Il Congresso regionale dell’Ucsi Sicilia, intitolato “Testimoni di verità”, ha rappresentato molto più di un evento celebrativo: è stato un atto di memoria attiva e di riflessione sul significato stesso del giornalismo in una società attraversata da disinformazione, algoritmi e nuove forme di potere invisibile.
Durante il congresso, in cui ho avuto il privilegio di intervenire con i vertici Ucsi nazionali e regionali, sono stati ricordati i nove giornalisti siciliani che hanno sacrificato la propria vita per raccontare i fatti con rigore e coraggio: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Maria Grazia Cutuli.La loro testimonianza rimane un monito e un modello per chi oggi vuole difendere l’etica del racconto e la responsabilità professionale.
Cosa significa oggi ‘fare informazione’
In un’epoca in cui l’informazione è frammentata, la rapidità prevale sulla verifica e l’algoritmo stabilisce cosa merita attenzione, la verità rischia di diventare invisibile. Fare informazione non significa più soltanto descrivere la realtà: vuol dire proteggerla da chi la manipola, la distorce o la mercifica. Eppure, dietro questo scenario tecnologico e caotico, resiste una certezza: senza un giornalismo libero, critico e consapevole, una democrazia non può sopravvivere.
Le grandi piattaforme digitali — social network, motori di ricerca, canali di condivisione — non sono strumenti neutrali. Sono mediatori attivi, che filtrano e ordinano i contenuti secondo logiche di profitto. Ciò che appare sui nostri schermi non è una rappresentazione oggettiva del mondo, ma il risultato di una selezione invisibile, che privilegia ciò che cattura l’attenzione, non ciò che spiega o approfondisce. L’algoritmo, infatti, non cerca la verità: cerca il clic. Premia l’emotività, la provocazione, il conflitto. Così, la visibilità diventa il nuovo criterio del vero, e la comunicazione rischia di trasformarsi in intrattenimento.
In questo ecosistema ipersaturo, il cronista si muove in un panorama dove ogni cittadino può diventare produttore e diffusore di notizie, spesso senza strumenti di verifica né consapevolezza critica.
A rendere il quadro ancora più articolato contribuisce la disinformazione organizzata, che non è un errore casuale, ma una strategia deliberata. Insieme al collega Andrea Altinier è stato elaborato un modello, l’“esagono delle fake news”, che illustra la forza e la persistenza della menzogna digitale: le notizie false attraggono perché suscitano emozione, si propagano rapidamente, anticipano la verifica, attraversano media diversi, deformano la percezione collettiva e continuano a influenzare anche dopo essere state smentite.
La disinformazione non serve solo a confondere, ma a minare la fiducia pubblica: nella scienza, nelle istituzioni, nella stampa stessa. È un’arma di manipolazione cognitiva che erode la capacità dei cittadini di orientarsi nella complessità.
La verità nell’era dell’intelligenza artificiale
A questo scenario si aggiunge ora la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Le tecnologie generative permettono di creare testi, immagini, video e persino voci indistinguibili dal reale. I deepfake, i contenuti sintetici, gli avatar informativi possono costruire intere narrazioni fittizie con un grado di realismo che mette in crisi ogni criterio di verifica tradizionale.
Il pubblico, disorientato, fatica a distinguere ciò che è autentico da ciò che è artificiale. Per questo, il giornalista deve comprendere i meccanismi della rete, riconoscere la manipolazione e spiegare al pubblico come funziona. Il suo compito non è più soltanto raccontare, ma anche educare: diventare una guida critica dentro “l’infosfera”, così come la definisce il Professore Luciano Floridi, un interprete capace di restituire senso e proporzioni in un mondo che vive di frammenti.
Il giornalista è una sentinella
Chi è, oggi, il giornalista? Non è più semplicemente chi redige un articolo o conduce un telegiornale. È una sentinella, è un traduttore della realtà, è un ponte tra i fatti e la loro comprensione pubblica. In un’epoca di scetticismo diffuso, è soprattutto custode della credibilità. La trasparenza del metodo — come si costruisce una notizia, quali fonti si scelgono, quali limiti si riconoscono — diventa parte integrante del messaggio. Solo un giornalismo che mostra il proprio processo può ricostruire la fiducia di un pubblico spesso disilluso e polarizzato.
Trasmettere la memoria dei giornalisti siciliani ricordati al Congresso non significa fare retorica, ma educare al coraggio del racconto onesto. Serve una narrazione nuova, coinvolgente, capace di usare i linguaggi del presente — il video, i podcast, il teatro civile, i laboratori multimediali — senza rinunciare alla profondità del racconto. Nelle scuole e nelle università, il giornalismo può diventare un esercizio di cittadinanza attiva: leggere i testi di questi professionisti, analizzare i contesti in cui operarono, discutere le loro scelte e persino i loro limiti. Solo così la memoria smette di essere commemorazione e diventa formazione critica.
La memoria dei giornalisti uccisi per affermare la verità
Difendere la verità oggi significa salvaguardare la possibilità stessa di comprendere il mondo. La verità, ricordava Peppino Impastato, “è come il sole: puoi anche provare a nasconderla, ma non puoi spegnerla”. Questa frase resta la sintesi di una missione che attraversa generazioni di cronisti e cittadini. In un’epoca in cui la manipolazione è sofisticata, la memoria breve e la superficialità diffusa, il giornalismo deve tornare a essere scuola di rigore e di coscienza. Non basta informare: bisogna formare. Solo così la libertà di stampa diventa libertà di pensiero, e la verità torna a essere un bene comune.
Essere testimoni di verità, oggi, non significa solo “denunciare”. Significa resistere, studiare, rifiutare la superficialità. Significa difendere l’etica del racconto, anche quando non porta visibilità. Un testimone di verità è colui che non cede alla tentazione del facile consenso, costruisce fiducia con lentezza e rigore, accetta il rischio dell’impopolarità e si assume la responsabilità del metodo, prima ancora della notizia.
Il Congresso regionale dell’UCSI Sicilia ha mostrato come la memoria dei giornalisti morti nell’esercizio del loro lavoro possa diventare un modello di responsabilità, coraggio e rigore per chiunque voglia raccontare il mondo senza cedere alla menzogna o alla superficialità.


