21 Marzo 2026
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Il 2 giugno ricorderemo il referendum istituzionale del 1946, che ci consegnò la Repubblica. Allora votò il 90% degli italiani e delle italiane, oggi le percentuali sono molto più basse.

80 anni dal ‘primo’ voto: il ruolo dei giornalisti per la partecipazione

il ruolo dei giornalisti per la partecipazione, a 80 anni dal primo voto

Antonello Riccelli

Tra poche settimane celebreremo gli 80 anni della Repubblica. Il 2 giugno 1946 votarono 25 milioni di italiani (e per la prima volta di italiane). La percentuale allora sfiorò il 90% degli aventi diritto. E quelle immagini in bianco e nero delle lunghe code ai seggi, in un clima di gioia per la libertà ritrovata, ora andrebbero mostrate più spesso, come esempio.

Per trent’anni i votanti rimasero su quei livelli, oggi impensabili, poi cominciò il calo sempre più marcato. Che si è manifestato in tutti i tipi di elezione.

Alle Politiche del 2022 ha votato solo il 64% di chi poteva farlo. Due anni, dopo, alle Europee, la percentuale è scesa addirittura sotto il 50%. Ancora peggio è andata nelle Regionali dell’ottobre scorso. Vedremo naturalmente in queste ore quale sarà il numero di votanti al referendum.

Osservatori ed esperti si interrogano da tempo sul fenomeno, che certo è molto ampio e ha tante spiegazioni. La tendenza però appare irreversibile e segna un punto di crisi evidente delle nostre democrazie. Come si può invertire la rotta? Dipende anche dalla comunicazione, dai suoi modi e dal suo stile, e qui entra in gioco il ruolo dei giornalisti.

Il contributo dei giornalisti oggi, dopo quel voto di 80 anni fa

Non che sia colpa loro (anzi, nostra) di questa indifferenza alla politica, che a volte diventa ‘avversione’. Ma i giornalisti possono comunque dare un contributo positivo, persino determinante. Rifuggendo gli errori dei social di oggi (polarizzazione, autoreferenzialità) e richiamandosi al loro compito di mediatori della realtà, attenti e disinteressati. Muniti di un codice etico, oltre che deontologico.

Ancora: adattandosi ai linguaggi di oggi senza tuttavia abbassarsi ad essi. Utilizzando i nuovi mezzi senza rinnegare i vecchi, preferendo in ogni cao l’approfondimento al titolone “acchiappa-click”.

Cercando infine di ribaltare l’agenda delle notizie. Come raccomandava Papa Francesco ai giornalisti dell’Ucsi nell’udienza per i 60 anni dell’associazione (leggi qui). Non abbiate paura di rovesciare l’ordine delle notizie, per dar voce a chi non ce l’ha; di raccontare le ‘buone notizie’ che generano amicizia sociale: non di raccontare favole, ma buone notizie reali; di costruire comunità di pensiero e di vita capaci di leggere i segni dei tempi”.

È una sfida difficile, può apparire una lotta contro i mulini a vento (e anche contro una tecnologia che avanza e divora persino i posti di lavoro, costringendoci a tempi troppo brevi per fare bene questa professione). Ma se riusciamo a recuperare davvero il nostro ruolo più autentico, potremo dare un contributo alla partecipazione seria e consapevole alla vita pubblica. E i risultati forse si vedranno anche al momento del voto. Se anche non ci saranno le code di 80 anni fa, potrà esserci più consapevolezza.