1 Luglio 2019
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I retroscena e l’enfasi dei titoli. Come cambia il giornalismo che parla di politica

Fabio Martini, inviato della Stampa ed esperto di politica, nel saggio “Alle radici del populismo italiano: come i media hanno alimentato l’antipolitica e la demagogia” (pubblicato sulla trimestrale 'Rivista di Politica') offre una sua interessante visione del ruolo svolto dai mezzi di informazione nella costruzione degli sviluppi politici dopo la ‘Prima Repubblica’.

Franco Maresca

Il giornalismo italiano – è la sua tesi – “ha scritto grandi pagine in tutte le stagioni – dal pre-fascismo al dopo-Tangentopoli – ma senza mai sentire come propria una vocazione al ‘quarto potere’ e interpretando semmai una tendenza al fiancheggiamento di tutti i poteri, di maggioranza e opposizione. Con un consociativismo diffuso in tutti i rami dell’informazione: i giornalisti giudiziari sono indulgenti con i magistrati, i critici cinematografici con i grandi registi e lo stesso vale per il giornalismo sportivo, culturale, sindacale, per non parlare di quello economico. Con una tentazione comune: partecipare al gioco, consigliare il potente. Condizionarlo. Dettargli la linea”.

In più si è affermato sempre più il genere giornalistico del retroscena, che mescola talvolta notizie vere a virgolettati apocrifi e notizie “più orecchiate che vere”.

Inoltre si è accentuata l’enfasi dei titoli, che in molte circostanze non hanno neppire rapporto diretto con i fatti. porto coi fatti né coi resoconti, come una incantevole musica astratta».

Per Martini i retroscena e i titoli irreali sono “due porti franchi nei quali vero, parzialmente vero e falso convivono”. Alla lunga – secondo lui – questo fenomeno “da una parte erode la credibilità dei giornali e al tempo stesso sdogana la categoria del verosimile, che al momento opportuno sarà sposata con entusiasmo dai politici”.