Quando si parla di informazione “al servizio della democrazia” e si cerca di tracciare una rotta, quasi delle istruzioni etiche per giornalisti davvero liberi, il rischio più comune è cadere nell’astrazione dei grandi principi. Ma per chi fa giornalismo da questa terra di confine, la democrazia non è mai stata una teoria da manuale: è un cantiere sempre aperto, una pratica quotidiana che si misura con la concretezza dei diritti, con le radici culturali e, soprattutto, con la parola scritta e parlata.
Esiste un legame profondo, inscindibile, tra la vocazione di una stampa libera e la realtà della minoranza slovena in Italia. Un legame che interpella direttamente il concetto stesso di pluralismo. Troppo spesso, infatti, il dibattito pubblico riduce il pluralismo alla sola dialettica tra maggioranza e opposizione, a un mero confronto di opinioni politiche. Ma una democrazia matura si riconosce dalla sua capacità di fare spazio a un pluralismo più profondo: quello linguistico, culturale, identitario.
La democrazia sostanziale che si realizza attraverso la lingua
Garantire alla comunità slovena (al termine “minoranza” preferiamo “comunità …) la possibilità di informare e di essere informata nella propria lingua materna non è una concessione benevola, né una forma di folclore tutelato per inerzia. È democrazia sostanziale. La lingua è lo spazio primario del pensiero e dell’autocoscienza civile; togliere la lingua o renderla invisibile significa escludere dalla piazza pubblica, marginalizzare la partecipazione, ridurre il cittadino a spettatore passivo. Il nostro compito, come giornalisti di una voce libera e radicata sul territorio, è proprio questo: non soltanto raccontare i fatti, ma tenere vivo e vigile questo spazio di cittadinanza.
Eppure, sappiamo bene quanto sia fragile questo terreno e quanta fatica costi ogni singolo passo. La nostra Costituzione ha scolpito nell’articolo 6 un principio nobilissimo: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Parole chiare, lungimiranti, scritte dai Padri costituenti all’indomani delle tragedie del Novecento. Ma tra il principio e la sua attuazione reale si è spalancato un abisso temporale durato oltre mezzo secolo. C’è voluta la legge di tutela globale, la 38 del 2001, per dare una cornice organica a questi diritti. E chi vive la quotidianità della nostra comunità sa bene che quella legge, pur rappresentando un traguardo storico faticosamente conquistato, non ha colmato tutte le attese, né ha cancellato d’un colpo lacune, resistenze burocratiche o interpretazioni restrittive. La strada da percorrere è ancora lunga, specie sul piano della piena pariteticità nell’uso pubblico della lingua, nella visibilità istituzionale e nella certezza delle risorse per la nostra vita culturale ed editoriale.
Il giornalismo al servizio della democrazia
Non possiamo però limitarci a guardare all’esterno, puntando il dito solo verso Roma, verso Trieste o verso le lentezze dello Stato. La democrazia esige onestà intellettuale, a partire da noi stessi. La comunità slovena in Friuli Venezia Giulia è un corpo vivo, plurale, storicamente caratterizzato da sensibilità diverse, da due anime – quella cattolica, legata all’associazionismo e alla tradizione democratica di cui il Novi glas è espressione fedele, e quella di matrice laica e progressista. Spesso ci si rammarica di questa dialettica interna, rimproverandole di indebolire la nostra “forza contrattuale” nei confronti della politica e delle istituzioni. È vero, l’unità d’intenti darebbe maggior peso alle nostre rivendicazioni più urgenti. Ma c’è un rovescio della medaglia che non dobbiamo mai dimenticare: il confronto interno, anche quando è aspro o faticoso, è anch’esso esercizio di democrazia. La nostra ricchezza sta nella vitalità del dibattito, non in una conformistica uniformità di facciata. Il ruolo del giornalismo responsabile non è appiattire queste differenze, ma interpretarle con rigore, favorendo il dialogo e tenendo sempre al centro il bene comune della comunità.
Oggi questo compito si fa ancora più impegnativo. Viviamo in una società in cui l’intreccio tra giornalismo, potere economico, algoritmi digitali e trasformazioni tecnologiche rischia di soffocare la riflessione pacata a favore della polarizzazione gridata. Se a tutto ciò si aggiungono le scorciatoie della politica, sempre più tentata di considerare l’informazione come una cassa di risonanza invece che come un cane da guardia, lo spazio per un giornalismo libero si restringe pericolosamente.
Proprio per questo, essere giornalisti “al servizio della democrazia” oggi significa non cedere alla rassegnazione. Per noi significa continuare a testimoniare che la tutela di una minoranza linguistica non è una rivendicazione particolaristica o del passato, ma un banco di prova universale: dove una voce minoritaria viene ascoltata e rispettata nella sua lingua e dignità, lì – e solo lì – la democrazia di tutti è davvero al sicuro.

