(articolo del presidente dell’Ucsi Andrea Melodia apparso sulla rivista “La parabola” dell’Aiart)
Questo articolo intende promuovere la conoscenza e la diffusione di un approccio metodologico all’uso professionale e etico dei media, percorso che vede impegnata da qualche anno l’Unione Cattolica della Stampa Italiana (UCSI). Si tratta di un metodo offerto prioritariamente ai giornalisti, ma che utilmente può trovare diffusione in altri ambiti professionali della comunicazione.
La questione etica anticipa e sottende quella deontologica. Per i giornalisti la deontologia è fatta di regole professionali, di codici, di norme spesso conosciute e applicate, a volte ignorate o disattese con malizia.
Le regole sono necessarie: possono e devono valere per tutti, il loro mancato rispetto deve essere oggetto di valutazione, giudizio e se necessario sanzione. Un sistema di norme il più possibile semplice e chiaro, da applicare alle attività di comunicazione, è necessario in una società complessa e tecnologicamente avanzata come quella in cui viviamo.
Tuttavia le regole non bastano se non sono accompagnate da una riflessione e un convincimento di natura etica. La riflessione può essere indotta dallo studio e dalla ricerca, da una parte, e dalla discussione pratica nelle comunità di lavoro, da un’altra parte. Nella riflessione e nel dialogo cresce la possibilità di una buona pratica.
I codici deontologici dei giornalisti
E’ utile ricordare la ricchezza e anche la dispersività dei codici deontologici. Limitando in questa sede l’analisi alla sola informazione giornalistica, vediamo l’elenco dei codici deontologici, o carte, supportati dall’Ordine dei Giornalisti in Italia.
“Le carte deontologiche sono norme giuridiche obbligatorie valevoli per gli iscritti all’albo, che integrano il diritto ai fini della configurazione dell’illecito disciplinare”, come dichiara il sito dell’Ordine dei giornalisti. Sono queste:
– Estratto dalla legge istitutiva e dal regolamento applicativo
– Carta dei doveri del giornalista (CNOG-FNSI)
– Carta di Treviso (minori)
– Codice di autoregolamentazione TV e minori
– Carta di Perugia (informazione e malattia)
– Carta di Roma (migranti)
– Carta di Firenze (precariato)
– Carta dei doveri dell’informazione economica
– Carta dei doveri del giornalista degli uffici stampa
– Carta informazione e pubblicità
– Carta informazione e sondaggi
– Decalogo del giornalismo sportivo
– Codice di autoregolamentazione delle trasmissioni di commento degli avvenimenti sportivi
– Codice di autoregolamentazione per i processi in TV
– Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell´attività giornalistica
– Carta di Milano (a protezione dei diritti dei detenuti e degli ex detenuti).
Come si può vedere, il lungo elenco si presterebbe ad alcune semplificazioni e razionalizzazioni che ne faciliterebbero la conoscenza e il rispetto, nonché l’applicazione di interventi sanzionatori.
Il nucleo centrale delle norme deontologiche è contenuto nella legge istituiva dell’Ordine nazionale e nel suo Regolamento applicativo.
Parallelamente all’obbligo di appartenenza all’Ordine per chi voglia assumere il titolo ed esercitare la professione di giornalista, la legge 69/1963 definisce i diritti e i doveri inerenti allo status di giornalista e la corrispondente previsione dei poteri disciplinari e delle sanzioni, che sono l’avvertimento, la censura, la sospensione dall’esercizio professionale e la radiazione dall’Albo.
Dal dicembre del 2012, la materia è stata sottratta alla competenza dei Consigli regionali e nazionale dell’Ordine dei giornalisti, ed è ora affidata ai Consigli di disciplina, anche in questo caso con giurisdizione regionale e nazionale in seconda istanza. Il meccanismo di nomina prevede la proposta di una rosa di candidati da parte dei Consigli regionali dell’Ordine e la scelta finale del Presidente del Tribunale. Per i ricorsi, che certo costituiscono il momento più significativo e visibile dell’attività sanzionatoria, è competente un Consiglio di disciplina nazionale, di dodici membri, interamente composto da consiglieri nazionali dell’Ordine dei giornalisti (e dunque non sottratto alla lottizzazione della rappresentanza).
La legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti
Per la legge 69/123 è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui, ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati e dei doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori.
Il Regolamento applicativo aggiunge poche specificazioni. E’ vietata la pubblicazione di immagini che descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale e l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti.
La libertà di informazione e di critica è definita come “diritto insopprimibile” dei giornalisti. Nessuno può quindi recarvi attentato, senza violare un bene assistito da rigorosa tutela costituzionale.
La tutela della persona umana e il rispetto della verità sostanziale dei fatti sono principi da intendere come limiti alle libertà di informazione e di critica.
