Il Presidente della Cei ha giustamente detto: “virtù e conoscenza restano ‘gli elementi fondamentali della nostra umanità’. Il futuro non si gioca contro la tecnologia, ma dentro la qualità dell’uso che ne faremo. E in questo cammino, il giornalismo può e deve avere una funzione decisiva: quella di alimentare discernimento e di tenere aperte le domande che contano.
Ci sono espressioni che, appena lette, entrano nel cuore. Non solo per la loro forza comunicativa, ma perché riescono a nominare con precisione una condizione diffusa, spesso percepita ma non ancora davvero riconosciuta. Una di queste è la frase del cardinale Matteo Zuppi: “Siamo tutti adolescenti” di fronte all’Intelligenza Artificiale.
Mi ha colpito molto l’articolo pubblicato sul portale “paroledimanagement.it”, scritto da Dario Colombo, dal titolo “Intelligenza Artificiale, Cardinal Zuppi: ‘Siamo tutti adolescenti digitali’”. Un testo che restituisce bene il senso di un dialogo ampio sull’impatto etico e sociale del digitale, a partire dall’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, dedicata alla dignità della persona nell’era dell’AI. Lo stesso articolo ricorda che l’intervista completa al cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è disponibile sul numero 325 della rivista Sviluppo&Organizzazione.
“Siamo tutti adolescenti”
Nel testo si legge che, di fronte all’Intelligenza Artificiale, il Presidente della CEI osserva: “Siamo tutti adolescenti”. È un’immagine molto efficace. L’adolescenza è il tempo della scoperta, dell’accelerazione, dell’attrazione per il nuovo, ma anche della fragilità, dell’inesperienza, della necessità di un orientamento. Applicata al nostro rapporto con l’AI, questa categoria rivela un tratto decisivo del presente: stiamo usando strumenti potentissimi senza aver ancora costruito fino in fondo una maturità collettiva capace di governarli.
Uno dei passaggi più acuti dell’articolo riguarda quanto riferito da alcuni insegnanti al cardinale: ragazzi che chiedono all’AI se una loro reazione sia stata “giusta” o “sbagliata”. Può sembrare un dettaglio marginale, ma in realtà segnala un cambiamento importante nel nostro rapporto con il giudizio e con la responsabilità personale. Zuppi osserva infatti che “l’AI costa niente, ma nasconde una presunzione di oggettività, nonostante sia il risultato dell’attività di un algoritmo che risponde a logiche precise”. L’algoritmo viene percepito come neutrale proprio quando non lo è. Il linguaggio fluido, la disponibilità costante, la rapidità della risposta e il tono apparentemente equilibrato producono un effetto di affidabilità che può facilmente essere scambiato per verità.
Immersi nell’infosfera
Luciano Floridi, tra i principali filosofi dell’informazione, ha mostrato con chiarezza che viviamo ormai immersi nell’“infosfera”, un ambiente in cui la distinzione tra offline e online si fa sempre più debole. In questo scenario, l’AI non è un semplice strumento esterno: è una presenza che entra nei processi decisionali, nei percorsi educativi, nelle relazioni, nei dubbi morali. Quando un adolescente domanda a una macchina se ha reagito bene o male, non sta solo cercando un’informazione: sta trasferendo all’algoritmo una quota di discernimento personale.
Il rischio, afferma il cardinale, è che questa delega silenziosa finisca per “dismettere le forme di intelligenza umane, come quella relazionale e spirituale, che ci dovrebbero contraddistinguere”.
La questione non è solo ciò che l’AI può fare, ma ciò che l’essere umano può smettere di esercitare. La relazione, la coscienza, il dubbio, il confronto, l’attesa, perfino la fatica del giudizio: sono tutte dimensioni che rischiano di essere compresse in un tempo che premia la risposta immediata e l’apparente chiarezza.
