Cosa dobbiamo custodire dell’esperienza di questo giubileo, “pellegrini di speranza”, che si è appeno concluso con la chiusura dell’ultima Porta Santa da papa Leone XIV? Innanzitutto la consapevolezza che la grazia che ci è stata donata deve adesso trovare terreno fertile nel nostro cuore per portare i frutti desiderati da Dio e da noi per la crescita spirituale nostra e di tutta la comunità. Guai ad archiviare come conclusa questa esperienza che di per sé è eccezionale, trattandosi di un anno santo!
Il giubileo dei due papi: papa Francesco ha aperto il Giubileo e papa Leone XIV ha chiesto la porta Santa in Vaticano. Ebbene questo giubileo ci lascia una eredità anche come giornalisti e comunicatori alla Chiesa, all’Italia, al mondo? Direi che ci lascia l’invito a essere comunicatori di speranza, verità e mitezza, a “disarmare la comunicazione dalla rabbia” e a raccontare storie che costruiscono ponti, non muri, promuovendo una cultura della cura e non dell’odio, con un approfondimento sulla dignità umana e la solidarietà, ricordando anche i colleghi caduti sul campo.
Ancora: ci lascia la sfida di essere testimoni attivi, credibili e di speranza per costruire un futuro migliore, radicando il nostro lavoro in principi di speranza, verità e giustizia, e difendendo il diritto ad un’informazione libera. Di narrare gli avvenimenti della storia senza filtri, o senza interventi dell’Intelligenza artificiale, ma raccontando la verità, ritornando a “consumare la suola delle scarpe”.
“In questo nostro tempo segnato dalla disinformazione e dalla polarizzazione, dove pochi centri di potere controllano una massa di dati e di informazioni senza precedenti – scriveva nel messaggio della 59 Giornata mondiale per le comunicazioni sociali papa Francesco – mi rivolgo a voi nella consapevolezza di quanto sia necessario – oggi più che mai – il vostro lavoro di giornalisti e comunicatori. C’è bisogno del vostro impegno coraggioso nel mettere al centro della comunicazione la responsabilità personale e collettiva verso il prossimo”.
Il cardinale Rolandas Makrickas, arciprete della Basilica Santa Maria Maggiore, dove riposano le spoglie mortali di papa Francesco, cosi ha esortato: “Si chiude un tempo speciale ma non la grazia divina. E ciò che conta è che resti aperta la porta del nostro cuore. Varcare la Porta Santa è stato un dono a diventare porte aperte al Signore e agli altri”.
Sono stati i giornalisti e i comunicatori ad aprire la prima delle grandi giornate giubilari. Nella festa di san Francesco di Sales, il nostro patrono, che ricorre il 24 gennaio. E così, circa 9 mila giornalisti provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento in Vaticano, per farsi «pellegrini di speranza».
In un tempo, come quello attuale, in cui la speranza va ricercata con cura e precisa volontà nelle pieghe di una storia che non pare offrire molti appigli per sperare in un futuro buono. L’immagine che è rimasta ai giornalisti e comunicatori provenienti da tutto il mondo, tra cui 370 giornalisti dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana, è quella dell’incontro in presenza di papa Francesco, l’unico incontro a cui ha potuto partecipare. Prima di iniziare il discorso, ha abbandonato le nove pagine scritte e a braccio si è rivolto ai partecipanti a cuore aperto affidando loro un messaggio forte. «Comunicare è uscire un po’ da sé stessi per dare del mio all’altro. E la comunicazione non solo è l’uscita, ma anche l’incontro con l’altro. Saper comunicare è una grande saggezza, una grande saggezza! Sono contento di questo Giubileo dei comunicatori. Il vostro lavoro è un lavoro che costruisce: costruisce la società, costruisce la Chiesa, fa andare avanti tutti, a patto che sia vero. “Padre, io sempre dico le cose vere…” – “Ma tu, sei vero? Non solo le cose che tu dici, ma tu, nel tuo interiore, nella tua vita, sei vero?”. È una prova tanto grande. Comunicare quello che fa Dio con il Figlio, e la comunicazione di Dio con il Figlio e lo Spirito Santo. Comunicare una cosa divina. Grazie di quello che voi fate, grazie tante! Il Giubileo lascia ai giornalisti la sfida di essere testimoni attivi di un futuro migliore, che non si accontenti del presente, ma guardi a un orizzonte di rinnovamento».


