Le parole di padre Giuseppe Riggio alla messa che ha concluso la scuola Ucsi di Assisi

Dallo ‘scrigno prezioso’ di Assisi un invito per i giornalisti

l'invito per i giornalisti dalla scuola di Assisi

Luisa Pozzar

Grati e riconoscenti per l’opportunità di essere saliti anche quest’anno sul “piccolo monte” per vivere la Scuola di Assisi: è con questo sentimento che, dopo tre giornate intense per contenuti e relazioni vissute, ci siamo congedati dalla Città Serafica per tornare ciascuno nel proprio angolo di mondo, alla propria casa, al proprio lavoro e alla propria realtà quotidiana.

Come in uno scrigno prezioso – preparato con cura dal Gruppo “Assisi” – anche in questa edizione sono stati piccoli e grandi tesori ad accogliere i giovani e le giovani iscritti alla Scuola: chi già avviato nella professione, chi ancora in curiosa ricerca, ma tutti accomunati dal desiderio di imparare, confrontarsi, mettersi in gioco e incontrare nuove persone.

Nella festa di Tutti i Santi

La conclusione della Scuola coincideva, quest’anno, con la Solennità di Tutti i Santi e la Parola proposta dalla liturgia – celebrata di buon mattino nella Cappella della Cittadella di Assisi da padre Giuseppe Riggio, Assistente ecclesiastico dell’Ucsi, e da don Tonio Dell’Olio, volontario della Cittadella – è sembrata particolarmente calzante.

Il brano delle Beatitudini, infatti, parte dal descrivere l’atteggiamento di Gesù di fronte alle folle: non era indifferente, ma le guardava e per vederle meglio, saliva sul monte. «Tutto parte da guardare la realtà, i vissuti di queste persone e dal bisogno di non farsi prendere dalla fretta, ma di mettere quella giusta e necessaria distanza per poter davvero entrare in comunione con loro» ha detto padre Riggio nella sua omelia «e salire sul monte non significa scappare, ma lasciare che questi bisogni possano essere visti ed essere davvero ascoltati per poter dare una risposta che non sia emotiva o superficiale. Assisi è un piccolo monte sul quale anche noi siamo saliti per poter mettere quella necessaria distanza rispetto alla nostra quotidianità, alla nostra professione… per poter vedere ciò che accade nel mondo e quali sono le questioni che in questo momento preoccupano tante persone». Ed ecco un accenno ai temi trattati in questi giorni: la democrazia «non parliamo di qualcosa di astratto, ma del bene di una comunità e dei singoli» e l’intelligenza artificiale «uno strumento potentissimo, che deve restare uno strumento e non possiamo pensarla come nuova regola del mondo».

«Per poter leggere ciò che accade intorno a noi, abbiamo bisogno di trovare i momenti come questi» ha proseguito padre Riggio «per ritrovare la necessaria centratura che non è chiusura, ma significa avere i riferimenti in qualcosa che è saldo: sennò siamo persi e seguiamo altri che non sono il Signore». Ma anche per ritrovare «speranza e motivazione nella professione che quotidianamente esercitiamo, per poter cercare altri che hanno il nostro stesso desiderio e sentirci incoraggiati. Senza, però, cadere in uno dei grandi inganni che possiamo vivere: quello di sentirci soli quando non lo siamo!».

Il racconto delle Beatitudini

Le Beatitudini dicono anche a noi, oggi, in questo tempo di grande confusione organizzata che essere “beati” significa essere persone che camminano e non restano «ferme a idee, imprigionate da paure, preoccupate per cose che importanti, sì, ma che se diventano il centro della vita ci tolgono la vita».

Le Beatitudini, poi, sono scritte al plurale e non rivolte al singolo: «Essere cristiani significa essere dentro un cammino di comunità che può essere l’Ucsi. Anche se non ci si vede quotidianamente. E soprattutto perché oltre alla professione c’è dell’altro che ci unisce: quella “C” di Ucsi che sta per “cattolici”, ma sta anche per “Cristo” che dà qualità alle nostre relazioni e ci chiede di mettere attenzione e generosità nei momenti in cui ci ritroviamo insieme. E più siamo fisicamente distanti, più cura dobbiamo mettere nella relazione».

L’invito per i giornalisti

Un invito, quindi, a vedere sempre insieme il bene e il male presenti nella realtà «non separando, non focalizzandosi soltanto su un aspetto perché sennò diventiamo persone senza speranza». Un accento, infine, sul tempo verbale che Gesù utilizza nel raccontare le Beatitudini: «Lui utilizza il futuro perché, essendo un cammino, tutto ciò che dice si realizzerà nel tempo: di fronte all’impazienza di vivere qualcosa e realizzarlo subito, l’invito del Signore è di saper stare dentro a queste dinamiche. Il pianto, la fame, la povertà sono condizioni che le persone – anche noi – vivono in un certo momento, ma non sarà così per sempre. E dobbiamo restare aperti a ciò che le persone – anche noi – possono diventare. Vivere la santità significa proprio capovolgere il male per il bene: ma per farlo abbiamo bisogno di prenderci il tempo di andare su questo “monte”».

Scendiamo, così, dal “piccolo monte” consolati, nelle nostre inquietudini, dalla promessa di un cammino possibile sulle strade dei nostri piccoli angoli di mondo. Accompagnati dall’esempio di Francesco, uomo sempre in cammino e costruttore di pace, e di Chiara, patrona della televisione alla quale la Scuola è stata dedicata, che con la sua presenza e instancabile obbedienza racconta insieme a Francesco, ancora oggi, una via di santità accessibile. Anche nella professione.