19 Aprile 2015
Share

FESTIVAL PERUGIA: QUARTA GIORNATA, DALL’ESERCITO DEL TERRORE AI DRONI ALL’ATTIVISMO ON LINE

1per4Il Festival internazionale del giornalismo di Perugia continua con una serie di interventi su vari argomenti riguardanti la professione di oggi e di domani. Tra tutti i temi della quarta  giornata ne abbiamo scelti alcuni che pubblichiamo in breve sintesi.( Questi, elencati di seguito, sono i temi della giornata:
SIAMO TUTTI FONTI DI INFORMAZIONE: ALLA RICERCA DEL POINT OF ORIGIN DELLA NOTIZIA,  #IJFTALK JILLIAN YORK: COME LE AZIENDE DI SOCIAL MEDIA MANIPOLANO LA REALTÀ GEO-POLITICA,  LA MORTE DEL SEGRETO, LA SVENDITA DELLA PRIVACY, L’AVVENTO DELLA TRASPARENZA,  L’ORIENTE SUI MEDIA ITALIANI,  SALUTE E COMUNICAZIONE,  ISIS: DENTRO L’ESERCITO DEL TERRORE: TRA SOCIAL MEDIA E DIO,  VERSO UNA COSTITUZIONE PER INTERNET?,  MOBILE E MILLENNIAL: CHAT APPS, EMOJI, NUOVI FORMATI VIDEO,  CHAT, MESSAGGISTICA MOBILE E GIORNALISMO,  INCONTRO CON PAOLO MIELI: CONVERSAZIONE SUI TEMI DEL NOSTRO TEMPO,  RACCONTAMI L’UMBRIA,  LE FRONTIERE DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE,  VIDEO STORYTELLING,  JEFF JARVIS. AL DIAVOLO I MASS MEDIA,  CURA LE TUE FONTI: COME POTENZIARE LA REDAZIONE CON GLOBALEAKS,  MEDIA E CALCIO: L’INDUSTRIA DEL PALLONE DAL CAMPO ALLA TV,  GIOVANI, LAUREATI E DISOCCUPATI: LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE IN EUROPA,  60 ANNI DELL’ESPRESSO,  QUALE FUTURO PER I BRAND MAINSTREAM D’INFORMAZIONE?,  WHISTLEBLOWING THE WORLD,  I DRONI AD USO GIORNALISTICO,  DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI AFRICA,  DALLA NOTIZIA ALL’ESPERIENZA,  AMAZON MASTERCLASS: LE POTENZIALITÀ DEL SELF-PUBLISHING NEL GIORNALISMO,  GAZEBO LIVE,  FREEDOM OF INFORMATION ACT ITALIANO A PORTATA DI MANO,  MANNING E GLI ALTRI: TRADITORI, SPIE O EROI? MEDIA REPORTING E WHISTLEBLOWING,  #SANSIROSTORIES: STORYTELLING MULTIMEDIALE DI UNA BANLIEU MILANESE,  SETTE ANNI DI FELICITA’ – ETGAR KERET,  COSTRUIRE, PROMUOVERE, PROTEGGERE: IN UNA PAROLA, RACCONTARE IL BRAND. STORIE ED ESPERIENZE ECCELLENTI DI CORPORATE STORYTELLING,  THE GOOD LIFE,  EDWARD SNOWDEN E IL DIBATTITO SU SORVEGLIANZA E PRIVACY,  OLTRE LA NOTIZIA. QUANDO IL GIORNALISMO INCONTRA L’ATTIVISMO ONLINE,  PERCHÉ LA STRUTTURA È IL FUTURO DEL GIORNALISMO
 
ISIS: DENTRO L’ESERCITO DEL TERRORE: TRA SOCIAL MEDIA E DIO
Al panel incentrato sul tema della propaganda del terrore portata avanti dall’Isis hanno partecipato Fabio Chiusi (giornalista freelance), Eugenio Dacrema (ricercatore associato ISPI) e Marta Serafini (Corriere della Sera).
“La propaganda è il modo in cui Isis vuole darsi un’immagine agli occhi del mondo e  Dio è lo strumento per dare senso alla sua autorappresentazione, è la giustificazione per portare a compimento i suoi atti in quanto fornisce radici storiche e ideologiche alla sua causa”, così ha aperto il dibattito Chiusi.
