L’informazione contemporanea sta vivendo una metamorfosi radicale. Tra l’ascesa della tecnologia cognitiva generativa e la popolarità dei content creator, il giornalismo si trova a dover ridefinire il proprio ruolo e le proprie strategie comunicative. È interessante l’articolo pubblicato da Sicilian Post e scritto da Enrico Fisichella[1], che analizza il report “Journalism and Technology Trends and Predictions 2026” del Reuters Institute, curato da Nic Newman. Il pezzo offre una fotografia precisa di un’industria in rapida trasformazione e mette in evidenza le difficoltà e le possibilità che attendono i media nel prossimo futuro.
Il rapporto del Reuters Institute sottolinea come i motori di ricerca stiano evolvendo verso veri e propri “answer engine”, capaci di fornire risposte immediate senza la necessità di visitare siti web, provocando un drastico calo di traffico verso le piattaforme tradizionali. “Gli operatori editoriali prevedono che il traffico da ricerca diminuirà di oltre il 40% nei prossimi tre anni, un impatto derivante dalla trasformazione dei motori di ricerca in “Answer Engine” basati sull’IA, dove le risposte sono fornite all’utente senza che sia necessario navigare su un sito web: le ‘zero-click searches’”. Già oggi, dati forniti da Chartbeat mostrano un decremento del 33% del traffico globale da ricerca organica tra novembre 2024 e novembre 2025, a cui si aggiungono drastici cali dai network digitali tradizionali.
Un nuovo contesto per le produzioni editoriali
Questa evoluzione tecnologica provoca una riflessione sul concetto di visibilità e rilevanza delle produzioni editoriali. Di fronte a un’offerta illimitata e automatizzata, la distinzione tra articoli generati dagli algoritmi e materiali originali diventa centrale. “Se creare un testo non costa più nulla, si aprirà una nuova, spietata concorrenza”, afferma Christof Zimmer, CEO di Der Spiegel. In risposta, molti responsabili dei media puntano sulla “distintività”, valorizzando storie umane, investigazioni originali, analisi contestuali e fact-checking. I dati del rapporto evidenziano che il 91% dei media leader considera fondamentale il giornalismo investigativo, mentre analisi contestuali e spiegazioni raccolgono l’82%, storie umane il 72% e fact-checking il 63%. Al contrario, notizie generaliste e giornalismo di servizio rischiano di essere delegati agli algoritmi generativi (-38% e -42% rispettivamente).
Un altro elemento cruciale emerso dal report riguarda il rapporto tra giornalismo e content creator. La crescente fiducia dei giovani verso influencer e creator spinge le case editrici a ridefinire la propria presenza nei servizi social e a valorizzare la personalità dei redattori. “Il 76% dei gruppi editoriali intervistati chiederà ai propri corrispondenti di comportarsi maggiormente come creator quest’anno. Media come Wired e il New York Times stanno già mettendo i volti dei propri giornalisti in primo piano”. In questo contesto, ambienti digitali come YouTube, TikTok e Instagram diventano strumenti strategici per riconquistare attenzione e fiducia.
Eppure la tecnologia può essere molto utile…
La tecnologia cognitiva, pur rappresentando una minaccia in termini di concorrenza, può essere integrata in redazione per incrementare l’efficienza. Secondo il rapporto, “la maggioranza dei media leader considera importante l’automazione del back-end (tagging, trascrizione, editing) e già oggi esistono redattori assistiti dall’AI che creano bozze di 30 articoli al giorno, successivamente verificate da esseri umani”. Tuttavia, solo il 13% dei responsabili giudica gli strumenti attuali trasformativi, mentre il 44% li considera promettenti e il 42% limitati. Il futuro dell’AI in redazione è indicato verso strumenti di tipo “agentic”, capaci di orchestrare processi complessi e non solo di generare testi. Il 75% degli intervistati prevede che questi sistemi avranno un impatto “grande” o “molto grande” sull’industria.
Sul piano economico, il modello degli abbonamenti e delle membership rimane prioritario (76%), seguito dalla pubblicità display (68%) e dal native advertising (64%). Accordi di licenza con piattaforme AI e iniziative come il “Really Simple Licensing” o la “Nato for News” rappresentano strategie per bilanciare la remunerazione e proteggere l’accesso ai flussi dati fondamentali per l’addestramento degli algoritmi, soprattutto per testate medio-piccole.
Indubbiamente, questa trasformazione ha implicazioni profonde. Come evidenziano sociologi e studiosi della tecnologia come il professore Luciano Floridi, filosofo dell’etica digitale, l’informazione attuale non è più solo un bene pubblico, ma un ecosistema in cui l’affidabilità, la trasparenza e la qualità dei messaggi diventano criteri fondamentali di valore. Floridi parla di “infosfera” e della necessità di un’etica della comunicazione che contempli la coesistenza tra agenti umani e sistemi intelligenti. Il giornalismo oggi deve quindi agire come regolatore culturale della conoscenza, selezionando, filtrando e contestualizzando dati e notizie in un ambiente dove la quantità di informazioni disponibili supera la capacità individuale di valutarle.
Il giornalismo regolatore della conoscenza
Anche il sociologo Byung-Chul Han sottolinea l’importanza di comprendere i nuovi processi di formazione dell’opinione pubblica, che sempre più si orienta verso fonti mediate da algoritmi e personalità online. L’avanzata dei content creator mostra come le gerarchie tradizionali dell’informazione siano soggette a un processo di democratizzazione verticale: il potere di attenzione non è più solo nelle mani dei media, ma distribuito su figure singole capaci di costruire fiducia attraverso interazioni dirette.
All’interno di questo scenario, il ruolo del redattore evolve verso la capacità di produrre materiali distintivi, raccontare storie umane, costruire narrazioni articolate e utilizzare sistemi intelligenti per amplificare la qualità del lavoro senza cedere centralità agli algoritmi. Il compito non è solo tecnologico, ma profondamente sociale e culturale, poiché implica ridefinire la relazione tra cittadini, messaggi giornalistici e spazi digitali.
Il giornalismo del 2026 si troverà a navigare tra automazione, concorrenza dei creator e perdita di visibilità dai canali tradizionali. La risposta efficace passa per la valorizzazione della “distintività”, la cura delle storie umane e l’integrazione intelligente della tecnologia cognitiva.
Come evidenziano Floridi e Han, la sostenibilità del sistema informativo dipenderà dalla capacità di creare fiducia, una solida cornice e valore culturale in una rete digitale complicata. L’industria dell’informazione, pur di fronte a sfide significative, può trasformare la pressione tecnologica in opportunità di innovazione, restando rilevante e socialmente significativa.
[1] Fonte: E. Fisichella, IA, creator e fine della SEO: cosa prevede il Reuters Institute per il giornalismo nel 2026, in https://www.sicilianpost.it/ia-creator-e-fine-della-seo-cosa-prevede-il-reuters-institute-per-il-giornalismo-nel-2026/, 12 gennaio 2026.