La Carta dei doveri
A partire dal 1993, la “Carta dei doveri” sottoscritta dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dal sindacato unitario (FNSI) aggiunge le seguenti regole di condotta:
– Il giornalista ricerca e diffonde le notizie di pubblico interesse nonostante gli ostacoli che possono essere frapposti al suo lavoro e compie ogni sforzo per garantire al cittadino la conoscenza ed il controllo degli atti pubblici
– Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche
– Il giornalista rispetta sempre e comunque il diritto alla presunzione d’innocenza
– Il giornalista non può aderire ad associazioni segrete o comunque in contrasto con l’articolo 18 della Costituzione
– Il giornalista non può accettare privilegi, favori o incarichi che possano condizionare la sua autonomia e la sua credibilità professionale
– Il giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. I titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie
– Il giornalista rispetta il diritto alla riservatezza di ogni cittadino e non può pubblicare notizie sulla sua vita privata se non quando siano di chiaro e rilevante interesse pubblico e rende, comunque, sempre note la propria identità e professione quando raccoglie tali notizie
– I nomi dei congiunti di persone coinvolte in casi di cronaca non vanno pubblicati a meno che ciò sia di rilevante interesse pubblico; non vanno comunque resi pubblici nel caso in cui ciò metta a rischio l’incolumità delle persone
– I nomi delle vittime di violenze sessuali non vanno pubblicati né si possono fornire particolari che possano condurre alla loro identificazione a meno che ciò sia richiesto dalle stesse vittime per motivi di rilevante interesse generale
– Il giornalista presta sempre grande cautela nel rendere pubblici i nomi o comunque elementi che possano condurre all’identificazione dei collaboratori dell’autorità giudiziaria o delle forze di pubblica sicurezza, quando ciò possa mettere a rischio l’incolumità loro e delle famiglie
– Il giornalista rettifica con tempestività e appropriato rilievo, anche in assenza di specifica richiesta, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate, soprattutto quando l’errore possa ledere o danneggiare singole persone, enti, categorie, associazioni o comunità
– Il giornalista non deve dare notizia di accuse che possano danneggiare la reputazione e la dignità di una persona senza garantire opportunità di replica all’accusato. Nel caso in cui ciò sia impossibile (perché il diretto interessato risulta irreperibile o non intende replicare), ne informa il pubblico. In ogni caso prima di pubblicare la notizia di un avviso di garanzia deve attivarsi per controllare se sia a conoscenza dell’interessato
– In caso di assoluzione o proscioglimento di un imputato o di un inquisito, il giornalista deve sempre dare un appropriato rilievo giornalistico alla notizia, anche facendo riferimento alle notizie ed agli articoli pubblicati precedentemente
– Il giornalista deve sempre verificare le informazioni ottenute dalle sue fonti, per accertarne l’attendibilità e per controllare l’origine di quanto viene diffuso all’opinione pubblica, salvaguardando sempre la verità sostanziale dei fatti
– I cittadini hanno il diritto di ricevere un’informazione corretta, sempre distinta dal messaggio pubblicitario e non lesiva degli interessi dei singoli. I messaggi pubblicitari devono essere sempre e comunque distinguibili dai testi giornalistici attraverso chiare indicazioni.
Qui, come si vede, siamo sempre più di fronte a regole che sarebbero in grado di migliorare significativamente la qualità media del lavoro giornalistico, se solo avessero per tutti lo stesso significato e fossero onestamente applicate. Cosa che non avviene, senza che in passato ci sia stato grande impegno nel sanzionare la mancata applicazione.
La carta di Treviso
Altre norme della Carta dei doveri riguardano l’informazione economica e la tutela dei minori. Questi ultimi però sono oggetto di tutela specifica da parte della Carta di Treviso, che nel 1990 è stata sottoscritta tra Ordine, Federazione e Telefono Azzurro, e ha avuto successivi aggiornamenti.
Per la Carta di Treviso, in tutte le azioni riguardanti i minori deve costituire oggetto di primaria considerazione “il maggiore interesse del bambino” e perciò tutti gli altri interessi devono essere a questo sacrificati. Di conseguenza nessun bambino dovrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegali nella sua “privacy” né ad illeciti attentati al suo onore e alla sua reputazione. La rappresentazione dei loro fatti di vita può arrecare danno alla loro personalità. Questo rischio può non sussistere quando il servizio giornalistico dà positivo risalto a qualità del minore e/o al contesto familiare in cui si sta formando.
Va evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo dell’abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento come foto e filmati televisivi non schermati, messaggi e immagini on-line che possano contribuire alla sua individuazione. E’ da notare peraltro che questa tutela alla privacy dell’immagine trova diffusa applicazione televisiva, persino in assenza di un racconto che possa ledere il bambino, quasi sistematicamente se riguarda bambini italiani, e quasi mai quelli dei paesi poveri.
