Il giornalismo italiano – è la sua tesi – “ha scritto grandi pagine in tutte le stagioni – dal pre-fascismo al dopo-Tangentopoli – ma senza mai sentire come propria una vocazione al ‘quarto potere’ e interpretando semmai una tendenza al fiancheggiamento di tutti i poteri, di maggioranza e opposizione. Con un consociativismo diffuso in tutti i rami dell’informazione: i giornalisti giudiziari sono indulgenti con i magistrati, i critici cinematografici con i grandi registi e lo stesso vale per il giornalismo sportivo, culturale, sindacale, per non parlare di quello economico. Con una tentazione comune: partecipare al gioco, consigliare il potente. Condizionarlo. Dettargli la linea”.
In più si è affermato sempre più il genere giornalistico del retroscena, che mescola talvolta notizie vere a virgolettati apocrifi e notizie “più orecchiate che vere”.
Inoltre si è accentuata l’enfasi dei titoli, che in molte circostanze non hanno neppire rapporto diretto con i fatti. porto coi fatti né coi resoconti, come una incantevole musica astratta».
Per Martini i retroscena e i titoli irreali sono “due porti franchi nei quali vero, parzialmente vero e falso convivono”. Alla lunga – secondo lui – questo fenomeno “da una parte erode la credibilità dei giornali e al tempo stesso sdogana la categoria del verosimile, che al momento opportuno sarà sposata con entusiasmo dai politici”.

