22 Giugno 2026
Share

Consumismo, solitudine e nuove fragilità dell’essere

Il vuoto che abita il presente e la funzione del giornalismo

il vuoto che abita il presente

Francesco Pira

È qui che il giornalismo incontra la sua funzione più alta: non limitarsi a registrare il disagio, ma offrire chiavi di lettura. In una società che tende a spettacolarizzare tutto, anche il malessere, è importante che l’informazione sappia resistere alla semplificazione. Parlare di vuoto esistenziale, nuove forme di smarrimento significa accendere una luce sulle crepe della contemporaneità, ma anche sulle possibili vie di ricostruzione.

Si avverte un disagio che non sempre fa rumore, non sempre si vede, non sempre si lascia nominare con facilità. È il senso di vuoto che molte persone avvertono dentro la quotidianità, tra relazioni fragili, attese deluse e desideri che non trovano più una direzione. Non è solo tristezza, né soltanto stanchezza. È qualcosa di più profondo: la sensazione che manchi un significato, che la propria vita scorra senza corrispondere davvero a ciò che si era immaginato, sperato, costruito dentro di sé. Quando questo sentimento riguarda una porzione così ampia della popolazione, smette di essere una questione privata e diventa uno specchio sociale del nostro tempo.

È degno di attenzione l’articolo pubblicato su “Domani”, scritto dal ricercatore Enzo Risso, dal titolo “Il vuoto esistenziale colpisce 1 italiano su 2: tra consumismo e solitudine, la mappa della fragilità sociale”, perché ci consegna una lettura potente e scomoda della contemporaneità. Non si limita a fotografare un malessere diffuso, ma lo collega con lucidità alle forme della vita sociale, alle diseguaglianze, al consumismo, alla perdita di orizzonti condivisi. E lo fa a partire da dati molto chiari: “Il 49 per cento degli italiani avverte più di una volta al mese un senso di vuoto o di mancanza di significato nella sua esistenza quotidiana”. Una quota che sale, come ricorda l’articolo, al 55 per cento tra i giovani della Generazione Z, al 57 per cento tra i millennial, resta alta tra le donne (56) e raggiunge un picco impressionante nei ceti popolari (71).

La modernità liquida che causa il vuoto

La cornice interpretativa richiamata da Risso è quella di Zygmunt Bauman, che aveva colto nella modernità liquida lo scioglimento dei legami un tempo capaci di tenere insieme esistenze individuali e trame collettive. L’articolo lo dice con parole nette: “Ciò che i numeri raccontano è la storia di una società che ha barattato la profondità con la superficie, la comunità con l’aggregato di solitudini consumanti”. È una frase che non andrebbe letta solo come formula efficace, ma come sintesi di un mutamento profondo. Perché il vuoto esistenziale non nasce nel nulla: cresce nei contesti in cui si indeboliscono i legami, si consumano le appartenenze, si smarrisce il senso del limite e della reciprocità.

L’indagine richiamata dall’articolo è, da questo punto di vista, molto significativa. La nota metodologica segnala che si tratta di una indagine CAWI realizzata da Ipsos per il Centro Studi Legacoop, su un campione di 800 maggiorenni residenti in Italia, svolta a fine aprile 2026. Il dato quantitativo, però, diventa davvero eloquente quando viene letto nella sua densità sociale. Risso osserva che il senso di vuoto “è alimentato, nel 35 per cento delle persone, da una dimensione di tristezza e rassegnazione per la direzione che sta seguendo la propria vita”, una vita percepita come “non allineata alle speranze e alle attese”. Non è solo una crisi del benessere soggettivo: è una frattura tra aspettative e realtà, tra promessa sociale e destino vissuto.

Il consumo come fonte identitaria

Ancora più inquietante è il dato sul consumo come fonte identitaria. L’articolo ricorda che “il 56 per cento del paese, la maggioranza assoluta delle persone, ritiene che la propria identità sia definita da ciò che consuma e possiede”. È qui che il vuoto si intreccia in modo evidente con il consumismo. Se l’essere viene progressivamente misurato sull’avere, il rischio è che ogni mancanza si trasformi in insufficienza personale e che ogni desiderio venga tradotto in bisogno di acquisto, di esposizione, di conferma esterna. Ma nessun possesso può davvero colmare ciò che appartiene alla sfera del senso, del riconoscimento, della relazione.

Siamo davanti a una trasformazione che investe il cuore stesso dell’esperienza contemporanea. Le nuove forme di smarrimento non riguardano soltanto la precarietà economica o la crisi dei riferimenti tradizionali, ma il modo in cui gli individui sono chiamati a costruire sé stessi dentro un mondo iperconnesso, competitivo e profondamente esposto alla logica della performance. Non sorprende che siano i giovani, le donne e i ceti popolari a pagare il prezzo più alto. Come osserva Risso, “la società odierna, nella sua apparente democraticità, distribuisce le sue ferite con chirurgica ineguaglianza”. Chi ha meno risorse economiche, culturali e relazionali è più esposto al rischio di cadere in questa forma di insignificanza diffusa.

Il ruolo (e la responsabilità) del giornalismo

In questo quadro, anche il giornalismo ha una responsabilità decisiva. Raccontare il vuoto esistenziale non significa indulgere nel pessimismo o inseguire titoli d’effetto. Significa, piuttosto, interpretare una fragilità che non può essere ridotta a una questione individuale. Il buon giornalismo, quando sa leggere i fenomeni in profondità, diventa uno strumento di orientamento culturale e civile. Aiuta a dare nome a ciò che molti provano senza riuscire a dirlo, collega le storie personali ai processi collettivi, sottrae il dolore alla solitudine muta e lo restituisce a una dimensione comprensibile, condivisibile, discutibile nello spazio pubblico.

È qui che il giornalismo incontra la sua funzione più alta: non limitarsi a registrare il disagio, ma offrire chiavi di lettura. In una società che tende a spettacolarizzare tutto, anche il malessere, è importante che l’informazione sappia resistere alla semplificazione. Parlare di vuoto esistenziale, consumismo, solitudine, nuove forme di smarrimento significa accendere una luce sulle crepe della contemporaneità, ma anche sulle possibili vie di ricostruzione. Perché se è vero che siamo immersi in un tempo che ha smarrito molte grandi narrazioni, è altrettanto vero che gli esseri umani continuano a cercare senso, legame, riconoscimento, comunità.

Quel vuoto che dobbiamo saper interpretare

Non basta invitare le persone a “ritrovare sé stesse” se vivono in contesti che producono isolamento, insicurezza, confronto permanente e impoverimento simbolico. Servono politiche capaci di ridurre le diseguaglianze, spazi educativi e culturali in cui ricostruire relazioni, luoghi di partecipazione, reti di prossimità. Serve un’idea di società meno fondata sul possesso e più orientata al legame. E serve una cultura pubblica che torni a riconoscere il valore del tempo condiviso, della parola, della presenza, della responsabilità reciproca.

Il vuoto, dunque, non va negato né banalizzato. Va ascoltato, compreso, interpretato. Perché può diventare anche un segnale, una soglia, una domanda che costringe a ripensare il modo in cui viviamo. È dalla consapevolezza che può nascere una speranza: dalla capacità di trasformare il disagio in ricerca di senso e la solitudine in bisogno di legami sociali. Se sapremo farlo, quel vuoto non sarà più soltanto una ferita del presente, ma anche il punto da cui ricominciare a costruire, insieme, un orizzonte condiviso.