25 Ottobre 2015
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CRISI EDITORIA: ZANOTTI(FISC), VICINO ALLA GENTE È GIÀ UN PROGRAMMA

1Fisc-Zanotti-settimanli-cattolici-a-rischio-per-Piano-Poste-e-tagli-ai-contributi-diretti articleimageUn settore in particolare difficoltà, nella crisi generale, è quello della carta stampata. Giornali di ogni tipo registrano cali diffusi delle vendite, della raccolta pubblicitaria e del sostegno da parte dello Stato. A queste emergenze si aggiunge la spietata concorrenza che viene dalla Rete. Online le notizie corrono veloci e la gran parte della gente vi trova con facilità e gratuitamente ogni tipo di informazione. Lo ha affermato il presidente della Fisc, Francesco Zanotti in una intervista a “ Sua immagine”
In questo contesto per nulla semplice si inserisce anche l’editoria cattolica, presente sul mercato da lungo tempo e con prodotti di ogni genere. Oltre A Sua Immagine Settimanale, tra i più noti ci sono quelli della San Paolo, con Famiglia cristiana e Credere su tutti, il quotidiano Avvenire, il Messaggero di Sant’Antonio e i 190 periodici locali che aderiscono alla Fisc. Una presenza variegata e diffusa, molto radicata negli anni, ma oggi non meno in difficoltà rispetto alla stampa cosiddetta laica.
Alcuni negli ultimi tempi hanno alzato bandiera bianca e hanno deciso di chiudere l’edizione cartacea. È capitato anche fra i fogli diocesani. Tra i più noti il settimanale Agire di Salerno passato all’edizione online, dopo un paio di tentativi di riapertura. Ora è presente in Rete con aggiornamenti continui e ogni tanto con quattro facciate come foglio di collegamento diocesano. Il Regno, quindicinale dei Dehoniani, ha annunciato la fine delle pubblicazioni con il 31 dicembre prossimo. Una notizia che ha fatto scalpore, ma che testimonia le difficoltà di un intero comparto.
 
Il Piano Poste
A queste complessità si aggiunge la consegna a giorni alterni prevista dal Piano di Poste Italiane. Minacciata da tempo, è entrata in vigore dall’inizio di ottobre, ma non per i prodotti editoriali che vengono ancora recapitati tutti i giorni. Il Piano prevede, nei Comuni con meno di 30 mila abitanti e con una densità inferiore ai 200 abitanti per chilometro quadrato, la consegna a domicilio una settimana al lunedì, mercoledì e venerdì e quella successiva solo di martedì e giovedì. È evidente il pregiudizio arrecato ai cittadini, tra l’altro a quelli che “resistono” nei territori più lontani e maggiormente svantaggiati. Evidenti sono anche le difficoltà causate a quotidiani e settimanali che fanno dell’abbonamento via posta, segno di un forte legame con i lettori, il loro fiore all’occhiello. Un ostacolo al momento insormontabile in quanto non esiste in Italia una reale alternativa a Poste.
La decisione relativa alle modalità di consegna è un fattore per nulla trascurabile. Anzi, in molti casi, specie per Avvenire e i giornali diocesani, si tratta di un intralcio alla diffusione. Una vera e propria mazzata su cui le parti in causa, Governo, Agcom, Poste e associazioni degli editori, si confronteranno nelle prossime settimane per cercare di evitare discriminazioni tra i cittadini e anche per non frenare il diritto a essere informati. Un tavolo che si preannuncia complesso soprattutto per la paventata richiesta di un sostanziale aumento delle tariffe da parte di Poste a fronte del mantenimento del recapito quotidiano. Recapito che l’Unione europea impone agli Stati membri, a parte eccezioni del tutto particolari, non certo come quelle messe in atto di recente in Italia e che coinvolgono 15 milioni di cittadini.
In discussione su un tavolo aperto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri vi è anche la riforma dell’editoria, in particolare per quel che riguarda i contributi diretti. Una partita ridottasi in pochi anni a meno di 50 milioni in totale, dei quali nel dicembre scorso poco più di uno è arrivato frazionato a 72 testate diocesane. Soldi invisi all’opinione pubblica che non distingue tra sussidi a pioggia e sostegno al pluralismo e alla libertà di informazione.
 
