20 Aprile 2026
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Una riflessione sui tanti incontri e messaggi per i giornalisti e gli operatori della comunicazione

La grande eredità di papa Francesco

l'eredità di papa Francesco passa anche dal giubileo della comunicazione

Salvatore Di Salvo

“Abbiamo bisogno di un giornalismo libero, al servizio del vero, del bene, del giusto; un giornalismo che aiuti a costruire la cultura dell’incontro”. Era il 3 maggio 2019, giornata della libertà di stampa, e papa Francesco in un suo tweet legò insieme alcuni dei valori della nostra professione, che sia svolta da laici o da religiosi. È il richiamo ad un giornalismo mite, che mette al centro il cuore dell’uomo e racconti sempre la verità”.

E’ il primo ricordo che oggi ho di Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, nell’anniversario della morte. Tanti sono i momenti che ritornano alla mia mente, vissuti insieme all’Ucsi. L’eredità di papa Francesco si concentra su un’informazione etica, costruttiva e “vera”, capace di costruire una società coesa.

Ha spesso espresso gratitudine per il lavoro giornalistico, esortando i professionisti a non cadere nella disinformazione e a cercare invece la verità, definendo il loro ruolo come un servizio essenziale per la comunità. Ci ha consegnato, sulla comunicazione, alcune parole-chiave: il valore della verità, la missione educativa, riportandoci alla semplicità delle parole, il dialogo per costruire ponti di pace.

Ha voluto anche che il giubileo “Pellegrini di speranza” fosse aperto dai giornalisti e comunicatori. E’ stato emozionante ascoltare le parole nell’aula Nervi. Ha definito il giornalismo un lavoro che costruisce la società se basato sulla verità e non sulla calunnia o sulla diffamazione. Ha sconvolto il linguaggio e lo stile della Chiesa per proiettarla nelle periferie geografiche ed esistenziali. Ci ha insegnato a vivere i valori del Vangelo con fedeltà, coraggio e amore universale, in modo particolare a favore dei poveri e emarginati.

Qual è allora l’eredità di Papa Francesco per i giornalisti? Ci lascia un fuoco: il fuoco vivo di una fede vissuta nella misericordia e nella giustizia, nell’amore a Dio e al prossimo.

Ci lascia l’esempio di una Chiesa che sa dire con Cristo: venite, qui c’è posto per “todos, todos, todos”. In oltre un decennio di pontificato, Francesco ha impresso un segno indelebile, incarnando un’idea di Chiesa misericordiosa, aperta, umile e coraggiosamente proiettata verso le periferie dell’esistenza. Fin dall’inizio, con gesti e parole semplici – il suo «buonasera» dalla Loggia di San Pietro, la scelta di farsi benedire dal popolo prima di impartire la benedizione – ha indicato uno stile nuovo.

La sua figura ha trasformato l’immaginario ecclesiale: dalla Chiesa come un «ospedale da campo» che cura le ferite dell’umanità, ai pastori con «l’odore delle pecore» in mezzo al gregge, Francesco ha restituito al Vangelo il volto della misericordia, della vicinanza e della tenerezza. Francesco ha mostrato che la misericordia non è indulgenza facile, ma amore esigente. Francesco ha rilanciato con forza l’idea di una Chiesa sinodale, cioè un popolo di Dio che cammina insieme nella storia.

Nel solco del santo di cui ha portato il nome, egli ha ricordato costantemente che siamo tutti fratelli e sorelle, figli di un unico Padre. Ha dato nuovo slancio all’impegno per la custodia del creato, intrecciandolo indissolubilmente con la giustizia verso gli ultimi. Ha promosso incontri di preghiera per la pace, riunendo leader di diverse fedi. Ha denunciato con forza la corsa agli armamenti e le ingiustizie che alimentano i conflitti.

L’aspetto forse più innovativo del pontificato di Francesco è stato il cambio di paradigma, verso una Chiesa vissuta come «processo» in divenire. Con la sua umiltà e i suoi gesti semplici e profondi al tempo stesso – abbracciare i malati, assistere i senzatetto, lavare i piedi ai giovani detenuti – ci ha scosso dal nostro compiacimento e ci ha ricordato che siamo tutti legati da obblighi morali verso Dio e gli uni verso gli altri. Grazie Francesco!