La strage di Kabul dei giorni scorsi, che aveva un gruppo di cronisti come obiettivo, ha colpito l’opinione pubblica mondiale per il numero di vittime – nove, cui si è aggiunto un giornalista della Bbc ucciso nella provincia di Khost – ma anche perché si è trattato di uno dei colpi più duri inferti al giornalismo in età contemporanea. Questa perdita rischia ora di rendere più buio quel paese difficile che è l’Afghanistan, e più povera l’opinione pubblica mondiale.
Le armi di un giornalista sono la voce e la penna. Primi strumenti di lavoro i piedi e gli occhi, quelli che spingono a vedere le cose di persona, autonomi, indipendenti, in ricerca della verità e liberi di informare. Se si limita quella libertà si limita il diritto del pubblico a essere informato. Così quando muore un giornalista, un telecineoperatore, un fotografo, non è solo una vita che si spegne, ma è anche un bene pubblico a venire meno.
* L’autrice, Vania De Luca, è presidente nazionale dell’Ucsi

