Il Papa in quell’occasione parlava ai giornalisti come a ‘professionisti della parola, esperti, artisti, profeti della parola‘. Li invitava a ‘non deformare la verità, a saper leggere la complessità della Chiesa, a penetrare l’alfabeto sconosciuto del suo linguaggio’.
Lo sguardo del giornalista – disse – deve essere molto attento alla singolare complessità della Chiesa perché essa ha “un’umile e gloriosa prerogativa”, “un’ indole sacramentale”, che la configura come “realtà risultante di un duplice elemento umano e divino” e solo chi “riconosce” questa sua natura “può comprendere come sia doveroso e interessante guardare alla Chiesa nei suoi molteplici aspetti”.
Adesso, dopo tanti anni, quel discorso appare come un vero e proprio manuale per i “vaticanisti”. Come annota, infatti, monsignor Semeraro, Paolo VI sembra prendere per mano i giornalisti e condurli alla scoperta di un universo nuovo e delle sue coordinate fondamentali. Prima di tutto la complessità della Chiesa. E l’invito a conoscerla a fondo.

