Qualche anno fa, subito dopo la pandemia, avevamo intitolato una rubrica del nostro sito: restart!
Da tutti i contributi che abbiamo ospitato in quelle settimane emergeva l’auspicio che alcuni mali del giornalismo venissero finalmente affrontati e risolti, dopo il Covid. Non è accaduto, purtroppo.
Così anche quest’anno, a settembre, quando si ha l’idea di essere davanti ad una ripartenza, questi problemi ce li ritroviamo di fronte.
A cominciare dal precariato, che ancora caratterizza una parte del lavoro delle nostre redazioni. Un fenomeno che determina una divaricazione tra chi è “garantito” e chi non lo è, tra chi ottiene un salario almeno dignitoso e chi non arriva oltre le poche migliaia di euro l’anno. Il nostro è diventato per molti un “mestiere povero” e questo mortifica le legittime aspirazioni di tanti colleghi (giovani e non solo).
Ci sono altre questioni, naturalmente. C’è la necessità di garantire autonomia e indipendenza di ogni giornalista (come dimostrano le ultime vicende), di arginare l’invasione dell’intelligenza artificiale, di combattere le cosiddette querele temerarie, e così via…
Ma oggi c’è soprattutto bisogno di risorse per rendere sostenibile l’informazione professionale. E non può che farsene carico lo Stato (attraverso anche Regioni e Comuni). Più volte è stato sottolineato anche su queste pagine, il sottosegretario Barachini ha proposto addirittura un Pnrr europeo per l’editoria. D’altronde, se il giornalismo è un baluardo della democrazia (e ne sono tutti convinti), non può spegnersi così…
La relazione dell’Agcom (leggi qui) rivela ancora una volta il momento difficile che stiamo vivendo.
La nostra associazione, nel piccolo, ha esplorato strade nuove, ha provato ad immaginare percorsi di rete, integrati, tra diverse realtà, ha esplorato così nuovi linguaggi. Ma certamente questo non basta. E si rende necessario un intervento strutturale, permanente, non collegato a questa o quella forza politica o maggioranza di governo. Per essere forti, ma anche liberi e autonomi.


