Oggi è la festa della Repubblica e molti giornalisti si troveranno a raccontare con le parole e con le immagini il significato e le cerimonie che accompagnano questo anniversario (l’80°) del referendum istituzionale del 1946.
Qual è il modo migliore per farlo? Il più corretto, il più efficace? Ne abbiamo parlato con un giurista, molto attento alle dinamiche della comunicazione moderna: Emanuele Rossi, professore ordinario di diritto costituzionale alla Scuola Superiore Sant’Anna.
Qual è l’aspetto che ogni giornalista dovrebbe sottolineare nello scrivere o nel parlare della festa della Repubblica?
Sottolineerei in particolare l’evento storico e la sua ricaduta sulle vicende successive: in particolare il tema di come la scelta del popolo con il referendum del 2 giugno sia stata nel corso negli anni successivi sempre confermata e mai messa in discussione. Nessuno ha più avanzato proposte di ritorno alla monarchia, ed anche le forze politiche che all’inizio paventavano i rischi della scelta repubblicana non hanno avuto alcun seguito sostanziale. Per tale ragione la “festa della Repubblica” è vissuta da tutti come una festa condivisa e non contestata, a differenza di altre date significative della storia italiana.
Che rischio si corre nel raccontare queste celebrazioni?
Di guardare agli aspetti esteriori più che al significato che la scelta del 1946 ha prodotto per la nostra storia. Se oggi la cultura dei diritti è diffusa e condivisa, se il principio della separazione dei poteri è ritenuto intangibile, se in diverse occasioni i tentativi di riforma della Costituzione sono stati bocciati dall’elettorato in ragione dell’esigenza di mantenere saldo l’assetto costituzionale, è perché quanto è stato fatto in Assemblea costituente ha davvero rappresentato il senso di un’unità proiettata nel futuro delle attese del popolo italiano. E la festa della Repubblica è un modo di celebrare e ringraziare anche i padri costituenti.
Il 2 giugno 1946 segna anche l’avvio della Costituente. Che pochi mesi dopo vara la nostra Carta in cui c’è l’articolo 21, dopo il regime e la sua censura. Una conquista importante, che occorre sempre evidenziare…
Non vi è dubbio che l’art. 21 abbia, forse più di altri, segnato la nostra storia, con quello che esso significa: libertà di espressione in ogni forma (culturale, artistica, religiosa, politica, ecc.) ed anche con ogni mezzo (sia quelli allora conosciuti: stampa, radio, tv; che quelli che si sono affermati successivamente). Ma la libertà di espressione comporta anche il diritto ad essere correttamente informati, perché la manifestazione del pensiero presuppone che quel pensiero possa formarsi correttamente: da qui la libertà di cronaca ma anche la responsabilità dei mezzi di comunicazione di fornire informazioni e valutazioni il più possibile corrette.
Oggi, appunto, quella libertà (così importante) è messa in discussione da tanti fattori. Anche le nuove tecnologie possono condizionare l’opinione pubblica
È un rischio serio e molto grave, che coinvolge ogni ambito: si pensi alle possibili manipolazioni dell’elettorato da parte di gruppi di potere e di pressione, per fare un esempio. E poi c’è un problema di “filtri” alle informazioni che vengono fatte circolare, che se da un lato possono garantire un’informazione più completa, dall’altro sono in grado di condizionare la corretta visione e percezione dei fenomeni. E il diritto, cui si chiede spesso l’intervento, non sempre è in grado di apprestare rimedi e soluzioni: sia per lo sviluppo continuo dei mezzi di comunicazione, sia per la loro dimensione sovranazionale, sia ancora per la scarsa efficacia degli strumenti sanzionatori che possono essere analizzati. Più che al diritto, o meglio oltre che al diritto, bisognerebbe appellarsi alla cultura e al controllo sociale: cosa difficile da attuare ma quanto mai necessarie.
Come si può alimentare la ‘cultura della memoria’ anche attraverso i nostri mezzi di comunicazione?
Raccontando intanto come sono andate effettivamente le cose, facendo capire che i processi storici sono stati il frutto di travagli e spesso anche di enormi sacrifici personali. Che nessuna scelta è mai a costo zero. Ma anche che la memoria è necessaria per comprendere dove siamo arrivati e per immaginare dove saremmo potuti essere se quelle scelte non fossero state compiute. Come ha detto Liliana Segre, “coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.


