Un laboratorio per raccogliere stimoli, concepire nuove idee e generare percorsi virtuosi di giornalismo responsabile, al servizio della democrazia. Nel pomeriggio di sabato 16 maggio giornalisti e comunicatori Ucsi da tutta Italia si sono ritrovati a Roma per poter continuare a lavorare sul progetto delle 5M che ha visto la sua prima edizione tra il 2023 e il 2024.
All’inizio è intervenuto Vincenzo Varagona, presidente nazionale Ucsi, che ha ricordato il lavoro dell’Ucsi in sinergia con l’Ordine dei giornalisti, il sindacato e altri movimenti “per mettere in circolo insieme democrazia, giornalismo e opinione pubblica”.
Giuseppe Delle Cave, giornalista, membro della giunta Ucsi e coordinatore del progetto delle 5M, ha sottolineato che quel progetto “nasce per provare a dare nuovo stile professionale al giornalismo “militante” e ai nuovi giornalismi, rovesciando la prospettiva delle 5W con 5M, more: più fonti e domande, più tempo, più linguaggi e più punti di vista, più diritti, tutela e libertà, più umanità”.
L’INTRODUZIONE DEL GRUPPO 5M
“Più fonti e domande, più tempo, più linguaggi e più punti di vista, più diritti, tutela e libertà, più umanità: in ciascuna di queste 5M c’era in nuce il tema della democrazia – ha detto Roberta Carlucci -. Lo abbiamo sottolineato nei singoli paragrafi di questo paper, che ha visto anche aggiornamenti in questi anni. È nato nel 2023, alla vigilia dell’anno di switch sull’IA, il 2024. Oggi spesso l’umanità si usa in contrapposizione all’IA/macchina, invece noi l’avevamo pensata, come giornalisti cattolici, come M che attraversava tutte le altre, ed era anche una M che rappresentava essere un giornalismo di prossimità, accanto alla gente per raccontare voci e volti. Con L’avvento dell’IA è stato imprescindibile ragionare su questo orizzonte: in un’edizione successiva del paper è stata aggiunta una nota, che rimane superficiale e non esaustiva, per cui è stato necessario ripensare il paper con uno slancio diverso per il futuro, sia sui temi dell’IA che su quelli della democrazia e sulle scelte delle persone. Su questa scia, abbiamo intercettato colleghi e colleghe che si occupano di ricerca”.
A questo proposito, Delfina Santoro ha informato della creazione, in seno al gruppo 5M, di “un osservatorio per condividere informazioni e dibattito critico, come progetto che punta a facilitare e divulgare il nuovo paradigma. L’intenzione è di scalare sempre di più questa idea, creare progetti che rivendicano il ruolo del giornalista oggi, di mediazione nella società, grazie anche a un lavoro di etica nell’IA: IA non solo per avere informazioni, ma con l’IA al servizio della narrazione autentica”.
Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai giornalisti, anche sui temi dell’IA, sono state riprese da Ludovico Falzone, in visita al Quirinale il 14 aprile 2026 come studente di una Scuola di giornalismo: “Mattarella ci ha rivolto un pensiero dal cuore, ricordando anche le parole del Papa e il suo messaggio spirituale, soffermandosi sul ruolo del potere e come si vive e convive senza farsi inebriare da questo, citando ad esempio come l’importanza dell’auto-ironia. Il contenuto del suo intervento ha di fatto declinato le 5M, per un’informazione affidabile e responsabile, raccontando la realtà come verità e non come visione distorta, alla base dell’informazione di oggi e del futuro, soprattutto confrontandosi con l’IA”.