La Riforma dell’editoria
Anni di slogan urlati hanno prodotto guasti e hanno accomunato buoni e cattivi in un’unica categoria di “furbi” da castigare. Nessuno ricorda più i motivi per i quali lo Stato interviene, come accade nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali. Il mercato da solo non può regolare un settore tanto delicato e decisivo. Il rischio è quello di rimanere con pochi attori presenti e, soprattutto, quello di vedere morire tante voci del territorio.
Equità e rigore possono essere due buoni principi da applicare in questo campo, come la Fisc sostiene da anni: situazioni simili vanno trattate allo stesso modo e vanno sostenuti giornali che meritano, quelli riconosciuti e riconoscibili. La proposta di legge che sta per arrivare in Parlamento in queste settimane sembra andare in questa direzione. Il sostegno sarà riservato a editori non profit o a cooperative di giornalisti e sarà parametrato, per tutti, sulle reali vendite, con un tetto calcolato sui ricavi. Una buona base di partenza per avviare il confronto.
Come salvarsi?
La vera sfida, per ogni operatore della comunicazione, è un’altra. Come salvarsi e distinguersi in questo mondo in così rapida evoluzione? Un dato sembra acquisito: non è vero che non esiste più un pubblico di lettori. Con il moltiplicarsi dell’offerta, il fruitore di informazione generalista si è fatto più selettivo e più esigente.
Tre elementi dovrebbero essere distintivi. Primo: la professionalità. Non ci si può più accontentare di mettere in pagina, o essere presenti online, prodotti fatti bene. Non è più sufficiente. Occorre farli benissimo. Occorre dare il massimo, consapevoli che si può sempre fare meglio. Secondo: mettere insieme giornali utili, che servono ai lettori. Giornali di servizio, che si leggono non per fede, ma per convinzione. Giornali pieni di notizie, originali, con i fatti che nessuno racconta. Bisogna uscire dalle redazioni e stare in mezzo alla gente per ascoltarla. Parafrasando una nota frase di papa Francesco, ci vorrebbero giornalisti con l’odore dei lettori. Terzo elemento: il territorio. Va vissuto, amato, rispettato. Si deve pensare al giornale, nell’era che stiamo vivendo in cui le piazze rischiano di essere solo quelle digitali, come a un luogo in cui i lettori si ritrovano, si confrontano e dialogano. I giornali andrebbero pensati in grado di suscitare domande e capaci di fare alzare lo sguardo, ancorati nella realtà, per spaziare con grande libertà sull’Italia, sul mondo, su tutto l’umano.
Più antenne e più sensibilità
Nessuno ha ricette preconfezionate. Alcune recenti aperture fanno ben sperare. Nonostante le criticità, in queste settimane si stanno avviando due nuovi giornali: Kairos news a Capua, che col primo numero di ottobre da settimanale parrocchiale si è ampliato in settimanale diocesano, e Pandocheio (Casa che accoglie) a Locri, che dal prossimo gennaio da mensile della diocesi diventerà settimanale, mentre a Ischia il settimanale Kaire si avvicina con buoni risultati ai due anni di pubblicazioni. Come si vede, la partita è tutta da giocare, anche se la crisi globale non è ancora superata e la carta stampata è sempre più assediata dalla Rete. Ma non ci si può neppure nascondere che spesso è la carta che sostiene la Rete, sia in termini di costi che di contenuti. Ci si deve buttare. Il mestiere del giornalista è tutto da reinventare e da ripensare, senza doverlo per forza stravolgere. Occorrono più antenne e più sensibilità. Ci vuole il coraggio di uscire dal coro, di andare controcorrente. Ci vogliono occhi e cuore per avventurarsi dove altri neppure provano a dirigersi. I protagonisti del quotidiano da raccontare, oltre a uno slogan può costituire un programma di lavoro. A cominciare dai profughi, già spariti dalle priorità di molte Istituzioni e dalle prime pagine. Invece ci sono. E sono nei paesi e nelle città, da incontrare e da ascoltare. Per dare voce a chi non ce l’ha. (ASUAIMMAGINE)