Seguire sempre la freccia gialla. Sembra semplice, sembra quasi un gioco.
Ce lo aveva spiegato bene qualche anno fa un giovane sacerdote, accogliendoci ad O Cebreiro, splendido borgo sulle montagne della Galizia: dovete sempre seguire la freccia gialla, quella che indica il cuore, ci aveva raccomandato, donandoci una pietra nera con il disegno di una freccia gialla. Fare il cammino di Santiago in qualche modo ti allena ad ascoltare il tuo cuore, ad interrogarti su ogni singola scelta, da quelle più pratiche (dove fermarsi, dove andare a dormire, dove mangiare) a quelle più spirituali e sentimentali.
Ti allena a rapportarti con gli altri nella verità.
La freccia che indica la direzione
Nell’ ufficio stampa in cui lavoro quando uno di noi va a fare un viaggio, professionale o per vacanza, deve portare una calamita da attaccare al frigo, come segno di condivisione con gli altri della sua esperienza. Per questo, quando sono tornato dal mio terzo cammino di Santiago, ho portato la calamita con i simboli di questa bellissima esperienza: la concia, cioè la conchiglia che i pellegrini raccoglievano a Finisterre per testimoniare di aver fatto il pellegrinaggio, e appunto la freccia. Quella freccia che per chilometri e chilometri, in ciascuno dei tanti percorsi, indica a tutti i pellegrini la direzione da seguire per arrivare alla cattedrale e al Portico della Gloria.
Questa è la terza volta che faccio il cammino di Santiago. La prima volta che ho messo lo zaino in spalla e sono andato in Spagna a camminare è stata nell’agosto 2022. Il desiderio di fare il cammino era nato tanti anni prima, nel 2009, quando percorrendo la Spagna del nord in macchina, avevo visto per la prima volta i pellegrini. Lì, in un periodo totalmente diverso della mia vita, avevo deciso che un giorno anch’io sarei stato uno di loro.
Scoprire di essere un pellegrino
Certe cose si capiscono con la pelle prima ancora che con la testa. Io avevo capito che desideravo essere un pellegrino, senza sapere ancora cosa significasse. Ora so che essere pellegrini significa passare sulla terra leggeri, come scriveva il mio conterraneo Sergio Atzeni. Significa non attaccarsi troppo alle persone e alle cose. Significa imparare ad amare in maniera totale, ma nello stesso tempo accettare di perdere le persone che ami. Significa abituarsi alla precarietà (e chi meglio di me, con una carriera giornalistica spezzettata alle spalle, può conoscere meglio la precarietà?). Essere pellegrini significa capire che per vivere abbiamo bisogno solo delle cose essenziali, quelle che stanno nello zaino che ci portiamo sulle spalle. Che lo zaino non può essere troppo pesante. E che per star bene abbiamo bisogno solo di un letto dove dormire, di cibo per sostentarci e di tanti amici, con cui condividere quel cibo e magari una buona birra.
Il mio terzo cammino
Questo è stato il mio terzo cammino. Il primo era stato quello francese, quello del film di Checco Zalone, per intenderci. L’avevo iniziato a Pamplona e dopo essere arrivato a Santiago de Compostela avevo proseguito per Finisterre. In tutto circa 900 chilometri, che sono bastati a farmi contrarre quella malattia che viene comunemente chiamata “santiaghite” e colpisce chi riesce a fare il cammino con la testa e il cuore liberi. Anche nella sofferenza, ma con la libertà interiore di mettersi in ascolto di sé stesso e della vita.
Fare il cammino con quella predisposizione ti fa entrare in connessione con persone di tutte le nazionalità, età ed estrazione sociale, accomunate da un unico obiettivo, non solo pratico ma anche simbolico e metaforico: arrivare a Santiago. La “santiaghite” è una sorta di morbo irreversibile per cui vorresti che quella condizione in cui tutti si sentono uniti da quell’obiettivo e da quella direzione non finisse mai.
Il secondo cammino l’ho fatto due anni dopo, nel 2024, ed è stato il portoghese da Lisbona a Santiago. Arrivato a Porto, avevo percorso la senda litoral sull’oceano e poi avevo preso la variante espiritual, cioè il percorso della Traslatio, ovvero il viaggio in barca fino in Galizia del corpo di San Giacomo dopo il suo martirio a Gerusalemme.