Il bambino non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possano lederne la dignità o turbare il suo equilibrio psico-fisico, né va coinvolto in forme di comunicazioni lesive dell’armonico sviluppo della sua personalità, e ciò a prescindere dall’eventuale consenso dei genitori. Nel caso di comportamenti lesivi o autolesivi, suicidi, gesti inconsulti, fughe da casa, microcriminalità, ecc., posti in essere da minorenni, occorre non enfatizzare quei particolari che possano provocare effetti di suggestione o emulazione. Infine, nei casi di minori malati, svantaggiati o in difficoltà, occorre porre particolare attenzione nella diffusione delle immagini e nella narrazione delle vicende, allo scopo di non scivolare nel sensazionalismo e/o nel pietismo, che potrebbero divenire sfruttamento della persona. Norma anche questa, purtroppo ben poco applicata nei confronti delle immagini del sottosviluppo, a volte persino nella stampa cattolica.
Libertà e responsabilità
Non abbiamo qui lo spazio per entrare nel dettaglio delle altre Carte deontologiche, che nel loro insieme costituiscono certamente un corpo di riflessioni significativo e meritevole, come si diceva, di una rielaborazione che consenta integrazione e semplificazione, ma soprattutto che resta in attesa della fondazione di una sorta di giurisprudenza applicativa, attraverso la disponibilità di una rappresentazione organica degli interventi sanzionatori decisi dai Consigli di disciplina. In questo modo sarebbe più agevole per i giornalisti riequilibrare il ragionamento sui limiti e gli obblighi della professione rispetto alla coscienza, molto diffusa, delle sue libertà.
La recente vicenda dell’attentato terroristico a Parigi nella sede del settimanale Charlie Hebdo, nel quale sono morti otto giornalisti, ha tragicamente riportato in primo piano la contraddizione tra l’irrinunciabile difesa della libertà e la interpretazione dei suoi limiti. In particolare, mi pare si discuta se i limiti imposti dal rispetto della persona e dall’obbligo di non introdurre discriminazioni, limiti che sono imposti dal nostro ordinamento, debbano comportare automaticamente anche il rispetto delle convinzioni della persona concreta, in particolare quelle religiose. E’ curioso che sul piano normativo sia così difficile trovare un accordo su questo terreno.
Siamo dunque di fronte all’esempio evidente della insufficienza di una semplice norma deontologica a definire i comportamenti concreti. Dunque la norma è necessaria, ma non sufficiente: va integrata con un principio di responsabilità, con una pressione etica personale ma non individuale, perché maturata in un ambito professionale concreto.
Ci possiamo chiedere, a questo punto, cosa concretamente si faccia, in Italia e in Europa, per preparare la società multietnica, multiculturale e multireligiosa che è già nel presente e che sempre più sarà quella futura. A fronte della trasformazione antropologica che vede l’uomo, potenzialmente ma sempre più realmente, connesso senza interruzione al resto dell’umanità, cosa facciamo per adeguare i comportamenti comunicativi professionali? Poco davvero. Se la scuola e il sistema dei media operassero in un regime di piena responsabilità, potremmo ottenere – senza pregiudizio alle libertà – un sostegno diffuso a scelte equilibrate e consapevoli. Se valesse un principio di responsabilità, il servizio pubblico dovrebbe farsi carico della integrazione culturale in modo sistematico. Se valesse un principio di responsabilità, il dialogo tra le tre grandi religioni deve diventare un punto focale ineludibile nell’informazione. Se valesse un principio di responsabilità, dopo molte altre attenzioni più importanti si potrebbe perfino ragionare sulle autolimitazioni della satira per i temi etnici e religiosi.
Se invece non vale un principio di responsabilità, forse dovremmo concludere che lo “strapotere impotente” delle libertà individuali, che certo sono un retaggio vivido e un patrimonio acquisito, ma ormai affievolito, della stagione dei lumi, non basterebbe certo a salvarci. I nemici della libertà, che sono anche nostri nemici, accecati dalla ideologia, già la considerano la nostra principale debolezza. Questo non è solo retaggio del peggiore radicalismo islamista, perché trova diffusione in altre ideologie estremiste che nella rete si nascondono e sviluppano. Sarebbe l’era della sconfitta della civiltà europea, similmente a come la racconta Michel Houellebecq nel romanzo Sottomissione? O, più probabilmente, saremmo a un passo da quella negazione di ogni libertà che si chiama guerra?
La questione etica nelle comunità di lavoro
Queste sono riflessioni ineludibili. Ma torniamo al complesso rapporto tra deontologia e etica. Le regole e la deontologia possono fornire, abbiamo detto, una garanzia formale che difficilmente diviene sostanziale. La norma etica invece è sostanziale, ma per divenire applicabile in modo formale richiede una adesione culturale all’interno di una specifica comunità di riferimento chiamata ad applicarla.
