“Giornalismo, intelligenza artificiale e guerra: raccontare la realtà nell’era dell’inquietudine”, questo il titolo dell’iniziativa organizzata da Ucsi Toscana, Unione nazionale dei giornalisti pensionati della Toscana, Rondine Cittadella della Pace e in collaborazione con la Fondazione dell’Ordine dei giornalisti della Toscana.
Il corso, che si è svolto in seno a YouTopic Fest 2026, il festival internazionale del conflitto, ha cercato di approfondire il rapporto tra intelligenza artificiale e conflitti contemporanei. Sono due delle principali fonti di d’inquietudine del nostro tempo.
Le guerre mettono alla prova la capacità del giornalismo di testimoniare la realtà. Allo stesso tempo, l’IA rende sempre più fragile il confine tra vero e verosimile, introducendo nuove forme di manipolazione.
In questo scenario, il giornalismo è chiamato a rafforzare il proprio ruolo di presidio etico, deontologico e civile, fondato su verifica, responsabilità e costruzione di fiducia.
Il racconto giornalistico della guerra richiede il rigoroso rispetto della deontologia, privilegiando umanità e professionalità per evitare la spettacolarizzazione del dolore, una delle fonti dell’Inquietudine, argomento a cui è dedicato l’intero evento di Rondine. Le norme impongono la verifica rigorosa delle fonti e la ricerca della verità sostanziale dei fatti, evitando aggettivi sensazionalistici, specialmente in contesti di conflitto e disinformazione.
Gli interventi dei relatori sul racconto della guerra
La riflessione sull’intelligenza artificiale ha aperto uno dei fronti più urgenti del presente: non solo che cosa la tecnologia può fare, ma che cosa noi decidiamo di farne. A partire da una domanda provocatoria – millantare la conoscenza o organizzare la conoscenza? – Mafe de Baggis, docente, scrittrice e Digital Media Strategist, ha richiamato il rischio di mancare ancora una volta un’occasione storica. “L’inquietudine vera che nasce dall’arrivo delle intelligenze artificiali è quella di sprecare una nuova opportunità di migliorare il mondo dove viviamo, cosa che per esempio è già successa con l’avvento di internet. Dobbiamo imparare a utilizzarla per immaginare un mondo diverso, perché quello dove viviamo è un po’ andato a male. Il controllo però resta nelle nostre mani, il tempo liberato grazie all’utilizzo della AI deve essere restituito a noi stessi e al nostro benessere”.
La tecnologia, dunque, non come destino, ma come scelta. È su questo stesso terreno che si è inserito Federico Taddia, giornalista, autore televisivo e radiofonico, scrittore specializzato nella divulgazione scientifica e culturale per ragazzi. Taddia ha raccontato di aver cambiato completamente il contenuto del proprio intervento durante il tragitto dalla stazione di Arezzo alla Cittadella della Pace, dopo un dialogo con una ex studentessa del Quarto Anno Rondine: “Ero in auto con Anna e mi ha raccontato come per lei, che ha problemi di dislessia, la AI riesca a mettere ordine negli appunti aiutandola a comprendere meglio le cose e a ricavarsi più tempo per se stessa. La vera sfida per ciascuno di noi è dunque riuscire a trasformare questo tempo liberato in bene comune”.
La riflessione si è poi spostata sull’errore, sulla sua rimozione e sulla sua potenza educativa. Irene Funghi, giornalista di Avvenire, ha ricordato che proprio ciò che l’intelligenza artificiale tende a correggere o cancellare può diventare, nella vita reale, un principio di trasformazione: “L’errore ha una grande valenza generativa, può essere il punto di partenza per qualcosa di nuovo e positivo, come avviene a Rondine, dove i giovani cercano di dare una possibilità alle ferite che si ritrovano addosso e ritrovano speranza. Indica una strada nella quale ognuno si deve mettere in gioco”.
Diletta Huyskes, ricercatrice ed esperta di etica delle tecnologie e impatto sociale dell’IA, ha infine riportato il discorso alla concretezza dei sistemi. Ha sfatato alcuni miti sull’intelligenza artificiale, ricordando che si tratta di una infrastruttura complessa e costosa, realizzata principalmente da aziende private, e che “non potrà mai avere delle emozioni vere come alcuni temono”. L’IA, ha spiegato, è “uno specchio di noi stessi”: ha aumentato gli standard di performance e ha reso più evidenti crisi già aperte, dalla scuola all’insegnamento, dai criteri di assegnazione dei compiti alle modalità di valutazione, fino alla selezione del personale nel mondo del lavoro.


