12 Settembre 2026
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Il tema dell’educazione e della violenza giovanile merita attenzione costante. Allo stesso modo la sua rappresentazione sui social e la narrazione dei media

La violenza giovanile tra narrazione e social

il ruolo del giornalista nel raccontare ls violenza giovanile

Francesco Pira

Le forme di aggressione si moltiplicano, si trasformano, trovano nuovi canali. La rete ne ha ampliato le possibilità, rendendo più difficile riconoscerle e contrastarle.

Ci sono tre nodi centrali da cui partire: la trasformazione dello spazio sociale operata dalle tecnologie digitali, le logiche algoritmiche che amplificano e normalizzano l’aggressione, e la necessità di una nuova alleanza educativa capace di restituire ai giovani la capacità di scegliere con consapevolezza.

Come si esprime oggi la violenza giovanile

Oggi la violenza giovanile si esprime sempre più attraverso schermi e connessioni. Cortili, piazze, angoli di periferia restano terreno di scontro, ma accanto a essi si è affermato uno spazio nuovo: le chat, i social, le piattaforme di messaggistica.

La rete rappresenta uno spazio sociale autonomo, dotato di leggi proprie. Tre caratteristiche ne segnano la specificità. La permanenza: ciò che viene detto o mostrato in rete non si dissolve con la fine dell’interazione, ma resta archiviato, ripescabile, riattivabile a distanza di anni. La scalabilità: un insulto in una chat di classe può diventare virale e travolgere la vita di un adolescente, di una famiglia, di chiunque. L’anonimato relativo: la possibilità di operare dietro pseudonimi consente di sperimentare la violenza senza assumere la piena responsabilità del gesto. Come ha osservato il filosofo Luciano Floridi, il cyberspazio genera una nuova ontologia dell’azione, dove chi agisce e chi subisce non si trovano più nella stessa condizione spazio-temporale.

La violenza giovanile contemporanea richiede un’analisi del ruolo delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale. Occorre capire come funzionano, chi le governa, quali effetti producono.

Il ruolo delle piattaforme e dei social

Le piattaforme sono progettate per massimizzare il tempo di permanenza e la quantità di contenuti fruiti. I loro algoritmi sono ottimizzati per l’engagement, cioè per generare reazioni emotive forti. La conseguenza è che i contenuti estremi, violenti, provocatori ottengono diffusione maggiore rispetto a quelli equilibrati e riflessivi. La violenza funziona meglio nella logica dell’attenzione: più suscita rabbia, paura, indignazione, più viene condivisa, commentata, amplificata.

L’intelligenza artificiale ha reso questo meccanismo ancora più potente e difficile da decifrare. Gli algoritmi di personalizzazione analizzano il comportamento di ogni utente e costruiscono per lui una bolla di contenuti progressivamente più estremi, più coinvolgenti emotivamente. Un ragazzo che guarda un video di rissa ne riceve subito un altro, poi un altro ancora, in un’escalation che può portarlo in pochi minuti a consumare violenza sempre più intensa, senza che alcun adulto se ne accorga.

Ma l’IA non sceglie solo cosa mostrarci. Apprende dai dati del passato, e quel passato è pieno di stereotipi. Il risultato è un meccanismo che li riproduce in serie, li rende invisibili, li normalizza.

E poi ci sono i deepfake: immagini, video, voci false che sembrano reali. Come si tutela una vittima di deepfake pornografico, il cui corpo è stato digitalmente manipolato senza aver mai condiviso immagini intime? La legislazione italiana si è mossa, ma la tecnologia corre più veloce del diritto.

La tecnologia corre più veloce delle leggi

Le piattaforme digitali e l’IA incarnano scelte economiche e culturali che premiano l’attenzione, l’engagement, la condivisione emotiva. Il sociologo francese Guy Debord, nella Società dello spettacolo, scriveva che la vita moderna si annuncia come “un’immensa accumulazione di spettacoli”. Oggi quello spettacolo è generato dal basso, da miliardi di utenti che competono per visibilità, e le piattaforme traggono profitto da questa competizione. Il like, la visualizzazione, il commento sono la moneta dell’economia dell’attenzione, con effetti complessi sulla socialità giovanile.

La prima deriva è la gamificazione dell’aggressione. Classifiche, sfide, premi virtuali strutturano l’interazione come un gioco, dove l’umiliazione dell’altro diventa mossa vincente per ottenere like e riconoscimento. La seconda deriva è l’amplificazione algoritmica. I contenuti provocatori circolano di più, generano imitazione, normalizzano il comportamento aggressivo. La terza deriva è la compressione del tempo. La rete premia chi reagisce all’istante, e chi prende tempo per pensare finisce per sembrare assente o inadeguato. La quarta deriva, la più insidiosa, è la trasformazione della sofferenza in spettacolo. La vittima vede la propria umiliazione condivisa, commentata, giudicata da un pubblico invisibile, in un trauma dove vergogna e solitudine si mescolano all’esposizione pubblica.