Infine, Lucandrea Massaro, che nel gruppo 5M si è occupato in particolare del tema della tutela dei diritti e delle libertà del giornalista, ha osservato che anche l’IA “preferisce i testi con approfondimenti, dati, numeri: per questo, arrivare primi senza arrivare bene non ha più senso. Noi abbiamo un compito come giornalisti nella società: se esiste il giornalismo è perché la società è virata alla democrazia, che non può esistere senza un buon giornalismo. Non esiste il buon giornalismo: esiste solo il giornalismo, e dall’altra parte c’è la cattiva coscienza. C’è un unico modo per fare bene giornalismo, perché questo è il nostro scopo di fronte alla società, e ciò che possiamo rivendicare al pubblico quando chiediamo il giusto compenso e i finanziamenti”.
GLI INTERVENTI DEI RELATORI
ALESSANDRO BARBANO:
“Il nostro compito? Costruire un’opinione pubblica consapevole. La mediazione giornalistica merita un riconoscimento costituzionale”
Alessandro Barbano, giornalista e saggista, ha esordito illustrando l’inadeguatezza delle 5W: “Ci rifletto dai primi anni Novanta. La notizia è il rapporto tra i fatti/fenomeni, percepiti nel loro contesto interno: qui c’è il rapporto tra giornalismo e verità, perché la prima forma di negazione di verità è la decontestualizzazione del fatto. L’aderenza del fatto al contesto interno per il giornalista che penetra la notizia e la prende nelle sue intersezioni, con il contesto in cui è collocata, va rispettato: non deve espungerla e portarla altrove, altrimenti la notizia (vera) perde di realtà. La contestualizzazione, che è tutt’uno con il lavoro che il giornalista fa, presuppone allora competenza: oggi il populismo è anzitutto populismo del sapere, cioè l’illusione di espungere i fatti dai contesti in cui sono collocati, e rimontarli in un proprio pantheon dove tutto coincide ma è soggettivo, e quindi disancorato dalla realtà, irreale, falso. La notizia è il rapporto tra il fatto/fenomeno, tratto dal suo contesto interno, e il contesto nel momento in cui giunge alla percezione del lettore (contesto esterno). Il giornalismo quindi è un trasfert, un accompagnamento che il giornalista fa, per prenderlo da contesto interno della notizia verso un contesto esterno, avendo anche una percezione del tempo, perché la notizia cambia, perché cambia la domanda di informazione”.
“Il contesto esterno è qualcosa ha a che fare con la malattia delle democrazie, perché è anche un contesto etico, è il collante della cultura, della comunità, alla quale il giornalista si raccorda. In un’ottica ampia, il contesto etico è il collante dei valori su cui la democrazia si fonda.
Il problema risiede nel fatto che questi relativi assoluti sono andati scemando. Nelle grandi democrazie occidentali oggi c’è una grande confusione attorno a questi principi. Con la malattia della democrazia, i cittadini dell’Occidente, in percentuale minoritaria ma comunque significativa, non condividono più allo stesso modo i fondamentali della democrazia, i relativi assoluti: su questi relativi assoluti c’è confusione, e quindi il nostro dovere di verità si scontra con questa congiuntura. A questo problema le non-democrazie rispondono spegnendo Internet (Russia, Iran)”.
“Dobbiamo dotarci di una pedagogia liberale: uno strumento con cui i cittadini a cui parliamo si riconoscono in alcuni principi fondanti. Questo è il nostro compito: la formazione di opinione pubblica consapevole, matura, che condivide alcuni elementi valoriali (su cui si fonda cultura occidentale), consustanziale alla difesa e al destino delle democrazie. In questo senso, il nostro lavoro ha una grande responsabilità: se non lo assolviamo, la democrazia può finire.
La mediazione giornalistica merita un riconoscimento costituzionale: chi esercita la comunicazione in forma organizzata ha responsabilità ed esperienza pari alla gravità delle questioni che affronta; in caso contrario, non curiamo la democrazia e non proteggiamo la formazione dell’opinione pubblica. È un compito essenziale e non esiziale dei giornalisti”.
DANIELE CHIEFFI:
“L’IA, rischio ma anche opportunità per il giornalismo”
Daniele Chieffi, giornalista e docente universitario, ha spiegato subito di avere “una visione meno pedagogica del giornalista e del comunicatore”.
