Entro metà febbraio 2017, un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze determinerà le modalità di versamento del contributo di solidarietà da parte degli editori, mentre altri decreti attuativi stabiliranno i criteri e le modalità di accesso al sostegno del Fondo.
Non è un segreto per nessuno che il fondo dovrebbe disporre di una somma tra i 200 e i 250 milioni di euro, e che una grossa fetta finirà nelle casse di editori di quotidiani locali “stampati” e dell’emittenza televisiva e radiofonica locale. Sono infatti esclusi dall’accesso alle risorse gli editori quotati in Borsa o partecipati da società quotate. La ratio della legge che istituisce il Fondo è proprio quella di sostenere un comparto messo al tappeto da otto anni di crisi economica e degli investimenti pubblicitari: piccoli e piccolissimi editori di stampa, radio e televisioni locali. Dunque, un sostegno nuovo e corposo alla pluralità delle fonti di informazione che senza questo supporto pubblico rischiavano e rischiano ancora di sparire.
Ma per la prima volta entrano in gioco i media on line, i quotidiani on line, che da almeno un decennio hanno sostituito in molti casi i giornali di carta nella dieta mediatica degli italiani. I trend non lasciano dubbi: in futuro anche i giornali saranno sempre più letti su device digitali, tablet, smartphone e pc. La legge 198/2016 definisce quotidiani on line “testate giornalistiche regolarmente registrate presso una Cancelleria di Tribunale; il cui direttore responsabile sia iscritto all’Ordine dei Giornalisti, nell’elenco dei pubblicisti o dei professionisti; che pubblichi i propri contenuti giornalistici prevalentemente on line; che non sia esclusivamente una mera trasposizione telematica di una testata cartacea; che produca principalmente informazione; che abbia una frequenza di aggiornamento almeno quotidiana; che non si configuri esclusivamente come aggregatore di notizie”.
Nulla è ancora dato sapere, invece, sulla composizione della redazione. Quanti giornalisti deve contare una redazione per consentire al proprio editore di accedere al Fondo? Nel caso della agenzie di stampa, ad esempio, il governo lo ha chiarito un anno fa: 50 giornalisti professionisti assunti ex articolo 1 del Contratto nazionale di lavoro. Varrà anche per i quotidiani on line? Difficile pensarlo. Queste redazioni oggi contano 5/10 giornalisti nella stragrande maggioranza dei casi. Ma se questo fosse il numero previsto dai decreti, il rischio è che potranno fare domanda di contributo centinaia di redazioni. Questo l’obiettivo del legislatore? E questo numero di giornalisti che caratteristiche professionali dovrà avere? Nei media digitali lavorano videomaker, social media manager, web master, photo e video editor. Quanti di loro sono assunti con regolare contratto giornalistico?
Il secondo quesito si lega al primo. Quale sarà la quota del Fondo che i decreti assegneranno ai quotidiani on line? Un 10% o un 20 o un 30% del totale? Questa decisione potrebbe avere un effetto selettivo molto importante sulla platea di richiedenti. Il governo deciderà prima la quota di Fondo da destinare a questi nuovi media e poi metterà mano alla definizione dei requisiti per l’accesso o seguirà il percorso opposto? La sensazione è che, almeno per il primo anno, i quotidiani on line dovranno accontentarsi delle briciole, il grosso del sostegno pubblico andrà ancora ai quotidiani cartacei. È il Censis, venerdì scorso, ad aver certificato le tendenze: i quotidiani cartacei perdono lettori, ridotti al 40,5% degli italiani (-1,4% nell’ultimo anno, -26,5% complessivamente nel periodo 2007-2016), mentre continua ad aumentare l’utenza dei quotidiani online (+1,9% nell’ultimo anno) e degli altri siti web di informazione (+1,3%). Il nuovo Fondo per l’editoria, per assolvere il compito che il Parlamento gli ha affidato (sostenere e difendere la pluralità dell’informazione minacciata dalla crisi) dovrà per forza di cose dare più spazio ai media digitali (non solo quotidiani, forse) e alle redazioni indipendenti che li sviluppano e li rendono qualitativamente validi. La difesa della libera informazione passerà allora, sempre di più, anche dal web.

