“Giornalista per caso, vaticanista su richiesta“. Mi presentavo così nel blog Via della Conciliazione che curavo per il sito di Rainews 24 un po’ di anni fa. Non sono tra quelli che da bambini si sognavano cronisti. In principio fu il caso, per davvero, con un colloquio a tre iniziato per bocca di mia madre: “Ho sentito in TV che la RAI fa un concorso per una scuola per giornalisti”. Le fece eco l’allora fidanzato, poi marito “si, ho il bando”. E io “e perché non me l’hai detto?” “Perché, vuoi fare la giornalista?”. “Hai visto mai?”.
Passati a Roma i primi step, arrivò la convocazione a Perugia per la prova scritta. Una settimana prima della fatidica data la morte improvvisa e violenta di una persona cara mi stroncò ogni slancio. Non dormivo, non leggevo giornali, vedevo il sangue ogni volta che chiudevo gli occhi. Andai pensando a lui che ci era stato strappato troppo presto e con violenza. Non aveva condiviso affatto la mia scelta della facoltà di lettere. Diceva “è colpa mia, tu puoi fare tutto, e quella è una fabbrica di disoccupati.” Poi si consolava “però potresti darti al giornalismo”. Cosi diceva quello zio e maestro, che sì, mi aveva trasmesso la passione per le cosiddette scienze umane.
“Glielo devo” pensai. Quando uscì, tra le tracce, quella che evocava in me proprio il lutto che mi toglieva fiato ed energie mi sembrò un segno. Il concorso andò.
L’inizio della strada
Un inizio. Tutto quel che ne è seguito sono stati -a oggi- circa 35 anni in cui le mie decisioni sono state una parte minima. Tutte le volte che ho provato un passo, come un trasferimento, non è andata a buon fine.
I primi contratti furono alla periferia aziendale: Rai International poi la nascente Rainews. In redazione c’erano una qualità umana e uno spirito di squadra eccezionali, e in entrambe le testate non c’era la specializzazione. Una fortuna, con il senno di poi, perché in anni formativi mi sono occupata di tutto: conduzione di telegiornali, approfondimenti, programmi (postazioni fisse o in movimento, interni ed esterni, con ospiti o senza, studi tradizionali e il mitico virtuale di Teulada…). E poi esteri, cronaca, cultura, società, economia, politica…
Quando prese forma (anche qui per caso) la specializzazione vaticana ebbi non poche resistenze. Poi, quando sembrava che fossi destinata ad altro, arrivarono la rinuncia di Benedetto e Francesco dalla fine del mondo. Dopo qualche mese di doppio binario andai dal direttore: “questo papa o me lo togli e non ne voglio sapere niente o me lo dai ma faccio solo questo”. La mitica risposta “è più facile trovare un capo del politico che un vaticanista. Tu sei nata per fare la vaticanista” mi restituì al vaticano.
Papa Francesco e l’impegno da vaticanista
Fu quella la volta in cui veramente scelsi, ma “solo per il pontificato di Francesco, poi se ne riparla.” Scrivo queste righe ancora stupita della novità che la chiesa sa esprimere nei momenti che sembrano di crisi e di incertezza, con Leone XIV papa da un anno e 100 giorni. Continuità, discontinuità? Nello stile della Chiesa c’è qualcosa di antico e sempre nuovo. Soffio e sapienza. Cadute e nuovi slanci. Mistero e scandali.
La lettura della biografia di Leone XIV scritta da Elise Ann Allen mi ha in qualche passaggio commossa (proprio mentre soffro di una blefarite per quasi assenza lacrime). Così per ora continuo, felice, al Tg3, (dove sono arrivata per chiamata, e anche qui non me lo aspettavo proprio). “Ognuno ha la sua storia”, diceva l’indimenticata capo redattrice dei miei primi anni in Rai.
Anche quando non scegliamo noi…
La propria storia è quella che si compie, quella che si apre anche quando non siamo noi ad averla scelta e voluta, ma che abbiamo accettato e accolto, riconoscendo quello che in noi hanno visto altri prima e meglio di noi. Così ci si guarda indietro, e si vede che anche se non sono state solo rose e fiuori, quella fatta era proprio la propria strada.Scelta, magari, a posteriori.