In questa prospettiva, l’enciclica richiamata nell’articolo non propone scorciatoie morali. Colombo scrive con precisione che chi si aspetta indicazioni preconfezionate “resta deluso”. Zuppi lo dice in modo molto netto: “Non c’è un navigatore che offre risposte preconfezionate né un’AI cristiana. Al contrario, è la persona che deve usare l’AI in modo etico”. È un passaggio fondamentale, perché ci sottrae alla tentazione di trasformare l’etica in un automatismo. Nessuna tecnologia, nemmeno la più sofisticata, può dispensarci dalla responsabilità del discernimento.
C’è qui un messaggio di grande valore anche per la cultura contemporanea: non tutto ciò che è tecnicamente possibile è automaticamente umanamente giusto. E soprattutto, non tutto ciò che è accessibile deve sostituire l’esercizio della coscienza. La Magnifica Humanitas, come viene spiegato nell’articolo, “avverte dei rischi”, ma non esplicita una casistica completa del bene e del male: “Questo è ciò che dobbiamo capire da soli”. In queste parole c’è un richiamo forte alla coscienza personale: la tecnica può assisterci, ma non può sostituirsi alla nostra capacità di scegliere.
I giornalisti accompagnino gli ‘adolescenti digitali’
È qui che il discorso tocca direttamente anche il giornalismo. Perché se è vero che siamo tutti, in qualche modo, adolescenti digitali, allora il giornalista non può limitarsi a inseguire il fascino del nuovo, né a respingerlo in modo superficiale. Deve fare qualcosa di più difficile e più nobile: accompagnare la società nella comprensione. Deve aiutare i lettori a distinguere tra informazione e fascinazione, tra innovazione e deresponsabilizzazione, tra uso consapevole e dipendenza cognitiva.
Il ruolo del giornalismo, alla luce di quanto affermato da Zuppi, è oggi profondamente educativo. Il giornalista è chiamato a costruire contesti di comprensione. Significa raccontare l’AI con misura, evitando tanto l’enfasi celebrativa quanto la rappresentazione allarmistica. Il buon giornalismo, oggi, è chiamato a stare nel mezzo difficile tra questi estremi, coltivando lucidità, rigore e senso umano.
Questo comporta almeno tre responsabilità. La prima è la responsabilità del linguaggio. Il lessico con cui parliamo di AI orienta già il modo in cui la pensiamo. La seconda è la responsabilità della contestualizzazione. Il giornalista deve spiegare che ogni algoritmo risponde a logiche, dati, interessi, modelli, e che quindi non esiste alcuna oggettività pura. La terza è la responsabilità della centralità umana. Ogni articolo, ogni intervista, ogni approfondimento dovrebbe riportare al centro la domanda vera: che cosa accade alla persona, alla libertà, alla relazione, alla coscienza?
Zuppi, in questo senso, offre anche una bussola culturale forte quando richiama Dante: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Virtù e conoscenza, osserva il cardinale, restano “gli elementi fondamentali della nostra umanità”.
La conoscenza senza virtù rischia di trasformarsi in uno strumento privo di orientamento morale, capace di aumentare il potere senza interrogarsi sulle sue conseguenze. La virtù senza conoscenza, al contrario, rischia di restare una buona intenzione incapace di leggere la complessità del presente. Il compito dell’informazione è tenere insieme entrambe: capire e orientare, analizzare e custodire.
Il futuro non si gioca contro la tecnologia, ma dentro la qualità dell’uso che ne faremo. E in questo cammino, il giornalismo può e deve avere una funzione decisiva: quella di alimentare discernimento e di tenere aperte le domande che contano.
Forse è proprio questa la speranza più concreta che possiamo coltivare: non un domani senza algoritmi, ma un domani in cui gli algoritmi non spengano la coscienza; non un mondo senza intelligenza artificiale, ma un mondo in cui l’intelligenza umana resti capace di scegliere, di comprendere, di custodire la dignità della persona. Se davvero siamo tutti “adolescenti digitali”, allora il compito che ci attende è crescere. E crescere, oggi, significa imparare a usare la tecnologia senza allontanarci dalla verità di ciò che siamo.