“Noi che parliamo a un pubblico ci troviamo in situazione molto pericolosa, perché cominciamo a non servire più: ogni mese si assiste ad un incremento del 700% delle ricerche IA-based senza passaggio a siti delle fonti. Il problema delle macchine IA è che restituiscono anche un’interpretazione dell’informazione, costruita apposta per soddisfare il bisogno informativo dell’utente. Questo rende inutile il lavoro del comunicatore e giornalista. Il varco aperto per noi è che chiede qualità nella costruzione dei contenuti. Oggi però noi non abbiamo più libero accesso al nostro pubblico: sempre di più saremo completamente intermediati, è uno scenario certo. I professionisti della comunicazione ormai comunicano con l’IA, non con il pubblico”.
Riportando l’esempio di un giornale italiano che in una settimana – con l’introduzione di AI Overview – ha perso il 70% di traffico di lettori, Chieffi ha confermato che “siamo in una crisi di ruolo e di riconoscibilità del giornalista. Il concetto vero è che siamo stati travolti da una situazione che si è sviluppata in meno di un anno. A tutt’oggi non sappiamo quale sia la direzione”.
“L’IA ci chiede di scrivere bene – ha detto -, in modo efficace, non perché sia eticamente giusto ma perché serve all’IA per lavorare. Dobbiamo usare nuove regole, inserire approfondimenti, dati, numeri, citazioni, per essere rilevanti per l’IA, non per questioni etiche o per creare la verità. L’IA è macchina statistica e quindi costruisce testi coerenti, non per amore di verità, ma per svolgere il suo servizio. Dall’altra parte, abbiamo gli utenti, anche i telespettatori, che percepiscono l’IA come un amico saggio, un oracolo: si sta assistendo a una personalizzazione/antropomorfizzazione dell’IA, passaggio pericoloso per noi tutte le persone, ma anche confidenza con l’IA.
Si tratta comunque di un’occasione che possiamo sfruttare, per due aspetti. Innanzitutto, riconoscere che noi siamo intermediari: ciò che conta è inserire nel nostro percorso professionale la comunicazione con IA; in secondo luogo, lavorare per far sì che la macchina dica ciò che noi riteniamo sia giusto che dica, e dunque lavorare sul substrato, cioè sulla mole di informazioni”.
ADELE GROSSI:
“L’approfondimento è la chiave: l’IA non fa esclusive”
Per Adele Grossi, giornalista Rai, la via di salvezza del giornalismo passa per l’approfondimento: “Appartiene a tutti e può essere la chiave: il primato dell’approfondimento non lo possiamo perdere, l’IA non ce lo può togliere. Con l’approfondimento recuperiamo l’autorevolezza e il ruolo: l’IA non fa esclusive! Anche noi abbiamo contribuito a confondere l’opinione pubblica: spesso per superficialità, ad esempio, ma forse anche per pigrizia o poca preparazione? È inaccettabile”.
Dovremmo farci più mediatori, anche in senso molto ampio, interpretando i fatti: partendo da qui ci possiamo riprendere il nostro ruolo, che non è sovrapponibile all’IA. Approfondendo si può arrivare a futuro più brillante. È una questione di sopravvivenza: altrimenti i giornalisti non esistono più”.

LE CONCLUSIONI
Al termine del dibattito è intervenuto Renato Piccoli, giornalista Rai e coordinatore delle 5M, ricordando che “oggi sono subentrate vere e proprie narrative strategiche, che vanno bene per le aziende ma non per i giornali. Anche grazie al monito di Mattarella, siamo invitati a fare attenzione per non trasformare il giornalismo nella certificazione di narrative precompilate: se facciamo domande e andiamo alla fonte, la narrativa crolla. Queste narrative strategiche fortunatamente sono di cartone, senza fondamento. Quel pantheon fatto di tessere molto soggettive, dove tutto è disancorato dalla realtà, può crollare”.


