Cosa resta oggi di questa crisi, consumata negli ultimi decenni e ancora non conclusa? Viviamo ormai in un mondo in cui gli strumenti si sono affinati, suoni e immagini si mescolano e si integrano, possiamo vivere in costante diretta con il mondo. Ma è sempre più difficile riconoscere il significato delle parole, perché si è sommersi dal rumore di fondo. La comunicazione intera è divenuta rumore di fondo, in cui sempre più incerta è la capacità stessa delle parole di esprimere significati univoci.
Ecco dunque il bisogno del silenzio, elemento portante e inscindibile per una comunicazione di buona qualità, in cui le cose dette hanno significato e vengono comprese. Il silenzio non è solo un atteggiamento di rispettosa apertura, una dichiarazione di pace e fratellanza verso l’altro con cui comunichiamo: è anche la condizione necessaria perché quanto diciamo divenga comprensibile. Sono i nostri silenzi a rendere autentico quello che diciamo.
In una riflessione tra giornalisti, viene subito da pensare a quanto sia importante, nella professione, decidere non solo quello che si scrive o si dice ma anche quello che non si scrive o non si dice. Quanto sia necessario autolimitarsi per non danneggiare gli altri. Non per censurarsi, non per nascondere, non per venir meno al dovere di informare: solo per non fare danni a chi non lo merita.
Inevitabile pensare all’ondata di suicidi legata alla crisi economica. C’è chi ha messo in dubbio la correttezza della genesi di questo flusso di notizie, delle prime statistiche e della analisi delle motivazioni al suicidio. Analizzare il momento scatenante di un flusso di questo genere sarebbe fondamentale, sarebbe vero giornalismo di inchiesta. Molto di quello che è successo poi potrebbe essere frutto di un corto circuito tra sistema informativo e opinione pubblica: parlare di suicidi, soprattutto socialmente motivati, rischia fortemente di creare emulazione e questo è noto da tempo. Non oso pensare alle responsabilità di chi ha dato il via se la sua analisi iniziale fosse stata davvero scorretta.
E’ impossibile sostenere che si debba nascondere un fenomeno sociale ormai divenuto rilevante anche in termini politici; ma certo prima di abbandonarci a lugubri statistiche e a cronache cariche di sdegno ideologico, a tutto vantaggio dell’anti-politica, sarebbe necessario assicurarsi di non diventare la causa moltiplicatrice, e comunque obbligarsi ad andare il più possibile a fondo, in ogni storia, nella ricerca delle cause irripetibili del dramma umano di ciascuno, evitando semplificazioni a banalizzazioni. (UCSI)

