Negli ultimi anni il confine tra dimensione pubblica e sfera intima si è fatto sempre più sottile, quasi impercettibile. Da una parte le immagini patinate della cultura pop e della musica trap, dove la figura femminile rischia di essere ridotta a semplice oggetto di ostentazione; dall’altra il flusso ininterrotto di video su TikTok, dove balletti e ritornelli virali vengono replicati all’infinito, plasmando il linguaggio e l’immaginario dei più giovani.
Non si tratta soltanto di mode passeggere o di una superficiale ricerca di visibilità: dietro la viralità digitale si celano dinamiche sociali complesse che toccano il modo in cui le nuove generazioni percepiscono la propria identità, la relazione con l’altro e il senso stesso del limite. Per comprendere a fondo questo fenomeno e le sue implicazioni nella vita reale, fino alle sue declinazioni più drammatiche nei fatti di cronaca, abbiamo rivolto alcune domande a Massimiliano Padula, sociologo dei processi culturali e comunicativi alla Pontificia Università Lateranense.
Da un lato abbiamo l’immagine di Sfera Ebbasta ritratto con dieci ragazze, dall’altro i video virali su TikTok che veicolano messaggi “dubbi” ai giovani. Che cosa lasciano questi fenomeni?
Faccio una premessa legata al cosiddetto “giudizio intuitivo”, ovvero quella reazione immediata e negativa che sbilancia entrambe le vicende sulla mercificazione del corpo femminile e sulla predominanza di una figura maschile dominante.
Dal mio punto di vista – quello di un sociologo che analizza le dinamiche sociali – occorre superare la visione puramente intuitiva per contestualizzare entrambi i fenomeni nel nostro panorama sociale. Ci troviamo certamente di fronte a una ricategorizzazione dell’esposizione e del significato del corpo e, al contempo, a una moltiplicazione esponenziale degli spazi di rappresentazione.
Questa moltiplicazione aumenta inevitabilmente anche le modalità con cui ci si rappresenta. Nel passato eravamo abituati a modalità circoscritte e tipiche dei media tradizionali (fotografia, giornali, televisione): forme di comunicazione filtrate e mediate, che rispondevano a una dimensione etica e deontologica. Nel contesto digitale e nell’era della disintermediazione, anche queste categorie etiche e le vecchie modalità di rappresentazione rassicuranti vengono messe in discussione.
Di conseguenza, entrambe le vicende devono essere analizzate attraverso la lente della complessità contemporanea e della digitalizzazione, ovvero dell’apertura esponenziale degli spazi e dei linguaggi comunicativi.
Quali sono i rischi o l’impatto di tutto questo sui giovani?
Anche in questo caso occorre fare un distinguo. Se in passato la condizione giovanile poteva essere intesa come una categoria unitaria e organica, oggi – sempre nella dimensione della complessità, della frammentazione e della disintermediazione – non si può più parlare di “giovani” al singolare. È necessario segmentare l’analisi.
Nello specifico, stiamo parlando della Generazione Z, ovvero della fascia pre-adolescenziale e adolescenziale. È una generazione che sta costruendo le proprie strutture conoscitive e i propri processi di socializzazione, e che trova negli spazi digitali modalità di espressione del tutto inedite.
Le conseguenze principali risiedono nell’omologazione. Pensiamo ai video su TikTok, che sono tendenzialmente delle repliche: si prende la base di una canzone (ad esempio il brano Non mi innamorerò), si esegue lo stesso balletto e si riproduce la medesima inquadratura in video-selfie dentro lo stesso spazio di rappresentazione. Il rischio è che la condizione giovanile della Generazione Z risulti totalmente omologata e replicata. Questo meccanismo genera un’emulazione virale: più contenuti di questo tipo si diffondono, più se ne creano, alimentando un circuito che si autoalimenta.
Questo fenomeno non propone ed estende anche un’omologazione di un messaggio distorto, basato su un rapporto non paritetico tra uomo e donna?
Assolutamente sì. Nel caso della fotografia di Sfera Ebbasta, ciò che colpisce è la concezione della donna come segno di status: diventa uno status symbol al pari di un Rolex o di una Ferrari, una sorta di “corona” attorno al personaggio centrale e dominante, che in questo caso è il cantante.
Nel brano Non mi innamorerò il meccanismo è analogo. C’è una frase esplicita: “Lui c’ha i soldi, io li spendo”. Il rischio è quello di evidenziare una netta distinzione di ruolo e di condizione sociale tra uomo e donna: la relazione si fonda sul denaro maschile come elemento di attrazione e sulla disponibilità femminile. Il gioco relazionale smette di essere paritetico, complementare o sano, per definirsi esclusivamente in base al denaro e al potere per il maschio, e alla disponibilità per la donna.
Una parte dell’opinione pubblica collega questa viralità di immagini e video ai fatti di cronaca più tragici, come gli ultimi casi di femminicidio (pensiamo a quello di Lorena e a molti altri), vedendoli come l’estrema conseguenza di queste premesse culturali. Qual è la tua posizione al riguardo?
Sono d’accordo. Credo vi sia una pervasività e una massività nel modo in cui la vita viene raccontata online. Nel caso di cronaca citato, la vicenda è stata persino anticipata sui social: il responsabile ha raccontato la propria dinamica interiore attraverso post e immagini, accompagnati da frasi in cui affermava il proprio possesso sull’altra persona (“Non stiamo più insieme, ma sarai sempre mia“).
L’online è diventato una proiezione del Sé a 360 gradi. Se un tempo la dimensione intima e quella pubblica erano nettamente separate, oggi con la rete l’intimità si esterna completamente. Questo è un tratto tipico della complessità: le categorie non sono più scisse tra bianco e nero, vero e falso, pubblico e privato.
Il vero pericolo risiede nella perdita del senso del limite, che viene progressivamente offuscato. Qualsiasi deriva o distorsione – dai femminicidi alle risse tra ragazzi – può essere favorita da questa incapacità di interiorizzare il confine. Fin da piccoli impariamo a gestire il limite attraverso la mediazione fisica e genitoriale; nell’ambiente online, non essendoci una dimensione tangibile e fisica, si tende a percepire meno l’ostacolo e a superarlo più facilmente.
Per concludere, se è vero che un fenomeno può essere l’estrema conseguenza dell’altro, che cosa si può fare per educare a un uso consapevole dei social e prevenire la violenza?
La Generazione Z è figlia dei genitori cresciuti negli anni ’80, all’interno di un contesto culturale basato sull’autodeterminazione e sulla cultura pop. Credo che una delle grandi urgenze della contemporaneità non riguardi solo la condizione giovanile, ma soprattutto la genitorialità.
Il grande investimento culturale ed educativo va fatto sui genitori, che dovrebbero acquisire maggiore consapevolezza. Ma attenzione: non si tratta di “educare al digitale” inteso come mera gestione strumentale o con divieti (come vietare lo smartphone agli under 15). La vera sfida è educare alle categorie dell’umano. Tra queste categorie rientrano il senso del limite, una rappresentazione consapevole del sè e dell’altro, l’intelligenza critica, la curiosità intellettuale, l’approfondimento e il discernimento. La partita si gioca nell’alleanza e nel rapporto tra la condizione giovanile e una genitorialità che deve superare la propria dimensione “adultescente” per ritrovare una piena responsabilità educativa.