Un viaggio partito da Oviedo
Qualche giorno fa ho concluso il terzo cammino, il Primitivo, il primo e più autentico. Si tratta del più antico pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, percorso per la prima volta nel IX secolo dal re delle Asturie Alfonso II il Casto, che da Oviedo partì per verificare l’autenticità del ritrovamento della tomba dell’apostolo.
Come era accaduto in quel lontano viaggio del 2009, dove era tutto iniziato, a metà luglio sono arrivato ad Oviedo, dove ho rivisto la bellissima cattedrale gotica che nella “camara santa” custodisce il Sacro Sudario, ovvero il telo di lino che secondo la tradizione, coprì il volto di Gesù dopo la sua morte.
Esiste un motto che ricordare ai pellegrini l’importanza di visitare la cattedrale di Oviedo: “Chi va a Santiago e non a El Salvador, visita il servo e dimentica il Signore”. In qualche modo con questo terzo cammino ho chiuso quel cerchio iniziato 27 anni fa.
Da Oviedo sono partito da solo, come tutte le altre volte. Ma già dall’albergue municipal, dove sono arrivato nel bel mezzo di un diluvio universale, ho incontrato parte di quella che per i successivi tredici giorni sarebbe diventata la mia gioiosa e fantastica famiglia di pellegrini. A ripararsi sotto una specie di cornicione, in quella bufera, c’era il mio amico coreano Choi. Poco distanti c’erano Sergio e suo nipote Pau. Non sospettavo che tutti insieme pochi giorni dopo avremmo festeggiato i 15 anni di Pau. Per la verità, non mi aspettavo nulla. Non avevo aspettative il giorno dell’arrivo, anzi ero partito un po’ disilluso dalla vita.
Un cammino bellissimo, passo dopo passo
Invece, è stato un cammino bellissimo. Paesaggisticamente il Primitivo è un cammino meraviglioso. Trecentoventitrè chilometri di saliscendi attraverso le montagne asturiane e la Galizia, tra boschi di querce e faggi, prati e ruscelli, tra allevamenti di mucce e cavalli, per poi connettersi al superaffollato cammino francese. Tre tappe, in particolare, verso la Ruta de los Hospitales, ci hanno regalato degli scenari stupendi.
Eppure, come è nello spirito del cammino di Santiago, la scoperta più importante sono state le persone incontrate lungo la strada. In tredici giorni si è creata una grande famiglia allargata. Italia, Spagna, Tenerife, Olanda, Inghilterra, Belgio, Corea, India, Cecoslovacchia, Germania, America. Tutti uniti da un unico obiettivo, ognuno con la sua motivazione e il suo percorso di vita. Abbiamo condiviso la fatica di ogni tappa, abbiamo dormito tutti insieme nei letti a castello degli albergue municipales, abbiamo bevuto, mangiato e festeggiato, condividendo il cibo, la sidra e la cerveza, le risate e il pianto. Con alcuni ho condiviso la mia vita e i miei pensieri, con altri ho fatto solo un piccolo pezzo di strada, condividendo magari soltanto un sorriso. Ognuno di noi si è proposto per quello che è. Senza maschere, senza finzioni. Nella più sincera e schietta verità.
Come una grande nuova famiglia
Hola, familia. Così ci chiamavamo. Perché in tutte le famiglie che si rispettano vengono equamente condivise sia la sofferenza che la gioia.
Ho fatto il cammino di Santiago ogni due anni, intervallato da qualche cammino in Italia: la via di Francesco, da La Verna ad Assisi, e la via degli Dei, da Bologna a Firenze passando per gli Appennini. Ma devo dire che nulla è paragonabile alla strada verso Santiago de Compostela, per la sua storia e per le connessioni che è in grado di creare. All’inizio anche quest’ultima volta ho provato a scrivere un diario, da buon giornalista. Ma dopo due tappe ho riposto nello zaino la penna e il taccuino, perché la strada mi ha assorbito completamente. In certi momenti della vita, anche per chi come noi lavora con la scrittura, non è importante scrivere, ma vivere.
Seguire la freccia gialla del cuore mi ha regalato ancora una volta emozioni fortissime che non si possono spiegare a parole. Un’esperienza di grande e profonda libertà interiore, insieme a persone che resteranno sempre nel mio cuore. Come ha detto il nostro amico Choi quando ci siamo salutati tutti dopo l’ultima serata insieme a Santiago, il cammino è una opportunità irripetibile per creare connessioni tra persone di tutto il mondo. E non va sprecata.
foto di Alessandro Zorco


