La Commissione europea distingue la “disinformazione” dalle fake news: nella prima, fatta di errori giornalistici ed omissioni, manca l’intenzione di ingannare, così come avviene nella satira. L’altro elemento che le distingue sarebbe la diffusione online, principalmente attraverso le diverse piattaforme, che le “rimbalzano” fornendo una eco straordinaria.
Ben altra dinamica si registra invece negli Stati uniti, dove il fenomeno è stato osservato e analizzato a fondo.
Secondo alcuni politologi Facebook sarebbe il principale veicolo trasmissivo delle fake news, e i siti di “fact checking” servirebbero a poco o nulla. In altri termini non vi sarebbe motivo di intervenire, perché se, da un lato, accontentare la richiesta di “verità” dei consumatori aumenta il benessere sociale; dall’altro, identificare cosa è fake e cosa no genera costi insopportabili per il sistema. L’auto-educazione ed il ragionamento critico sarebbero la migliore soluzione per risolvere il problema, rispetto alla creazione di nuovi organismi o enti.
Ma certo la discussione e la differenza tra le due sponde dell’Atlantico non minimizzano un fenomeno che si è sempre più rafforzato, parallelamente alla disintermediazione della nostra opinione pubblica.