Cyberbullismo (e non solo)

Il cyberbullismo resta il fenomeno più conosciuto, ma accanto a esso emerge la faida digitale: conflitti tra gruppi giovanili legati a territori, che si estendono sui social network, preparando, ritualizzando e legittimando la violenza fisica. Poi le sfide estreme, catene virali dove prove pericolose o letali vengono presentate come atti di coraggio, con coercizione sociale su chi rifiuta. Infine la violenza di genere digitale: sextortion e revenge porn, forme di ricatto e diffusione non consensuale che colpiscono asimmetricamente le giovani donne. Sono state introdotte leggi specifiche per contrastare questi reati, ma la lotta culturale contro la misoginia digitale resta aperta.

Come ha sottolineato Luciano Floridi, regolamentare la rete con strumenti pensati per il mondo fisico è impossibile. Le sfide sono enormi: giurisdizione transnazionale, anonimato tecnico, scarsità di risorse.

La comunità scientifica e le istituzioni educative hanno un ruolo fondamentale. Il Piano Nazionale Scuola Digitale, le Linee Guida del Ministero dell’Istruzione, i progetti di educazione civica digitale sono passi significativi. Ma è il lavoro sul campo, nelle scuole, nei centri educativi, nelle famiglie, a fare la differenza. Programmi di peer education, sportelli di ascolto, formazione degli insegnanti, coinvolgimento dei genitori costituiscono un tessuto di pratiche che condividono un’idea essenziale: la prevenzione della violenza digitale è un processo culturale e relazionale.

Una battaglia da vincere

Come si vince questa battaglia? La risposta sta nella capacità di gestire la tecnologia, non nella sua demonizzazione. Servono cambiamenti strutturali nella produzione di cultura digitale, nella formazione degli educatori, nell’accompagnamento delle famiglie. Ma anche su una narrazione che non esalti il male e lo trasformi in esempi da emulare. Per questo media e piattaforme dovrebbero essere protagonisti di una nuova stagione.

Occorre poi una cittadinanza digitale diffusa: sviluppare la capacità di interrogare criticamente ciò che si trova in rete, di riconoscere le logiche algoritmiche, di capire che dietro ogni piattaforma c’è un modello economico che si nutre del nostro tempo. Poi, ripensare la scuola come laboratorio di senso: creare spazi dove si sperimentano relazioni faccia a faccia, dove si pratica il conflitto in modo civile, dove si impara a gestire gli stati emotivi senza schermo interposto. Bisogna anche coinvolgere le famiglie senza colpevolizzarle: comunicazione aperta, condivisione delle preoccupazioni, rispetto della privacy combinato con accompagnamento attivo. Da anni sostengo la necessità di “Scuole per Genitori”. Infine, va supportato chi opera sul campo: insegnanti, educatori, psicologi, assistenti sociali hanno bisogno di formazione continua, strumenti concreti, reti di collaborazione. La violenza giovanile in rete richiede un approccio ecosistemico, dove ogni agenzia contribuisca con le proprie competenze.

Il ruolo cruciale del giornalista

In questo scenario, il giornalista assume una funzione cruciale. Informatore, testimone e costruttore di senso. Il giornalista dà voce a ciò che altrimenti resterebbe inascoltato: le storie delle vittime, le dinamiche nascoste delle piattaforme, le contraddizioni delle norme, i silenzi delle istituzioni. Ma soprattutto, il giornalista rende visibile l’invisibile: mostra come la violenza digitale sia un sintomo del modo in cui abitiamo il mondo.

La cronaca dei fatti di cronaca nera ha il dovere di andare oltre il racconto dell’episodio. Deve chiarire le strutture, le dinamiche relazionali, i meccanismi di potere che rendono possibile la violenza. Deve evitare la banalizzazione, la spettacolarizzazione, la riduzione del complesso al semplice. E deve offrire spazi di discussione, di analisi, di proposta: aiutare a capire perché, e cosa si può fare.

Vincere la sfida educativa significa riconquistare il tempo della riflessione in un mondo che corre troppo in fretta. Significa riscoprire il valore della presenza, della parola, dello sguardo. Vuol dire insegnare ai giovani che la dignità dell’altro non si negozia con un click, che la libertà di espressione comporta responsabilità, che la vera forza sta nel riconoscere la propria fragilità.

Tutti gli attori della società possono farcela. Tutto quanto sta accadendo ai nostri ragazzi merita la massima attenzione Con una consapevolezza chiara: la violenza giovanile in rete si sconfigge solo insieme, e solo con impegno.