L’idea è dunque che l’imperativo etico non risulti esclusivamente figlio di un convincimento personale, e che invece la sua diffusione possa appartenere a una comunità di lavoro, come può essere quella che si crea a distanza tra persone che fanno lo stesso lavoro (per esempio: i creativi pubblicitari, o una loro sottocategoria) o tra persone che pur facendo lavori diversi operano fianco a fianco allo sviluppo di un medesimo esito professionale (tipicamente, una redazione giornalistica).
Si preferisce favorire la diffusione del termine “mediaetica” rispetto, ad esempio, a quello di “infoetica” perché si è alla ricerca di un metodo che consenta di applicare unitariamente modalità etiche alle diverse realtà professionali nel mondo della comunicazione. Di fatto, sempre più l’informazione diviene narrativa, utilizza forme linguistiche della finzione, sollecita l’emotività dei lettori/spettatori; e nel contempo la mescolanza dei generi, come l’infotainment, assume rilevanza quantitativa. In questo processo di progressiva liquidità dei canoni tradizionali appare assai poco utile sperare che una rigida separazione della missione informativa rispetto alla produzione di intrattenimento possa costituire un punto di partenza a lungo sostenibile.
Anche se tutti comunicano, e in qualche modo si potrebbe dire che tutti forniscono informazioni sulla realtà degli avvenimenti – e dunque tutti sono chiamati a un impegno etico nel comunicare e nell’informare – tuttavia ci sembra necessario dedicare attenzione particolare ai comunicatori e agli informatori professionali.
Questi operano all’interno di competenze, pratiche, gruppi di lavoro variamente consolidati nel tempo, e la loro professionalità li pone al centro dei processi comunicativi offrendo grande capacità di produrre effetti sociali. Proprio nelle diverse pratiche consolidate e nei gruppi di lavoro che le praticano è necessario intervenire offrendo una specifica rielaborazione, un surplus di riflessione etica che si trasformi in nuova pratica.
La riflessione del card. Bagnasco
Intervenendo all’ultimo congresso della Federazione Italiana Settimanali Cattolici, il presidente dei vescovi italiani ha contribuito alla riflessione sul tema dell’etica professionale, gettando anche un ponte tra l’etica cattolica e quella dei laici. Il cardinale si è chiesto: che cos’è una professione? Etimologicamente, ha risposto, è l’esercizio di un’arte nobile; ma il suo significato originario, che è “confessare pubblicamente” e quindi “insegnare”, ha a che fare con la dimensione religiosa e, più in generale, con la verità. Se perde l’aggancio alla verità, e se smarrisce la responsabilità nei confronti dei suoi lettori, allora “anche il giornalista più dotato può produrre danni culturali gravissimi”.
Quali esempi negativi, il card. Bagnasco ha citato l’uso strumentale e destabilizzante di notizie non verificate allo scopo di sostenere o danneggiare una parte in causa nell’agone pubblico; il silenzio calato, allo stesso scopo, sulle notizie che romperebbero pregiudizi e che si ha vantaggio a mantenere; l’uso voyeuristico e acritico del “diritto di cronaca”, senza nessuna preoccupazione per le parti in causa; la corsa allo scoop che non esita a violare non solo la privacy, ma i tempi e i ritmi delle istituzioni; l’uso sistematico delle generalizzazioni indebite, e della sineddoche amplificante la parte come essenza del tutto, che rafforza stereotipi e alimenta pregiudizi; l’uso degli slogan, che ha definito come il “linguaggio dei falsi profeti”.
La citazione di Montanelli
Il cardinale ha poi citato Indro Montanelli, che ne 1989 scrisse: “La deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice e difficile parola: onestà. E’ una parola che non evita gli errori: essi fanno parte del nostro lavoro. Perché è un lavoro che nasce dall’immediato e che dà i suoi risultati a tamburo battente. Ma evita le distorsioni maliziose, quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito. Gli onesti sono refrattari alle opinioni di schieramento – che prescindono da ogni valutazione personale – alle pressioni autorevoli, alle mobilitazioni ideologiche. Non è che siano indifferenti all’ideologia, e insensibili alla necessità, in determinati momenti, di scegliere con chi o contro chi stare. Ma queste considerazioni non prevalgono mai sulla propria autonomia di giudizio (…) Gli sbagli generosi devono essere riparati, ma non macchiano chi li ha compiuti. Sono gli altri, gli sbagli del servilismo e del carrierismo – che poi sbagli non sono, ma intenzionali stilettate – quelli che sporcano.”
Dopo questa notevole citazione, il cardinale Bagnasco ha aggiunto che occorre rimotivare l’impegno per un giornalismo costruttivo e mai polemico, popolare e mai populista, sempre espressione dell’identità culturale e religiosa del nostro popolo e mai di lobby o di ideologica precomprensione. Se saprete dire una parola di senso, di comprensione, di ascolto e di consolazione davanti alla vita e alle sue vicende liete e tristi – ha detto – saprete ritrovare la più nobile missione del giornalismo che è quella di dar voce a chi non l’ha, perché la credibilità si fonda sull’integrità, l’affidabilità e la coerenza del giornalista che possono essere definite anche come un’alta forma di fedeltà alla democrazia.
