12 Giugno 2015
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COMUNICAZIONE: UMBERTO ECO: “CON I SOCIAL PAROLA A LEGIONI DI IMBECILLI”

1eco«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».  Attacca internet Umberto Eco nel breve incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino, dopo aver ricevuto dal rettore Gianmaria Ajani la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” perché «ha arricchito la cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell’analisi della società contemporanea e della letteratura, ha rinnovato profondamente lo studio della comunicazione e della semiotica». È lo stesso ateneo in cui nel 1954 si era laureato in Filosofia: «la seconda volta nella stessa università, pare sia legittimo, anche se avrei preferito una laurea in fisica nucleare o in matematica», scherza Eco.
Questa, una sintesi del suo intervento: “ Internet e il luogo in cui nascono le più assurde teorie complottiste: come per esempio le accuse sui gesuiti sospettati di aver affondato il Titanic e ucciso Kennedy, e la costruzione di coincidenze numeriche sull’attentato delle Torri Gemelle”. Dall’avvento di internet, e ancora di più da quello dei social network, la quantità di informazioni che riceviamo è cresciuta straordinariamente, e dentro questa quantità è cresciuta anche quella delle informazioni e notizie false. Proporzionalmente? O in misura maggiore?
Questa è la domanda a cui sarebbe interessante dare una risposta: la quota percentuale di informazioni sbagliate e false che registriamo oggi, rispetto al totale delle cose che impariamo, è maggiore o uguale a quella di vent’anni fa? Insomma, è vero come pensano alcuni commentatori del cambiamento digitale che internet ci rende più ignoranti, o più disinformati?
Probabilmente non è possibile misurare una risposta. Però si possono chiarire alcune cose che rendono spesso ingannevoli le risposte che circolano. La prima è che il grosso delle informazioni che riceviamo oggi da internet non si contrappone a quelle che riceviamo dalle fonti di informazione tradizionali: i principali diffusori di notizie e informazioni online sono gli stessi che lo erano offline (soprattutto in Italia, dove lo spazio ottenuto dai nuovi progetti di news è ancora limitato), ovvero i siti dei giornali di carta, delle reti televisive, delle agenzie di stampa, dei telegiornali. La parte maggiore delle notizie che vengono amplificate e diffuse dai social network è messa in rete o in circolazione dai siti di news più letti, quelli appena citati: il sito del «Corriere della Sera», o di «Repubblica», o dell’Ansa, o di TgCom, eccetera.
Quindi non esiste la distinzione giornali/internet, e quando diciamo che su internet circolano molte notizie false, quelle sono in buona parte notizie false immesse o amplificate in rete dai siti dei giornali e che i giornali di carta già immettevano e immettono nell’informazione offerta ai loro lettori.
E questa è la seconda cosa da chiarire: così come sono ancora responsabili del grosso della nostra informazione, i gruppi editoriali tradizionali – cartacei o televisivi, passati anche al digitale – sono responsabili del grosso della nostra informazione sbagliata. Sia che la producano e sia che la raccolgano da fonti inaffidabili senza fare le necessarie verifiche e le necessarie selezioni.
È invece molto insistita – comprensibilmente – nelle redazioni giornalistiche italiane una narrazione per cui la professionalità dei giornalisti farebbe da argine alle notizie inesatte diffuse online da dilettanti e bugiardi. Dico comprensibilmente perché questa versione è l’alibi che diversi giornalisti usano per autoassolversi dall’accusa di pubblicare e diffondere una quota esagerata di notizie false (come quella, parzialissima, raccolta in questo libro): «È colpa di internet», «È l’inaffidabilità del web», eccetera.
Dare la colpa alla fonte delle notizie false che un giornalista professionista ha scelto di usare, pubblicare, avvalorare è infantile e assurdo: nessun giornalista farebbe una conversazione con sconosciuti o conoscenti al bar, e poi trascriverebbe i loro discorsi come veri e fondati. Nessuno scriverebbe in un articolo che Babbo Natale esiste per averlo sentito dire a casa ai bambini, salvo poi dare la colpa ai bambini. Nessuno scriverebbe in un articolo che il Duce è vivo per averlo letto scritto su un muro, salvo poi dare la colpa al muro. Non solo il muro è irresponsabile, ma il giornalista è doppiamente responsabile: ha superato un esame professionale e viene pagato proprio per distinguersi da uno che scrive sui muri che il Duce è vivo. Se no, la differenza qual è?
E se io che faccio il giornalista scrivo sul mio giornale una balla che qualche cialtrone ha scritto su internet, la differenza tra il giornalista e il cialtrone qual è? A cosa è servito quell’esame, e a cosa serve lo stipendio che ricevo?  (LAPRESSE,POST,LASTAMPA)