Secondo il giornalista freelance l’Isis ha certamente vinto dal punto di vista comunicativo, riuscendo a raggiungere e ad attrarre l’occidente, anche grazie all’efficacia dell’ultraviolenza. Proprio a causa del forte impatto generato dalle continue immagini di sangue e decapitazioni, è complicato mettere in piedi una contronarrazione. “Se ci rassegniamo a narrarlo come uno scontro tra Islam e resto del mondo, facendo di tutta l’erba un fascio, finiamo col confermare i fondamenti ideologici dell’Isis, facendo così il gioco dei terroristi. Riaffermiamo la profezia messianica dello scontro finale tra religioni e allora giustifichiamo la chiamata alle armi”, ha spiegato Fabio Chiusi.
La parola è poi passata ad Eugenio Dacrema, che ha ripercorso l’evoluzione dei media al servizio dei gruppi terroristici. All’epoca dei padri la comunicazione era più diretta, si serviva di strumenti immediati come semplici volantini, perciò combattere questo tipo di narrativa era molto semplice. Nell’era dei figli, Bin Laden ed Al Zawahiri, la narrazione è cambiata adattandosi al nuovo panorama dei media, dominato dalla televisione ed ha confezionato eventi spettacolari, veri e propri show. “La terza generazione, quella dei new media”, ha spiegato Dacrema, “si caratterizza per una perdita di importanza della televisione. Attraverso questi canali l’isis sta narrando una realtà in grande espansione, cercando di dimostrare che gli islamici nel proprio territorio potranno vivere la vita islamica perfetta. Ma la descrizione del califfato come di uno Stato in continua espansione è una narrazione falsata, come una bolla finanziaria.” Da ciò è emerso che i media nostrani, dando credito a questa narrazione,  potrebbero paradossalmente aiutare la propaganda dell’Isis, creando un processo di autoavverazione, in modo che sempre più persone cercheranno di aggregarsi a loro. “La bolla prima o poi esploderà, ma il rischio è che un giorno ci si possa anche assuefare a questa violenza”, ha concluso Dacrema.
Grazie all’esperienza vissuta in prima persona da Marta Serafini è stato poi possibile spostare l’attenzione sul ruolo delle donne islamiche nella propaganda dell’ Isis. “Le ragazzine vengono schiavizzate e utilizzate per fare propaganda verso le altre donne, servono al califfato per mostrare che la vita Islamica assicurata dall’Isis è bella”, secondo la giornalista del Corriere della Sera. “La donna è un oggetto e contemporaneamente ha il ruolo di fare propaganda e di combattere”, ha proseguito, “per fare questo si usano immagini di principesse guerriere (come Mulan). Tutto questo viene raccontato anche per attirare foreign fighters. Ma questo rende anche la vita difficile alle donne musulmane  che vivono in Europa che risultano discriminate rispetto alle donne occidentali.”
Per quanto riguarda il racconto della realtà Isis perpetrato dai media italiani, si è convenuto sulla difficoltà di descrivere lo stato delle cose in maniera esatta, soprattutto in quanto manca la possibilità di raccontare direttamente, di mandare inviati in Siria o in Iraq. È quindi difficile avere conferma di quello che sta succedendo.Infine l’aspetto legato ai social network, particolarmente attuale vista la decisione di Twitter durante la scorsa settimana di far salire il numero degli account rimossi a 10000 al giorno. Per i tre speakers certamente la decisione è scaturita dalla necessità di risolvere un grave danno di immagine generato dagli account dei miliziani Isis e anche dalle pressioni ricevute dagli Stati occidentali.
INCONTRO CON PAOLO MIELI: CONVERSAZIONE SUI TEMI DEL NOSTRO TEMPO
Una discussione informale con l’ex direttore del Corriere della Sera sullo “stato di salute dell’informazione in Italia”, come l’ha definita il moderatore Vittorio Zincone.Al centro del dibattito il concetto di libertà d’espressione, in particolare dopo la tragedia di Charlie Hebdo. Alla domanda “cos’è pubblicabile?”, Mieli risponde e ribadisce: “Tutto. (…) Se tra l’incitamento a delinquere e l’atto delinquenziale c’è un rapporto diretto è assolutamente dimostrabile. Ma se io dico o scrivo ‘Voglio uccidere tutti quelli che si chiamano Zincone’, devo avere il diritto di farlo”.
Per Mieli, accettare che esista un confine tra materiale pubblicabile e non pubblicabile, significa lasciare uno spazio aperto alla censura: “È una legge inefficacie e dannosa per la libertà d’informazione. Le persone che lavorano nel campo delle informazione devono rassegnarsi a leggere anche cose che le offendono. Ma tutto quello che attiene al mondo della parola deve essere pubblicato.”
Mieli ha anche commentato la scelta di alcune reti, tra cui Tg1, di non mandare in onda i video dell’ISIS: “Per quanto riguarda l’idea che la propaganda di guerra sia da recriminare, è un’idea stupida e controproducente. Nel mondo del web, l’idea che tu se non mandi un filmato rendi impossibile che la gente lo veda, è una stoltezza. Indirizzi solo gran parte del pubblico a cercarlo da un’altra parte.”