Nella libertà, il servizio alla comunità
Ancora: “il giornalista non è un demiurgo, un deus ex machina, ma un mediatore, un traduttore, un facilitatore”. Il giornalista cattolico, poi, ha una freccia in più all’arco della sua capacità di mediazione: la libertà. Non è tenuto a “arrivare primo” nel dare la notizia, ma a “arrivare meglio”: bisogna identificare le fonti credibili, contestualizzare, interpretare; giustificare le proprie interpretazioni privilegiando sempre i dati oggettivi rispetto alle proprie idee. Per di più, sottrarsi alle pressioni dei poteri forti e insieme coniugare competenza, aggiornamento e creatività.
Quanto ai nuovi media, per il card. Bagnasco, la rete non deve rendere il territorio irrilevante, al contrario: deve costituire un’occasione per dilatarne i confini, scongiurare il rischio di derive localistiche, favorire le connessioni con la dimensione nazionale ma anche con quella globale. Bisogna fare spazio ai giovani e alla loro preparazione professionale; e curare la formazione di tutti, sia a livello culturale e professionale sia a livello spirituale.
Queste riflessioni avanzate sull’etica professionale trovano grande attenzione tra i giornalisti cattolici, che senza alcuna pretesa egemonica sono alla ricerca della massima condivisione sulla necessità di trovare una base etica comune per ricostruire il senso di una professione che, come è dimostrato da diverse indagini, è attraversata da una forte crisi di credibilità.
In questa direzione si muove l’UCSI, che deve a Giancarlo Zizola l’avvio della riflessione sulla mediaetica, con la proposta – che risale a quasi 15 anni fa – di creare un Comitato nazionale di Mediaetica, un organismo pubblico dotato di poteri regolatori e sanzionatori, in grado di superare la fragile deontologia ufficiale delle professioni. La proposta trovò attenzione ma non venne realizzata.
Il Manifesto per un’etica dell’informazione
Cinque anni fa l’idea originaria venne ripresa con la diffusione del Manifesto per un’etica dell’informazione: dieci punti chiave, scritti da Adriano Fabris, docente di Filosofia morale a Pisa, poi messi a punto con apporti di Paolo Scandaletti e di chi scrive. I fulcri del Manifesto sono nelle parole responsabilità (nella selezione, nella presentazione e nella interpretazione delle notizie, e nella distinzione intenzionale tra informazione e intrattenimento; e nel definire la responsabilità non solo come personale, ma come qualcosa da cercare anche nel lavoro di gruppo, nelle redazioni) e anche credibilità, professionalità ovvero competenza, pieno controllo dei linguaggi e delle tecniche, e ricerca, cioè collaborazione tra chi fa comunicazione e chi la studia. E, infine, trasparenza.
Il giornalista – afferma il Manifesto – pur conoscendo l’importanza delle modalità comunicative legate allo spettacolo e la loro capacità di attrazione, è consapevole che la sua attività si colloca su di un piano diverso. “L’informazione non è spettacolo, anche se può far uso di forme che sono proprie dello spettacolo”.
E’ difficile, spesso, compiere una scelta o stabilire il corretto ordine fra ciò che è importante e ciò che non lo è. Il farlo, nelle varie fasi in cui ciò può realizzarsi, è anzitutto compito del giornalista. Lo è, in particolare, il momento conclusivo di questa scelta. Ma il giornalista – e questa costituisce una idea rilevante nel Manifesto – “è chiamato a dare ragione, pubblicamente, dei criteri di valutazione che lo hanno indotto a prendere determinate decisioni”.
Il giornalista non può essere obbiettivo: interpreta le notizie che riceve. Ma vi è una grande differenza fra l’interpretazione delle fonti e la manipolazione o la falsificazione delle notizie. La necessità d’interpretare, in altre parole, non significa rinunciare all’onestà intellettuale. Perciò il giornalista dev’essere in grado di dar ragione pubblicamente dei criteri che sovrintendono alla sua interpretazione. “Il riferimento a un’ideologia o a una credenza di fondo non sono mai, nell’attività giornalistica, giustificazioni valide”.
La questione della credibilità – afferma ancora il Manifesto – costituisce anche il criterio che può orientare il rapporto del giornalista nei confronti dei cosiddetti “poteri forti”. I comunicatori pubblici hanno responsabilità nell’inquinamento delle fonti primarie. Occorre, in primo luogo, salvaguardare l’autonomia della professione.
