La Cina fa peggio di tutti ma ci sono più vincoli negli stessi Stati Uniti. Lo certifica il rapporto annuale del think thank Freedom House, l’organizzazione non governativa internazionale che conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche e diritti umani.
L’analisi è stata compiuta in 70 Paesi e ha analizzato 21 indicatori. Ebbene, in 48 di esse ci sono norme più stringenti per le aziende tecnologiche in materia di contenuti, dati e concorrenza. Regole nuove, che – denuncia il rapporto – spesso “vengono sfruttate per soffocare la libertà di espressione e ottenere un maggiore accesso ai dati privati”.
La Cina viene considerata all’ultimo posto per la libertà di Internet per il settimo anno consecutivo e per giunta “con la pandemia di Covid-19 che rimane uno degli argomenti più pesantemente censurati”.
Il punteggio degli Stati Uniti (75) è diminuito per il quinto anno consecutivo con “informazioni false e manipolate che hanno influenzato l’accettazione pubblica dei risultati delle elezioni presidenziali del 2020”.
L’Italia (76 punti) è indicata come libera ma si segnalano nuove leggi o direttive che potrebbero portare ad un aumento della censura e ridurre l’anonimato online.
Il punteggio più alto va all’Islanda (96). Poi ci sono l’Estonia (94) e il Costa Rica 87), “primo Paese al mondo a dichiarare l’accesso a Internet un diritto umano”.
Leggiamo ancora: “Nell’80% delle nazioni analizzate sono state arrestate persone per i loro discorsi online; nel 41% delle nazioni si è arrivato a interrompere internet o le reti mobili per ragioni politiche; il 46% delle nazioni ha bloccato o ristretto l’accesso alle piattaforme social, scelta avvenuta principalmente in concomitanza di proteste o elezioni”.

