioni che contengono non sempre sono affidabili.Ma correre alla velocità di Internet è la priorità del giornalismo oggi e i reporter non solo consultano i social media per informarsi ma sono portati a pubblicare rapidamente una notizia, eventualmente correggendola in un secondo momento.
Ecco i risultati salienti del sondaggio: un terzo dei giornalisti dice che i post sui social media non sono una fonte affidabile di informazione eppure la metà rivela che i siti social sono la principale fonte di informazione. Questo avviene anche perché per metà dei giornalisti l’opinione dei consumatori conta più delle dichiarazioni ufficiali delle aziende: i social media hanno il “polso” della situazione, la “presa diretta”.Intanto lo User-generated content (tweet, foto e video prodotti dagli utenti) è sempre più sfruttato dai giornalisti e nel futuro ci si aspetta che l’opinione della gente conterà sempre di più e sarà accettata come vera: il crowd-checking vincerà sul fact-checking. D’altro lato, già oggi solo il 20% dei giornalisti verifica i fatti prima di pubblicare: vale il motto “prima pubblico, poi eventualmente correggo”. Il 60% del campione si dice anche meno condizionato dalle norme del giornalismo quando si trova sui social media: qui il 67% dei giornalisti condivide le proprie opinioni personali più apertamente, talvolta a scapito dell’imparzialità.Il sondaggio di Ing rileva che il 78% dei giornalisti usa i social media tutti i giorni. Le piattaforme più utilizzate sono Twitter (90%), Facebook (81%) e LinkedIn (64%). In definitiva, il 56% dei giornalisti si dice incapace di lavorare senza i social media: solo un quarto vi può rinunciare. Per il 68% è il giornalismo in sè che non può più fare a meno dei social media.Il trend del resto non è nuovo: da qualche anno le redazioni dei grandi gruppi dei media, a cominciare da quella della Bbc, che ha uno User-generated content Hub a Londra, si sono dotate di strutture per la verifica dell’enorme quantità di informazioni che provengono dalla Rete.Nel tempo, poi, si sono moltiplicati gli strumenti per aiutare i giornalisti nella verifica dei contenuti online. Il progetto Citizen Evidence Lab di Amnesty International, per esempio, è una guida per giornalisti e attivisti per i diritti umani per la verifica dell’autenticità e affidabilità dei video messi su YouTube, dove, tra i tanti contenuti generati dagli utenti, potrebbero annidarsi preziose notizie.Un altro progetto, Bellingcat, annunciato ma ancora non attivo (lo sarà dopo l’estate), è ideato da Eliot Higgins aka Brown Moses, blogger inglese specializzato in open source intelligence. Il sito amplierà lo spettro delle attività del blog di Moses e si offrirà come punto di riferimento per la formazione nel giornalismo investigativo basato sulle fonti online, spesso originate dagli utenti. Moses le chiama indagini giornalistiche “open source”.A sua volta lo European Journalism Centre ha dedicato al tema delle investigazioni delle fonti online per i giornalisti che coprono le situazioni di emergenza una guida chiamata Verification Handbook. In caso di disastri naturali o incidenti, infatti, i commenti, le foto e i video online dei cittadini si moltiplicano e il giornalista deve sapersi districare tra le informazioni trovando quelle utili e scartando quelle che non sono attendibili. (FORMICHE)