Fin qui, il Manifesto. Tre anni fa, ulteriori riflessioni hanno portato alla nascita dell’Osservatorio di Mediaetica, un gruppo di lavoro e di ricerca su questi temi. Gli incontri si svolgono presso La Civiltà Cattolica e hanno il contributo sostanziale del gesuita Francesco Occhetta, che è parte di quella redazione ed è consulente ecclesiastico dell’UCSI.
L’Osservatorio di Mediaetica
Come ha scritto Guido Mocellin, l’Osservatorio è “un luogo che, a partire dalla nozione di persona e dal servizio al bene comune (i cardini della dottrina sociale della Chiesa) guarda al ruolo che i media svolgono e che potrebbero svolgere per orientare il tumultuoso cambiamento sociale in corso (rivoluzione digitale e globalizzazione, ma anche, in Occidente, soggettivismo esasperato), di cui in parte sono soggetti, tenendo come punto fisso il sistema democratico e i diritti fondamentali della persona e come stile il vedere, giudicare, agire caro alla tradizione recente del magistero sociale, tradotto per i giornalisti in: prestare attenzione, stupirsi, raccontarlo. “
“Ciò che rende la nostra professione degna di essere vissuta, o la umilia se non viene praticato – spiega infatti il documento istitutivo dell’Osservatorio di Mediaetica – è dunque il prestare attenzione (cioè capire, scavare, approfondire, confrontare, non accontentarsi delle informazioni superficiali; controllare le fonti, gerarchizzare); lo stupirsi (cioè mettere in relazione i contenuti appresi con le proprie esperienze e i propri valori, coinvolgersi personalmente, non subire l’omologazione) e la narrazione (cioè il dovere di carità che consiste nel non tenere le cose per sé ma nel trasferirle agli altri, e il dovere di saperlo fare dominando senza incertezze i linguaggi e le tecniche necessari per questa comunicazione).”
Queste tensioni professionali, personali e di gruppo, possono essere molto più potenti e innovative dei tradizionali sistemi normative (i codici, le leggi deontologiche) dei quali non si chiede certo l’abbandono ma dei quali si lamenta l’insufficienza. Misurata l’inadeguatezza degli editori a operare per la qualità del sistema dei media, a causa di interessi esterni di natura politica ed economica (che originano l’inquinamento delle fonti primarie) resta compito delle professioni continuare a porsi domande di natura etica che si adattino anche alle evoluzioni indotte dalle tecnologie.
Ecco dunque che si apre una lunga serie di cammini di ricerca. Invece di dedicarsi alla identificazione e alla denuncia delle occasioni di mancato rispetto delle norme deontologiche e dell’etica professionale, attività che non vanno ostacolate ma delle quali si lamentano spesso gli scarsi risultati, l’Osservatorio preferisce il confronto, anche a livello internazionale, la consultazione degli esperti, la riflessione collettiva. Partendo anche dalla constatazione che le attività organizzate di riflessione sull’etica professionale dei comunicatori sono da noi molto scarse, mentre in altri Paesi avanzati trovano larga diffusione.
Terreni particolarmente fertili e urgenti sono quelli che nascono dalla evoluzione dei nuovi media, come l’uso e la presenza nei social network, ma anche quelli che tradizionalmente nostrano effetti sociali rilevanti.
La ricerca di Mediaetica può applicarsi a singoli settori informativi oppure a specifiche tipologie di media, sia in ambito informativo nelle professioni di comunicazione (per esempio pubblicità, autori televisivi di fiction o di intrattenimento, eccetera).
Favorendo la specificità dei percorsi, l’Osservatorio cerca di conservare l’interscambio collettivo delle esperienze e l’unità del metodo.
Qualità e utilità sociale
Il concetto di Mediaetica deve essere tenuto costantemente ancorato ad altri due: quello della qualità dei media e quello della utilità sociale dei media. Soltanto in questo modo la Mediaetica perde ogni connotato confessionale e ogni sospetto di moralismo, e diviene un tema primario della riflessione generale, politica e sociale.
E’ dunque importante che nelle riflessioni di Mediaetica i cattolici si conservino un ruolo di lievito e non pretendano alcuna egemonia, anzi favoriscano in ogni modo la presenza attiva di persone di buona volontà di ogni provenienza.
Qualità e utilità sociale, legati insieme, possono combattere gli individualismi, gli egoismi e gli egocentrismi tipici della cultura contemporanea. E’ però necessario che si definiscano in modo condiviso i criteri per accertare in modo pubblicamente condiviso presenza e livelli di qualità e di utilità sociale. Questo è un passaggio particolarmente delicato, senza il quale i percorsi di Mediaetica restano evanescenti.
