18 Ottobre 2016
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Equivoci web: sul Muro del Pianto non è vero che l’Unesco ha negato il legame con Israele. Ma…

Nei giorni scorsi i social hanno fatto rimbalzare la notizia che l’Unesco aveva votato una risoluzione in cui si nega l’esistenza di un legame religioso e storico tra gli Ebrei e quello che viene comunemente chiamato Muro del Pianto. Notizia accompagnata da commenti malevoli (per usare un eufemismo) sull’Unesco, l’Onu e le istituzioni internazionali tutte. E che ha visto testate giornalistiche ingaggiare immediata battaglia: non vorremo mica farci scappare la duplice occasione per dare addosso agli arabi e per lanciare una nuova guerra alle istituzioni? Ne è un esempio “Il Foglio”, sul cui sito il 17 ottobre si leggeva l’invito ad andare in piazza contro l’Unesco: «Mercoledì 19 ottobre, alle 15, trasformeremo la sede dell’Unesco a Roma nel nostro Muro del Pianto: portando di fronte alla sede italiana dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura le lettere del Foglio e dei nostri lettori per spiegare che cancellare la storia di Israele non è Educazione, non è Scienza, non è Cultura: è semplicemente una Shoah culturale». Il fatto che solo sei Paesi avessero votato contro una tal mozione avrebbe dovuto far venire qualche dubbio, accompagnato dal desiderio di andare a vedere che cosa veramente c’era scritto nella risoluzione in questione. Lo ha fatto Giorgio Bernardelli sul sito terrasanta.net (http://www.terrasanta.net/tsx/lang/it/p9623/AllUnesco-lo-scontro--politico), scoprendo che il documento «non affronta da nessuna parte la questione se il Muro Occidentale sia oppure no un luogo sacro per gli ebrei», essendo incentrato su due questioni molto più specifiche: «il fatto che gruppi della destra religiosa ebraica sempre più spesso si recano su quella che oggi è la spianata delle moschee (e quindi non solo al Muro del Pianto), rivendicando il diritto di pregare sul “Monte del Tempio”. Secondo: la gestione da parte delle autorità israeliane degli scavi e delle infrastrutture nell'area intorno all'Haram al Sharif / Monte del Tempio». Bernardelli spiega pazientemente i fatti che stanno dietro a questo documento, qui ci basta dire che esso chiede un ritorno allo status quo del 2000, cioè a prima della passeggiata di Ariel Sharon sulla spianata, che nel 2014 fece esplodere la seconda Intifada. In realtà, secondo Bernardelli, dietro tutto questo fumo c’è una questione politica: il conflitto tra Israele e la Palestina non fa più notizia, ma c’è ancora e passa attraverso reciproche provocazioni. Alla risoluzione dei conflitti non giova il silenzio: serve invece una visione politica «capace di mettere al bando gli estremismi e riconoscere il valore per l’altro di quel luogo». Questa visione manca però a tutte le parti in causa. E manca a tutti i professionisti che, anche in questo caso, hanno contributo a costruire un’informazione superficiale e faziosa, come manca a tutti quei cittadini che quotidianamente sul web si calano nella parte dell’opinionista arrabbiato. Cedendo alla demagogia antiistituzionale. Paola Springhetti  ndr: una lettrice, Annalisa Ferramosca interviene sull'articolo e più in generale sulla questione sollevata e chiede di precisare due aspetti:  a. è vero che la risoluzione, a differenza di molta propaganda in circolazione nel mondo musulmano, non nega che due Templi ebraici siano stati eretti sul Monte del Tempio/Nobile Santuario (voglio sperare che, in tal caso, i 26 astenuti avrebbero avuto la decenza di votar contro), ma è un fatto che la risoluzione chiama tutti i luoghi in essa menzionati con il loro nome arabo-musulmano, seguito da quello in inglese, e adotta tale tecnica anche con il Muro Occidentale, addirittura ponendo tra virgolette la denominazione in inglese (come fa per il nome dell’Autorità israeliana di tutela delle antichità, gratificando la stessa o i suoi funzionari di un “so called”). Nessun luogo è indicato con il suo nome ebraico, neppure il Kotel. Il che dà al lettore l’impressione che l’UNESCO consideri la denominazione in arabo quella originale, ‘indigena’, e l’altra solo una traduzione internazionale. Se l’UNESCO avesse tenuto fede al suo ruolo, avrebbe scritto ‘Har habait / Haram al Sharif’ (in ordine alfabetico, secondo la trascrizione, che coincide con l’ordine cronologico) e via di seguito, anziché fornire nuova esca alla propaganda che considera gli ebrei degli intrusi a Gerusalemme e in Terra d’Israele: una tesi che certo non favorisce il raggiungimento della pace; b. la risoluzione condanna ogni azione di Israele, dagli scavi archeologici alla manutenzione dell’unico accesso per i non musulmani al Monte del Tempio, dalle restrizioni all’accesso dei musulmani alla spianata delle moschee (ben guardandosi dal considerarne le ragioni di sicurezza determinate da violenze da parte palestinese) alle pretese ‘irruzioni’ di ebrei sul Monte del Tempio, ma non fa menzione del fatto che il Governo israeliano consente agli ebrei solo la visita, sotto stretta sorveglianza e senza neppur poter sussurrare una preghiera movendo le labbra, né degli antichi reperti preislamici buttati nelle discariche durante la costruzione di una nuova moschea sul Monte del Tempio, né delle violenze dei ‘murabitun’. Così pure, condanna Israele per la guerra a Gaza del 2014, ma tace accuratamente sui fatti che ad essa condussero, e neppure spende una parola per la distruzione, ad opera degli stessi abitanti della Striscia, delle vestigia di una basilica rinvenute durante la costruzione di un edificio a Gaza. E gli esempi potrebbero continuare ...

Paola Springhetti