Secondo il presidente di RCS Libri, quindi, “tutti devono essere liberi di dire tutto, perché dire è diverso da fare”.  La conversazione si è poi spostata sulla generazione 2.0 e su come è cambiato il giornalismo negli ultimi anni: “L’informazione negli anni ’60 e ’70 era molto peggiore di adesso. La grande differenza tra il mondo da cui io provengo e il mondo in cui siamo approdati, è che il mondo da cui vengo aveva delle gerarchie e sapeva chi era responsabile di chi. Il mondo web invece è un mondo dove ci sono molti anonimi, identità false, e dove non si capisce bene chi rappresenti chi.”
Paolo Mieli ha un profilo Twitter seguito da oltre 70mila follower, ma ha scritto un solo tweet: “Sì, sono io”.
OLTRE LA NOTIZIA. QUANDO IL GIORNALISMO INCONTRA L’ATTIVISMO ONLINE
 “Oltre la notizia. Quando il giornalismo incontra l’attivismo online”. Il panel include Simone Cosimi, Elisa Finocchiaro, Luca Francescangeli, Peter Gomez e Vittoria Iacovella, i quali racconteranno la loro percezione di giornalisti e attivisti, e di come queste due sfere diverse collaborino. Al centro della discussione l’utilizzo di Charge.org, la più grande piattaforma di attivismo online al mondo, da parte di giornalisti e redazioni.
Elisa Finocchiaro racconta due storie emblematiche di un cambiamento sociale che sta avvenendo. Sono quelle di Giannina, la cui figlia è stata vittima di un omicidio stradale e che ora chiede giustizia, e di Sabri, che ha lottato per salvare il blogger Soheil Arabi, il quale rischiava la pena capitale per aver pubblicato materiale offensivo nei confronti di Maometto. Entrambe le campagne hanno avuto un grande successo e hanno ottenuto rispettivamente 160.000 e 239.000 firme.
“I media hanno sempre dato voce alle storie delle persone, in particolare di quelle più deboli e più vulnerabili, e nel frattempo hanno dettato l’agenda dell’informazione. (…) Credo che fino a qualche anno fa due donne come Sabri e Giannina avrebbero potuto esprimere la loro voce soltanto in modo passivo, soltanto se qualche giornalista avesse deciso di aiutarle. Invece oggi possono raccontarsi in prima persona e mettere la propria storia a disposizione di un movimento per il cambiamento sociale.” Chiunque, infatti, ha la possibilità di iniziare una campagna su Change.org, e può continuamente aggiornare la propria pagina in modo da tenere aggiornati i propri follower e i media.
Vittoria Iacovella parla invece della sua esperienza a Repubblica con “Vaccinati a morte”, inchiesta che ha ottenuto il premio Ilaria Alpi. Durante le quattro puntate si è investigato il danno da vaccinazioni ai militari, che dopo essere bombardati da sostanze hanno sviluppato diverse malattie, tra cui cancro, tumori o malattie autoimmuni.
“Quando l’inchiesta è uscita ha iniziato a creare trambusto. Ma come moltissime inchieste che facciamo, quando la vedi ti senti un po’ male e il giorno dopo non succede niente. Noi avevamo bisogno di capire se i ragazzi che si sono ammalati e sono morti avrebbero mai avuto un risarcimento danni, e se si poteva fermare questa modalità errata di somministrarli.”
La petizione ha portato a interrogazioni parlamentari e, nonostante il Ministero della Difesa non abbia mai ammesso pubblicamente il proprio errore, sono stati cambiati i protocolli relativi alle procedure di somministrazione.
“Un giornalista non è un attivista, è uno che racconta le storie, cercando di essere una finestra quanto più ampia, aperta e pulita. Ma giornalismo e attivismo possono collaborare,” spiega Iacovella.
In alcuni casi l’attivismo ha funzionato anche sul piano culturale, come racconta Simone Cosimi, che ha lanciato una campagna per portare l’effigie di Rita Levi Montalcini sulla moneta da un euro.
“Ho voluto mettere insieme due temi di attualità, quali l’Europa e i premi Nobel. La mia sfida è stata quella di spostare il livello su un piano culturale, e di capire come questa piattaforma potesse essere sfruttata per sollevare un dibattito. Quindi in qualche modo è partita da un lavoro giornalistico ed è andato oltre, è diventato attivismo.”
Per Cosimi quindi la petizione può costituire un forte strumento di dibattito per un giornalista, che può creare un approfondimento culturale e raccontare dei fatti “smuovendo le idee”.
