Varcare la soglia dell’Arsenale della Pace significa attraversare una profezia.
Lo hanno sperimentato i giornalisti dell’Unione Cattolica Stampa Italiana, nel primo giorno del XXI Congresso nazionale a Torino, nel cuore di Borgo Dora, dove un tempo si fabbricavano cannoni e oggi si costruisce speranza.
Non è casuale questa scelta. L’Arsenale, fondato nel 1860 come fabbrica d’armi del Regno sabaudo e abbandonato dopo i bombardamenti del 1943, è diventato dal 2 agosto 1983 la casa del Sermig, il Servizio Missionario Giovani.
Quel giorno Ernesto Olivero, sua moglie Maria e un gruppo di giovani volontari entrarono tra le macerie con un sogno: dare corpo alla profezia di Isaia, “trasformare gli strumenti di guerra in strumenti di pace“.
Rossana, Renato e Alberto, tre volontari del Sermig, hanno accompagnato i delegati raccontando con passione quarant’anni di accoglienza silenziosa: l’ospitalità notturna per gli uomini senza dimora, quella residenziale per donne e bambini, la distribuzione di vestiti e alimenti, il servizio medico per chi non ha accesso alle cure.
Ma anche la scuola di musica, il laboratorio per artigiani restauratori, l’asilo nido, la rivista Nuovo Progetto. Una struttura aperta 24 ore su 24, animata dalla Fraternità della Speranza – consacrati e famiglie che hanno fatto della condivisione una scelta di vita.
Il percorso ha condotto i congressisti nella cappella dedicata a Maria Madre dei Giovani, dove un’icona russa del XIX secolo veglia su chi entra in cerca di silenzio. A seguire, la visita nella piccola chiesetta “storica” presente nel cortile dell’Arsenale, il cui tabernacolo è stato realizzato recuperando il pavimento originale della fabbrica di armi.
Le pietre che sostenevano i carri delle munizioni ora custodiscono l’Eucaristia. Un dettaglio che dice tutto sulla logica di questo luogo, dove nulla si cancella ma tutto si trasforma.
Due le parole-chiave che riassumono lo spirito dell’Arsenale e dei suoi volontari: “Restituzione” – di tempo, competenze, cultura, beni materiali ai più poveri, convinti che tutto vada condiviso per costruire una società giusta.
E poi l’altra: “Conversione“: prendere ciò che non funziona, ciò che fa male, e trasformarlo nel suo contrario, sempre nel segno della profezia di Isaia. Con la convinzione che la pace non sia uno slogan da gridare nelle piazze, né una parola su cui dividersi, bensì un fatto concreto, una scelta di vita che parte da ognuno, l’impegno radicale a lottare contro ogni ingiustizia.
Per i giornalisti dell’Ucsi – associazione nata nel 1959 con la missione di essere “strumento di verità, giustizia e fraternità” – questa visita non è stata “turismo congressuale”. È stata piuttosto un confronto con la propria vocazione. Se il Sermig trasforma fabbriche di morte in case di vita, quale conversione attende chi ogni giorno maneggia le parole?
Il presidente nazionale Vincenzo Varagona ha voluto aprire il congresso qui per lanciare un messaggio inequivocabile: in un mondo segnato da oltre sessanta conflitti, i giornalisti cattolici scelgono di stare dalla parte del disarmo – quello delle armi, certo, ma anche quello dei linguaggi.
La scommessa delle 5M che l’UCSI porta avanti – più fonti, più tempo, più diritti, più linguaggi, più umanità – trova nell’Arsenale una conferma concreta.
Il congresso è cominciato qui, in ginocchio davanti a un tabernacolo fatto di pietre recuperate. Perché raccontare il bene, dare voce agli ultimi, costruire ponti invece di alzare muri non è un optional del giornalismo cattolico. È la sua ragion d’essere


