Era dedicata all’ascolto (“L’ascolto nelle dinamiche comunicative nella Chiesa di Papa Francesco”) la riflessione che Viganò ha tenuto, giorni fa, in quel di Loppiano (Figline Valdarno) presso l’Istituto Universitario Sophia: un seminario a invito, frutto della collaborazione fra il “Centro Evangelii Gaudium” (una costola della Università dei Focolarini) e la Rete Europea Risorse Umane. Riflessione che dovrebbe proseguire e a cui come associazione, ecclesiale e professionale, di comunicatori potremmo certo fornire elementi di concretezza.
Introdotti dal preside Piero Coda, una trentina di persone, fra cui molti giornalisti, si sono confrontati con il profilo dell’ascolto; bene edotti – non tanto dalla sottolineatura specifica di Viganò quanto dalla loro quotidiana esperienza anche di comunicatori – come troppo spesso la Chiesa (e non solo la Chiesa …) “invece che ascoltare si parla addosso”. Ma consapevoli, i presenti, di quanto non sia semplice trovare “il linguaggio adeguato” per raccontare la Buona Notizia nel complicato contesto odierno.
Francesco ci riesce perché “usa un linguaggio comprensibile e familiare a tutti” ma soprattutto perché, appunto, rifugge l’assai praticato e abusato clichè del “nemico”, di colui davanti al quale ci si deve “opporre”. Francesco – scorro gli appunti dalla relazione di Viganò – “non crea antagonismi, non esprime giudizi; fa sentire che non siamo abbandonati, che Gesù è al nostro fianco”. E, almeno sul piano della comunicazione, e specie nei confronti di chi sta ai margini della Chiesa o ne è addirittura fuori, Francesco ha il successo che tutti sappiamo.
In molti, compresa Carmen Lasorella (“Il nostro è un mestiere straordinario, spesso non fatto come dovrebbe essere fatto”), ci siamo confrontati sull’ascolto. Fra le parole per me più convincenti quelle di Damiano Tommasi, presidente dell’associazione fra i calciatori italiani, con una risonanza calcistica attorno alle modalità comunicative del Papa (“Francesco arriva subito e segna”) e una sottolineatura sulla efficacia del linguaggio sportivo.
“Credo nella competizione – ha detto – ma credo soprattutto nella rivincita, nell’avere un’altra chance a disposizione, nel potersela rigiocare”. E ha fornito, Tommasi, un bell’esempio “familiare” di ciò che è (o meglio: dovrebbe essere) lo sport in rapporto all’etica. Ha raccontato la (evidentemente non brillante) prima partita di suo figlio, un bambino: partita a cui lui, il padre, non potè andare e dunque si informò per telefono sull’esito, sul risultato. “E’ andata benissimo, babbo, abbiamo vinto uno a zero. Per loro”.
Bello fosse vero. Bello fosse così.