Gli standard di qualità della produzione culturale
La qualità di ogni forma di produzione culturale può essere definita e misurata ricorrendo ad algoritmi un po’ sofisticati e in perenne evoluzione che mettano in correlazione, per esempio, quantità e gradimento del pubblico, funzione sociale rilevata e dichiarata, innovazione linguistica e tecnologica, performance crossmediale, durata nel tempo, eccetera. La ricerca degli standard qualitativi della produzione culturale è e resterà sempre materia complessa e ricca di contenzioso, largamente differenziata nei diversi generi e modelli produttivi, destinata a evolvere nel tempo e ad adattarsi al cambiamento: ma darebbe al mondo della comunicazione sostanza e utilità sociale visibili.
Le comunità professionali, attraverso le loro associazioni, devono avere un ruolo nel definire gli standard specifici di valutazione delle diverse forme di comunicazione e di produzione culturale: per esempio l’adesione al principio di realtà è essenziale nel lavoro giornalistico ma non lo è per niente per un autore cinematografico.
La funzione sociale potrebbe essere parametrata in modo diverso tra imprese pubbliche e private; e così via. Imitando la cultura anglosassone, le associazioni professionali dovrebbero intraprendere con coraggio questi percorsi di ricerca sfrondandoli il più possibile da compromissioni ideologiche e interessi eterodiretti. Darebbero così pieno scopo alla propria esistenza.
Qualità e merito
Il rifiuto della tradizione culturale italiana nel misurare la qualità con criteri dotati di una base quantitativa va di pari passo con il rifiuto di misurare il merito.
La questione della meritocrazia è importante dal punto di vista etico. Non sono in gioco solo le performance individuali bensì quelle della società intera, attraverso il buon funzionamento delle due grandi agenzie di formazione: la scuola e i media professionali. Scuola e media professionali funzionano bene se sono in grado di valorizzare, secondo il merito, insegnanti e comunicatori.
La qualità del lavoro giornalistico, per esempio, potrebbe essere misurata correlando indici di valutazione secondo svariati criteri:
– La sua utilità sociale, la capacità di fornire stimolo alla coesione nazionale (politica, geografica, eccetera) nel rispetto della pluralità delle voci;
– La capacità di contrastare emergenze educative predefinite;
– L’apporto al dialogo interculturale, interreligioso e intergenerazionale;
– La contrapposizione alle diverse forme di divide (generazionale, culturale, digitale, eccetera);
– Lo stimolo alla innovazione dei linguaggi e l’aggiornamento delle tecnologie impiegate nella produzione;
– La capacità di mantenere valore nel tempo, considerata l’esigenza crescente di curare i depositi di memoria e la capacità dei media digitali di prendersene cura;
– La capacità di diffondersi su media diversi, cioè di garantire transmedialità e crossmedialità.
E’ evidente che queste attività di valutazione, necessariamente differenziate per generi e anche per comunità di lavoro omogenee, presuppongono l’accettazione preventiva di un numero limitato di valori condivisi dalla comunità. Raggiunto questo punto essenziale di partenza si possono creare griglie, da adattare ai diversi “generi” e ai diversi formati mediali, sulle quali discutere periodicamente nelle comunità di lavoro.
Un metodo di valutazione privato e pubblico
Sul piano pubblico, quando si richiedono criteri oggettivi di valutazione, una volta definiti i valori di riferimento si può affidare a un panel (composto da persone scelte per competenza e non per appartenenza) di assegnare valutazioni quantitative. Queste ultime, per divenire reali “indici di qualità”, andrebbero poi integrate con i dati quantitativi relativi alla diffusione dei contenuti prodotti, poiché non è pensabile una valutazione di valore pubblico che prescinda totalmente da questo aspetto.
Avremmo creato così un sistema di valutazione della qualità certo imperfetto e migliorabile, ma averlo sarà più utile che non averlo. Come decidere altrimenti in modo “scientifico” la performance del servizio pubblico, oggi radiotelevisivo e domani multimediale? Come decidere secondo criteri di qualità il più possibile obbiettivi la ripartizione dei contributi pubblici all’editoria o quelli per la produzione cinematografica nazionale? Come decidere sistematicamente e pubblicamente, in Italia (perché all’estero viene fatto, anche sui nostri atenei) il rank delle facoltà universitarie? Gli esempi potrebbero continuare.
E’ facile capire che la prospettiva di ricerca sulla Mediaetica nella quale ci siamo collocati è tanto affascinante quanto problematica.
Occorrono strumenti avanzati, ricerca professionale, sostegno e assistenza a numerosi e differenziati gruppi di lavoro. Ciascuno può dare il meglio di sé solo nell’ambito di attività professionali ben conosciute e praticate. Esiste una dimensione pubblica, direi politica nella ricerca e nelle iniziative sulla Mediaetica, considerando l’ampiezza dei suoi possibili effetti sociali. C’è anche una dimensione più circoscritta, che è quella di fornire uno strumento per migliorare la qualità del lavoro, una sorta di bilancio sociale a disposizione di ogni organizzazione che produce attività di comunicazione.
