Due figli, ormai adulti, la forza di un sorriso e di un’ironia colta tutta meridionale, Antonio Colasanto, per la Chiesa Fratel Antonio Colasanto, all’ombra del santuario dedicato a Madre Speranza, per le ultime generazioni di giornalisti, comunicatori, politici, sindacalisti, responsabili di associazioni e movimenti, forse significherà poco. Eppure, al di là di una profonda personale amicizia diventata nei decenni affetto sincero, Antonio Colasanto appartiene a pieno titolo alla grande storia intellettuale della Campania e del Paese.
Ha diretto giornali, come il settimanale della Confcooperative “Insieme oggi” o il quotidiano “Il Diario”, che oltre quarant’anni fa sperimentarono con successo la stampa a freddo, ha insegnato, fra i primi in Italia, scienza della comunicazione prima all’università Pro Deo di Roma, poi alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e ancora agli istituti di religione di Capua e Pozzuoli, quando il giornalismo si affacciava timidamente su un mondo comunicativo che mutava il corso delle relazioni e il racconto della realtà, e’ stato motore instancabile ,negli anni settanta ed ottanta, dell’Unione Cattolica della Stampa italiana in Campania e nel paese. ha animato, culturalmente, un sindacato, la Cisl, da sempre fucina di personalità di grande spessore, è stato consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, quando la categoria era asse portante del Paese, ha “allevato” decine di giovani comunicatori offrendo consigli, idee, provocazioni intellettuali, ha scritto una decina di libri, tra cui “San Gennaro non fa più miracoli”, Guida Editori, spietata e intelligente analisi del problema meridionale, e “Comunicazione umana, significati e rischi”, Edizioni Dehoniane, che, nel lontano 1978, aprì il dibattito in Italia sui rischi di una informazione slegata da valori etici.
Per il settimanale della diocesi di Napoli “Nuova stagione” ha curato, fino a qualche settimana fa, una nota sulle catechesi di Papa Francesco. E ancora, per la “Voce”, settimanale della diocesi di Orvieto-Todi, la sua ultima diocesi (ne era diventato capo ufficio stampa), raccontava la Chiesa locale. Ma sempre con l’orizzonte vasto del ricercatore e del cristiano che, in ottantatré anni di vita, aveva visto, seminato, raccontato, amato. Era appassionato studioso di rotte, Antonio Colasanto, anche quando nell’ufficio stampa della Regione Campania doveva raccontare le istituzioni e la politica, avendo però sempre presente, nel cuore e nella mente, la forza dirompente della Parola, la saggezza dello studio, la necessità del pluralismo di idee. Sempre con l’entusiasmo di un comunicatore innamorato della professione giornalistica.
Anticipò la crisi del Paese. Era il 1980. E in “Cattolici drogati”, Edizioni Gallina, scriveva: “Sclerosi, crisi dei partiti e dei sindacati, criminalità e violenza sono aspetti marcatamente visibili e dolorosi di un malessere generale che non viene denunciato per spirito distruttivo o apocalittico ma per operare in chiave costruttiva un processo di crescita personale e sociale”.
Sarebbe piaciuto tanto a Papa Francesco questo intellettuale “scomodo”, Fratel Antonio Colasanto. Il Papa che, ai redattori dei “suoi” media, ha detto: “Lasciatevi schiaffeggiare dalla realtà”. Pur nella serena oasi di Collevalenza, Colasanto amava, da intellettuale di rara creatività, sempre libero, immergersi nella realtà per evidenziarne potenzialità e limiti. E sempre da cristiano. E sempre con quel sorriso ironico, con le sue battute, che ti coinvolgeva.
Negli ultimi mesi, anche in relazione all’isolamento pandemico, lo hanno incontrato in pochi. Ma siamo certi che, nell’ultima ora, tempo del bilancio di una vita, complessa, non facile, fatta di dolori e solitudine, progetti e speranza, Antonio Colasanto ha avuto vicino Maria, la donna del Sì, con la sua tenerezza materna – come ci ricorda Papa Francesco – e la sua offerta di salvezza eterna.
Nella sua lunga vita, Antonio Colasanto non ha mai perso, nella molteplicità delle sue esperienze professionali e intellettuali, il senso del cammino. È il lascito che ha regalato ai suoi due figli e a decine di suoi allievi giornalisti e comunicatori. È la storia di un cristiano testimone di un “catechismo vivente”, per dirla come Papa Francesco, che Antonio Colasanto viveva, da sempre, con il sorriso del cuore.
Nel mare di premi, spesso inutili, spero che l’Ordine dei Giornalisti sappia omaggiare la sua figura di grande comunicatore con un premio che sia monito per le future generazioni. E le città di Ercolano, dove ha vissuto e che ha amato, e Todi-Orvieto, dove ha lavorato, con entusiasmo, fino alla fine, sappiano ricordare con un forum aperto a rappresentanti della Chiesa e delle istituzioni la figura di uno studioso e di un cristiano esemplare. Per non dimenticare.
Con una certezza. Quelli che spesso non fanno notizia fanno andare il mondo. Antonio Colasanto era uno di questi. Anche nel silenzio e nella preghiera dell’oasi di Collevalenza dove, con coraggio e convinta consapevolezza, aveva, in tarda età, vedovo, preso i voti diventando Fratel Antonio.
* L’autore è direttore di Rai Vaticano