L’ultimo intervento dell’incontro è quello di Peter Gomez, direttore di ilfattoquotidiano.it. Il Fatto Quotidiano è una delle poche testate ad aver lanciato diverse petizioni su Change.org, tra cui #ladrididemocrazia, contro alcune riforme del governo Renzi, e “Chi sa parli: Verità sul caso Cucchi”.
“Il rapporto con Change.org è antico e straordinario, perché permette ad un giornale o un sito Internet di dimostrare di essere fatto non esclusivamente di giornalisti o notizie, ma di una comunità di lettori. Nessuno di noi che lavora nei media potrebbe andare molto lontano senza una comunità di utenti.”
“Io non faccio il giornalista per cambiare il mondo, io faccio il giornalista per raccontarlo. Ma so anche che se racconto dei fatti che qualcuno non vuole si sappiano, posso indirettamente cambiare lo stato delle cose.”
Gomez cita Luigi Einaudi per riassumere lo scopo del giornalismo: “In una democrazia bisogna conoscere per deliberare. Io permetto alle persone di conoscere delle cose, e loro attraverso degli strumenti democratici cercano di prendere delle decisioni. L’interrogativo è: che cosa accade quando la democrazia in tutto il mondo è relativamente limitata?”
Change.org diventa quindi fonte di potere per i cittadini, che possono finalmente dare un seguito a quello che leggono nelle notizie: “Quando raccontiamo delle storie sui giornali o sui siti Internet creiamo generalmente depressione. È un po’ come quando hai le corna: è meglio non saperlo, perché l’impressione che hai è ‘non posso farci niente’. Invece con Change.org e altri strumenti che permettono di raccogliere firme ti rendi conto di poterlo fare,” ha concluso Gomez.
I DRONI AD USO GIORNALISTICO
L’avvocato Giovanni Battista Gallus, presidente del Circolo dei Giuristi Telematici, descrive il fantastico mondo dei sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, meglio conosciuti come droni. Gli ultimi sviluppi nel campo della tecnologia hanno permesso la nascita di questi aggeggi che consentono di alzarsi in volo e produrre foto e video. In Italia, a differenza degli Stati Uniti, esiste il regolamento per l’utilizzo dei droni. A dettare le regole é l’E.n.a.c., ente nazionale aviazione civile. Attualmente questo regolamento é in fase di revisione.
Andando nel dettaglio l’avvocato specifica alcune norme previste del regolamento. Innanzitutto una distinzione tra gli usi professionali e quelli ricreativi e/o amatoriali. Se pensiamo ai droni dal peso inferiore ai 25 kg é essenziale possedere una certificazione dello strumento utilizzato. Inoltre è prevista una autorizzazione rilasciata dall’ente. Previsto anche un “brevetto” per il pilota.Anche in Italia, così come in tanti altri paesi, sono nate “scuole” per piloti di droni, che prevedono periodi di formazione per i piloti.
In linea generale é possibile far volare il drone solo nello spazio aereo non controllato. Quindi non meno di 150 metri dalle aree congestionate, e almeno 50 metri di distanza dalle persone o dalle cose. Deve essere sempre visibile dal pilota e ad una altezza massima di 70 metri da terra. Il raggio massimo è di 200 metri. Permesse, senza restrizioni, attività in spazi privati chiusi.
A marzo 2015 risultavano 107 droni autorizzati. Cifra molto esigua se si considera l’esistenza di altri 6mila droni professionali, che dunque restano e operano senza autorizzazione.
Così come anticipato, l’ente sta lavorando ad un nuovo regolamento in cui viene specificata la categoria dei droni inoffensivi, quelli cioè che posso accedere anche alle aree critiche. Il pilota può essere operatore. Non é possibile, però, il sorvolo di assembramenti di persone. Norme, però, ancora da approvare.
Quando si parla di droni si parla anche di invasione dei dati personali. Per quanto riguarda la professione giornalistica esistono delle eccezioni che si applicano anche alle pubblicazioni occasionali o/e per la libera manifestazione del pensiero. In ogni caso deve essere rispettata l’essenzialità della notizia e il diritto di cronaca. Negli ultimi tempi i droni sono stati utilizzati anche in modo illecito, come quelli dei “paparazzi”, i quali fanno registrare la palese invasione della privacy delle persone. In questo caso sono previste sanzioni. sia amministrative che penali. Misure che si applicano anche per la mancata assicurazione per il drone.In generale questo strumento super-tecnologico é uno strumento essenziale anche per chi opera nel campo del giornalismo, per arricchire le proprie inchieste con contenuti inediti. (UFFICIOSTAMPAFESTIVAL)