Alcuni temi per la ricerca
Avviandomi alla conclusione, vorrei dare conto del percorso realizzato dall’UCSI nella prospettiva della Mediaetica e accennare all’impegno futuro, che comprende tra l’altro l’intenzione di avviare su internet un portale specifico dedicato alla Mediaetica.
Finora gli strumenti usati sono più tradizionali: convegni, gruppi di lavoro, la rivista DESK, la collana dei libri di DESK (con titoli come Le tre soglie del giornalismo: servizio pubblico, deontologia, professione di Francesco Occhetta, L’informazione è un bene comune di Giancarlo Zizola o A bocca aperta, la precaria credibilità dei comunicatori italiani a cura di Paolo Scandaletti e di chi scrive).
Significativi sono anche i temi affrontati negli ultimi tre anni da DESK, la rivista trimestrale dell’UCSI, che ha una impostazione monografica. Si è scritto di Servizio pubblico dell’informazione(tema accompagnato da un convegno dal titolo La RAI dei cittadini, del quale sono stati pubblicati gli atti); di Informazione politica (anche questo accompagnato da un convegno nella sede della FNSI); di Informazione religiosa (tema sempre presente alla Scuola di Fiuggi); di Intrattenimento e gioco come servizio al pubblico (sui confini tra informazione e intrattenimento); di Informare connessi: come cambia l’informazione giornalistica nell’era della diretta e della rete (sui grandi temi della trasformazione non solo tecnologica della professione, temi sempre presenti negli appuntamenti formativi); e infine di Mediaetica e informazione, mentre è in stampa un numero dedicato alla Informazione scientifica e medica.
Tra i tanti temi di futura trattazione citerei La stampa cattolica, I giovani e le professioni di comunicazione, Le fonti e internet, La produzione italiana di fiction, Crossmedialità e transmedialità, L’informazione geopolitica.
Per le attività formative, l’avvio dell’obbligo di formazione professionale per gli iscritti all’Ordine dei giornalisti ha consentito di moltiplicare, in molte regioni italiane, i corsi a firma UCSI. Lo strumento formativo centrale resta la Scuola di formazione UCSI “Giancarlo Zizola”, che ogni anno raccoglie a Fiuggi una cinquantina di giornalisti per quattro giorni consecutivi, e che quest’anno raggiungerà la quinta edizione.
Il pieno e fattivo sostegno che l’UCSI ha ottenuto dall’Ufficio nazionale delle Comunicazioni sociali della CEI ha consentito di aumentare l’impegno, di avviare nuovi percorsi e di perfezionare quelli avviati.
La centralità della Mediaetica nella vita pubblica
La Mediaetica non è un accessorio: è una riflessione indispensabile su tutte le attività professionali creative che oggi, nella rivoluzione digitale, sono al centro dell’economia, della produzione, dei processi culturali e educativi. Il sistema mediale, nel suo insieme, condiziona la politica e la democrazia. L’etica dei media condiziona l’etica della politica, e viceversa.
La differenza dei ruoli tra il politico e il comunicatore deve essere preservata, anche se gli esempi di confusione sono frequentissimi. L’autonomia reciproca tra politica e comunicazione costituisce un grande valore democratico. Tuttavia la percezione dei due mondi e di ruoli così differenti tende a sovrapporsi per gran parte dell’opinione pubblica, generando quel fenomeno in parte distorsivo che Giancarlo Mazzoleni ha definito “politica pop”.
La risposta a questo fenomeno complesso e non banalizzabile (perché in qualche modo è inevitabile che oggi i politici cerchino di comunicare anche senza mediazioni) credo vada cercata in un grande impegno professionale per una comunicazione etica, cioè competente e di qualità, libera il più possibile da incrostazioni ideologiche. Per quanto riguarda i cattolici, “non bigotta”, cioè il meno possibile autoreferenziale.
Il giornalismo, tutto il giornalismo e non solo quello pagato dallo Stato, non può che essere “servizio al pubblico”. Ciò è tanto più vero in un’epoca in cui sono sempre più vani i tentativi di conservare il valore economico delle notizie, travolto dalla sovrabbondanza, dai contenuti generati dagli utenti e dall’inarrestabile “copia e incolla”. Dobbiamo invece scoprire il valore, anche economico, di una professione giornalistica che, collaborando con altre competenze, abbia come finalità primaria l’invenzione e l’esercizio di nuovi servizi informativi utili per la comunità, in una prospettiva di sano sviluppo sociale.
Occorre dunque concepire la Mediaetica come una iniziativa a medio e lungo termine, per un sistema mediale di qualità in una società di qualità, diretta a coinvolgere i professionisti della comunicazione, non soltanto giornalisti, in una serie di percorsi di ricerca e approfondimento delle corrette pratiche professionali, come concretamente si realizzano nelle concrete comunità di lavoro e nelle diverse aree tematiche della comunicazione.(ANDREAMELODIA)

